Roberto Bishara, il calcio come strumento di pace
Dicembre 23, 2025Purtroppo, o per fortuna, la storia del Club Deportivo Palestino e dell’identità che rappresenta sono ormai conosciute. Una società nata poco più di un secolo fa, dall’iniziativa di immigrati palestinesi in Cile, e che nel tempo ha mantenuto un legame simbolico costante con le proprie origini.
In questo contesto fortemente identitario, ma strutturalmente prudente, c’è stato chi ha scelto di andare oltre il perimetro dell’istituzione, agendo consapevolmente come soggetto politico individuale e assumendosi pubblicamente il peso di quella rappresentazione.
Questa è la storia di Roberto Bishara, il calciatore che più di ogni altro ha trasformato l’identità simbolica del Palestino in una presa di posizione politica personale.
Identità personale e del club
Alla fine del XIX secolo la Palestina faceva parte dell’Impero Ottomano, il quale attraversava una fase di declino sia economico sia amministrativo. Fattori come l’aumento delle tasse agricole e le riforme di centralizzazione ottomana, che avevano colpito duramente le comunità non musulmane negli anni precedenti, portarono a una prima grande ondata di emigrazione. Molti palestinesi scelsero il Sud America, e in particolare il Cile, la cui politica migratoria rappresentava un terreno fertile per chi desiderava assicurare un futuro florido alla propria famiglia.
È quindi plausibile che Elías Jadue e gli altri soci che, il 20 agosto 1920 fondarono il Deportivo Palestino, appartenessero a questa prima ondata migratoria. Quel giorno non nacque uno spazio politico o di militanza, ma un ambiente comunitario di riconoscimento reciproco e custode di un’identità da preservare, a migliaia di chilometri dalla propria terra. Il calcio era allora un mezzo per mantenere viva la testimonianza di un popolo.
Se la prima ondata migratoria fu principalmente sociale ed economica, lo stesso non si può dire della seconda. In seguito alla nascita dello Stato di Israele nel 1948 e agli eventi ricordati come Nakba (catastrofe), centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare la propria terra. Cercarono ospitalità sia nei paesi vicini sia in quelli dove una comunità palestinese era già presente e ben integrata.
È in questo contesto che si colloca la storia di Roberto Bishara. La sua famiglia paterna, sulla scia della prima diaspora, raggiunse il Sud America. Roberto nacque a Santiago nel 1981, pronto a dedicare la propria vita, calcistica ma non solo, a servizio della causa di un popolo intero.
“Il calcio è più forte dei proiettili”
È il 10 dicembre del 2002 quando, a Santiago, il Cile affronta in amichevole la nazionale palestinese. Si tratta di una partita storica che sancisce l’inclusione di cinque calciatori sudamericani naturalizzati palestinesi proprio grazie alle proprie origini. Insieme all’argentino Pablo Abdala vi sono i cileni Roberto Kettlun, Francisco Alam, Edgardo Abdala e Roberto Bishara.
La scelta non fu banale ma arrivò in uno dei momenti più delicati della storia recente del conflitto con Israele. La seconda Intifada, esplose a Gerusalemme solamente due anni prima, il 28 settembre del 2000. Scegliere di rappresentare la Palestina significava andare ben oltre l’ambito calcistico. In quel momento, Bishara e i suoi compagni trasformarono il loro ruolo di calciatori in attori politici consapevoli.
In questo la figura di Bishara segna un solco netto tra la propria posizione e quella simbolica del suo club. Il Palestino, infatti, non è mai stata un’entità politica. Anzi, nel corso degli anni ha prediletto sempre la dimensione sportiva nella quale rappresentare, a testa alta e con orgoglio, il legame identitario con le proprie origini.
Anni dopo fu lo stesso Bishara a dichiarare quanto fosse orgoglioso di rappresentare la Palestina e di difendere il Paese in cui sono nati sia il padre che i nonni paterni. Una presa di coscienza forte dalla quale emerge, da una parte, la volontà di ripetere la stessa scelta senza rimpianti, e dall’altra di amplificare il carattere simbolico e identitario del Palestino verso una militanza consapevole in un contesto di conflitto aperto.
Erano gli anni in cui la nazionale palestinese disputava le proprie gare casalinghe fuori dai propri territori. Sei anni più tardi, Bishara prese parte ad un’altra partita passata alla storia, quella del 26 ottobre 2008. Quel giorno, dopo anni da ospite in giro per il mondo, la selezione guidata da Ezzat Hamza affrontò la Giordania in Palestina, tra la felicità della propria gente.
Lo scalpore per una maglia
Negli anni quel simbolismo tradizionale che aveva contraddistinto il Palestino e le sue azioni atte a conservare la memoria storica si sono via via tramutate in prese di posizione sempre meno velate. Nel 2014 il club scelse di sostituire il numero 1 con la forma della Palestina ante 1948, ossia prima della costituzione di Israele.
Una scelta sempre di carattere simbolico ma che forse mai era stata così forte. La reazione della collettività vicina al club fu imponente con un elevato numero di maglie vendute anche oltre i confini del Paese. D’altra parte, però, sia la comunità ebraica che la Federazione Cilena non accolsero l’iniziativa in maniera positiva. Proprio la Federazione vietò l’uso della maglia e multò il club per una cifra intorno ai quindicimila dollari. La comunità ebraica interpretò l’iniziativa come una vera e propria provocazione politica.
Mentre il Club cercava di riportare la vicenda all’interno dei confini della rappresentazione simbolica, Roberto Bishara fece il percorso opposto: trasformò una maglia in dichiarazione politica individuale, assumendosene pubblicamente il significato e le conseguenze.
“Vorrei che la comunità ebraica non si preoccupasse di una maglia ma dei bambini che ogni giorno muoiono in Palestina”.
Roberto Bishara e un impegno continuo
Nonostante si sia ritirato nel 2013, l’ex difensore del Palestino continua a essere una figura di riferimento sia in chiave simbolica sia di espressione politica e sociale personale. Il suo nome è infatti sempre legato a quello del Club. Negli ultimi anni ha allenato le giovanili, dalla sub15 alla sub17, prendendo parte alle diverse iniziative societarie in memoria della propria identità palestinese. Il Club, dalla sua, non ha mai nascosto la gratitudine verso ciò che Bishara ha rappresentato in tutti questi anni.
Non mancano poi le dichiarazioni di speranza verso un futuro di pace in cui le sofferenze lascino spazio alla gioia di vivere. Quella di Roberto Bishara non è la solita storia di un calciatore. È la storia di un uomo che ha utilizzato il calcio per raggiungere un obiettivo: trasformare l’identità tramandatagli in responsabilità morale.
Alessandro Sanna è un insegnante, tifoso del Cagliari e del Newell’s Old Boys, esperto di calcio sudamericano.
Ha scritto tre libri: “Fantasie calcistiche rioplatensi: Storie di fútbol tra fantasia e realtà
“¡Que viva el fútbol!: Storie, aneddoti e cronache delle più accese rivalità sudamericane”.
“Cagliari è celeste: storia di un amore mistico oltre il calcio”.
Fondatore della pagina, del Podcast e del canale twitch “Que Viva el Fútbol”.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia.


