La tregua di Natale che non c’è

La tregua di Natale che non c’è

Gennaio 4, 2026 0 Di Luca Sisto

Una delle più grandi leggende legate al potere salvifico del calcio, è senza dubbio quella della “partita” fra truppe britanniche e tedesche durante la famosa Christmas Truce, la Tregua di Natale del 1914.

Il fallimento politico degli Imperi dell’Europa Centrale e Orientale, le politiche colonialiste e le tragiche condizioni economiche delle Grandi Potenze, avevano avuto come conseguenza una lunghissima e devastante guerra di trincea, capace di dilaniare il Fronte Occidentale. Il risultato fu quello di milioni di morti e dei confini ridisegnati con la forza, che avrebbero gettato i semi per un futuro ancora più oscuro e nuove ancor più devastanti guerre.

Eppure, secondo i racconti dell’epoca, la Tregua di Natale del 1914 aveva portato alla luce un residuo barlume di umanità. Molto si è scritto sull’argomento, sono anche circolate foto erroneamente collegate all’eventualità di una vera e propria partita giocata dalle truppe avversarie. Una, in particolare, spettacolare e immaginifica, è in realtà riferita sì alla Grande Guerra, ma fu scattata in Grecia, nel Natale del 1915, ed è relativa ad una partitella – “kickabout” nel gergo anglosassone – fra diversi reggimenti dello stesso esercito britannico.

Pertanto, non esistono foto capaci di documentare una partitella nella “No Man’s Land” del fronte “tedeschi contro britannici” nel periodo del Natale 1914. Solo racconti di istanti felici nel mezzo di orribili ricordi di guerra.

Una foto meravigliosa, sì, ma non è la Tregua di Natale 1914 (Wikipedia).

Mondiali di sangue: non una novità

Sono passati 111 anni da quel momento di pace, e anche se il calcio c’entrava poco – si trattava pur sempre di tirare calci a qualunque oggetto rotondo potesse rassomigliare ad un pallone, magari di pezza – ancora oggi questo sport è considerato simbolo di pace e unione fra popoli e nazioni. La strumentalizzazione che se n’è fatta, e se ne fa tutt’oggi, però, ravvisa elementi a dir poco degradanti ad esso connessi.

Recentemente abbiamo parlato in maniera diffusa di Infantino, Trump, e degli inenarrabili inchini al potente di turno dell’attuale padre padrone della FIFA. Un tempo non troppo lontano è stata la Russia di Putin, che ad oggi non può neppure partecipare alle competizioni sportive. Poi è stata la volta del Qatarbel Mondiale, certo – ma organizzazione connessa a scarso rispetto dei diritti umani.

Non avremmo mai pensato che, dopo aver fatto il filo ad Israele (mai estromesso dalle competizioni sportive nonostante un genocidio in corso e diversi Paesi bombardati) e all’Arabia Saudita (con il Mondiale del 2034 regalato senza appello), si sarebbe toccato il fondo, nell’anno dei Mondiali di USA, Canada e Messico, proprio con la più grande potenza del globo, guidata da un Donald Trump ormai senza alcun freno inibitorio, politico e morale.

La storia d’amore fra Gianni Infantino e Donald Trump

Luis Javier Suarez: un favore inatteso

Gli USA che si apprestano a co-ospitare i Mondiali del 2026 hanno opportunamente evitato di avere a che fare con i tifosi di un certo numero di Paesi non graditi. Grazie a politiche anti-immigrazione sempre più restrittive, non ci sarà pericolo, ad esempio, di trovarsi di fronte tifosi (quando non già stabilmente e legalmente residenti) provenienti dall’Iran. Ma non solo.

E chissà che l’Iraq non riesca a qualificarsi per mezzo dei playoff inter-federazione di marzo. In ogni caso, nessuna chance di vedere tifosi iracheni atterrare sul suolo americano.

A proposito di America. Trump, fra un bombardamento a sostegno di Israele in Iran e uno anti-jihadista – vogliamo crederci – in Nigeria (niente Mondiali per Osimhen e compagni) ha riportato in auge 200 anni di Dottrina Monroe (che, però, nacque come risposta agli imperi coloniali europei) minacciando Argentina e Cile durante le elezioni (e infatti la sinistra ha perso a vantaggio di candidati dell’ultradestra cara ai regimi dittatoriali degli anni ’70 e ’80), e definendo narcotrafficanti prima il governo colombiano e poi quello venezuelano.

Del resto, è da anni fortissima la spinta del governo americano per un cambio di regime in Venezuela, prima con Chavez e poi con Maduro. Venezuela che, nell’ultima giornata delle qualificazioni sudamericane ai Mondiali, ha perso in casa 3-6 contro la Colombia già qualificata e sorpasso della Bolivia in chiave playoff. Quattro, i gol in quella partita dell’attuale attaccante dello Sporting Clube de Portugal, Luis Javier Suarez. Un favore inatteso: nessuno avrebbe voluto trovarsi in casa la nazionale di uno Stato che Trump e i suoi stavano già minacciando da tempo.

L’aggressione degli USA al Venezuela

Dopo i raid aerei contro diverse imbarcazioni venezuelane nel Mar dei Caraibi. Dopo la consegna del Premio Nobel per la Pace alla leader dell’opposizione, trumpiana e pro-Israele, Maria Corina Machado, i tempi erano ormai maturi.

All’alba di sabato 3 gennaio, gli USA hanno bombardato il Venezuela, proprio nel momento in cui Maduro aveva deciso – pur non dimettendosi – di trattare. Lo stesso presidente venezuelano, insieme alla moglie, è stato catturato (rapito…) e trasportato a New York, in attesa di essere “giudicato”, non si sa bene da chi, e in maniera del tutto arbitraria, in barba a qualsiasi residuo principio di diritto internazionale.

Trump ha definito l’operazione, sul suo social Truth, “law enforcement”. E la mia ormai vecchia laurea in Scienze Politiche deve essersi staccata dal muro.

Ora, non è questa la sede per discutere le condizioni del popolo venezuelano. E nessuno più di noi italiani vorrebbe l’immediata scarcerazione del cooperante Alberto Trentini, da oltre un anno detenuto senza accuse formali nelle carceri venezuelane. Non ci sono buoni o cattivi in questa vicenda. C’è però un Paese aggressore, e un Paese, quello aggredito, che non ha mai voluto concedere agli USA lo sfruttamento delle proprie risorse petrolifere, nazionalizzando tutte le compagnie.

L’invasione del Venezuela ha ragioni geopolitiche, strategiche ed economiche. Ma nessuno garantisce il miglioramento delle condizioni economiche del popolo venezuelano, e ad un’oppressione politica degli uomini di Maduro seguirà certamente un’altrettanto brutale oppressione della destra, mero pupazzo nelle mani degli USA.

Il Venezuela non è mai stato ai Mondiali, e – per fortuna di Trump – non ci sarà una prima volta nel 2026.

Ma mai come quest’anno è al centro del Mondo come primo vero assaggio di quali siano i nuovi limiti ormai oltrepassati del diritto internazionale. Da questo momento in poi, la situazione può solo peggiorare.

Chi saranno i prossimi? E se fosse proprio la Colombia, già ampiamente minacciata, come si presenterebbero i cafeteros ai Mondiali?

Abbiamo passato anni a fare le pulci a tutti i Paesi ospitanti della massima rassegna iridata del football. Per infine ritrovarci la FIFA a stendere il tappeto ai peggiori “esportatori di democrazia” da due secoli a questa parte.

 

Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.

Immagine di copertina: Football Remembers memorial al National Memorial Arboretum in Staffordshire (Wikipedia).