Conte e Chivu: opposti per necessità
Gennaio 12, 2026All’interno e all’esterno di una partita di calcio, ognuno ha il suo punto di rottura. Quel momento in cui la tensione della gara, specialmente per chi vive il pallone sopra le righe, raggiunge una goccia di sudore oltre la soglia di non ritorno.
Lo sa bene Antonio Conte. Conte lo juventino. Conte il leccese che, transitando da Bari, fu accusato di rinnegare le sue origini. Monopolista mediatico che del calcio, amato dai suoi uomini e parimenti odiato dagli avversari di turno. Specialmente da uno dei suoi ex club, l’Inter, col quale ha comunque vinto uno Scudetto non troppo lontano.
Il Conte allenatore ha l’obiettivo primario di tenere i suoi calciatori perennemente sulla corda, al limite delle proprie facoltà mentali e muscolari. Solo lui avrebbe potuto condurre il Napoli con un gruppo reduce da un decimo posto, ad uno Scudetto, il secondo in tre anni, strappato ad un’Inter lanciata nel tentativo di vincere il triplete, sfumato poi in toto.
Solo lui avrebbe potuto tenere competitiva una squadra falcidiata da infortuni muscolari e non, e dire che in tanti nei momenti critici gliene hanno chiesto conto. Sia nella scorsa stagione, sia in quella in corso.
Il punto di rottura, almeno per lo spettacolo non soddisfacente sul campo, Conte l’aveva già raggiunto a Bologna. Ma solo ieri, al 73′ di Inter-Napoli, sfida che avrebbe potuto segnare un allungo pressoché decisivo degli uomini di Chivu su Milan e Napoli, l’allenatore salentino è definitivamente esploso. Galeotto fu il VAR e l’assegnazione di un calcio di rigore ai nerazzurri per il solito “step on foot”, che l’arbitro Doveri con metro all’inglese non aveva ravvisato in diretta.
Conte ha perso le staffe come non gli accadeva da quella inenarrabile trasferta di Parma che, grazie al rigore contemporaneo trasformato da Pedro Pe’ a Milano, regalò al Napoli il match point Scudetto. E chi c’era sulla panchina emiliana? Ovviamente il Chivu interista che, a onor del vero, qualche settimana prima aveva giocato un brutto scherzo al suo futuro (ed ex, da componente del triplete mourinhano e non solo, col suo casco protettivo) club, rimontando da 0-2.
Dicevamo del violento battibecco fra Chivu e Conte, che in quella gara vennero espulsi. Chivu ha poi optato per più miti consigli. Il romeno è il pacificatore. L’uomo che ha portato un’Inter reduce dal collasso emotivo della finale di Champions a credere nuovamente in se stessa. E questo nonostante due sconfitte (Torino sponda bianconera, e in casa contro l’Udinese) nelle prime tre giornate di campionato. E quattro in totale nella prima metà della Serie A 2025-26, incluse quelle di Napoli e del derby. Nonché una Supercoppa Italiana persa già in semifinale ai rigori col Bologna, poi vinta dagli Azzurri. Una doppietta riuscita solo all’ultimo Napoli di Maradona nel 1990, pochi mesi prima del declino e della fuga del D10S.
Eppure, l’Inter di Chivu è da sola, meritatamente in vetta alla classifica, a +4 sul Napoli e +3 sul Milan, pur non avendo vinto nessuno scontro diretto da due anni a questa parte. E dire che già all’andata, con le cose di campo fra Conte e Lautaro, vecchie ruggini mai risolte, i nerazzurri erano andati in bambola.
Insomma, se i calciatori del Napoli sembrano trarre vantaggio dalle bizze del proprio allenatore – vedi doppia rimonta firmata ieri da Scott McTominay, MVP dello scorso campionato e reduce da un 2025 perfetto per club e nazionale – gli avversari tendono a perdere lucidità.
La rovesciata di McTominay è un classico anche per la Tartan Army
L’Inter è dominante nel gioco, ma non controlla mai definitivamente gli scontri diretti per le solite amnesie difensive. E se l’avversario esce dalle corde, sono dolori. Dopo lo scippo di Zielinski a McT per il vantaggio firmato da Dimarco, il Napoli ha saputo rispondere. E, nel momento in cui sembravano poter vincere la partita, nel secondo tempo, gli azzurri hanno fallito due occasioni e subito il rigore del 2-1 interista. Uno svantaggio che sembrava decisivo, ma non per il Napoli, non per McTominay. Che nel post partita ha fatto eco alle dichiarazioni di queste settimane del suo allenatore, sottolineando come il gruppo, ridotto all’osso per gli infortuni dei lungodegenti Anguissa, Gilmour, Lukaku e De Bruyne, stia dando tutto.
Con buona pace di Allegri, del Milan, e della retorica doppiopesista della “squadra favorita perché non ha le Coppe”, Conte e Chivu, Inter e Napoli, avversari e opposti per necessità, hanno dato vita all’ennesimo duello capace di accendere il calcio italiano. Perché non c’è bisogno di andare in Arabia Saudita per rilanciare il pallone tricolore. Basterebbe solo un po’ di rispetto per il gioco. Alla faccia di un VAR mai coerente e di calciatori che volano rotolandosi per dieci metri senza neppure essere toccati. Il calcio, per restare competitivo, deve ripartire da se stesso. Dai tifosi, dalle rivalità. Da un gioco fluido, dai contrasti e dagli uomini capaci di renderlo grande oggi e domani.
E, forse, nessuno come Antonio Conte è capace di accendere gli animi, nel bene e nel male. Starà a Chivu, ad Allegri, agli allenatori-spettacolo delle inseguitrici, Spalletti, Gasperini e Fabregas, e non solo, tener vivo il fuoco del campionato più interessante d’Europa. Con tutti i suoi atavici difetti.
Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia.


