Arbeloa in, Xabi out: il Real torna alle origini

Arbeloa in, Xabi out: il Real torna alle origini

Gennaio 13, 2026 0 Di Philip Supertramp

Nel pomeriggio del 12 gennaio, nel freddo inverno di Madrid, è arrivato un frastuono che ha acceso improvvisamente le radio in attesa di nuove informazioni.

Xabi Alonso, l’uomo che aveva cercato di imporre una struttura scientifica al caos creativo del Real Madrid, lascia la panchina dalla porta di servizio. Forse, molti tifosi merengues se lo aspettavano già da qualche settimana, ma resta comunque lo shock per la fine di un progetto che, dopo l’estate, non è mai sembrato decollare davvero. Al suo posto subentra Álvaro Arbeloa.

Per capire come si sia arrivati a questa rottura, bisogna riavvolgere il nastro di vent’anni, quando i due erano poco più che giovani promesse in cerca di fortuna lontano dalla Spagna.

Xabi Alonso e gli altri: madridisti dal campo alla panchina merengue

La storia comune inizia nell’estate del 2004. Rafael Benítez, fresco vincitore della Liga con il Valencia, sbarca ad Anfield con l’idea di esportare il “metodo spagnolo” in Premier League. Il suo primo acquisto è proprio Xabi Alonso, prelevato dalla Real Sociedad per 16 milioni di euro.

Xabi non era il classico centrocampista britannico tutto corsa e tackle; era un metodista che preferiva far correre la palla. Il suo impatto fu immediato: divenne il perno di una squadra che, contro ogni pronostico, raggiunse la finale di Champions League a Istanbul nel 2005.

Quella notte, Xabi divenne un beniamino dei tifosi reds, segnando il gol del 3-3 sulla ribattuta di un rigore, dando il via alla vittoria più incredibile della storia del club.

Álvaro Arbeloa, invece, dovette faticare molto di più. Cresciuto nella Cantera del Real Madrid, era stato scartato dalla prima squadra e mandato al Deportivo La Coruña nel 2006. Gli bastarono sei mesi in Galizia per convincere Benítez: nel gennaio del 2007, il Liverpool lo acquistò per soli 4 milioni di euro.

Arbeloa arrivò in uno spogliatoio dove Xabi era già il leader tecnico indiscusso. Il difensore si impose grazie a una duttilità rara: pur essendo un destro naturale, Benítez lo utilizzò spesso a sinistra.
Il momento che cambiò la percezione di Arbeloa avvenne il 21 febbraio 2007, in un ottavo di finale al Camp Nou contro il Barcellona.

Benítez gli ordinò di marcare a uomo un giovanissimo Lionel Messi. Arbeloa, giocando a “piede invertito”, lo annullò completamente, togliendogli ogni spazio di rientro sul sinistro. Il resto lo fecero Kuyt e Bellamy, che regalarono l’1-2 ai Reds.

Nel 2009, Florentino Pérez tornò alla presidenza del Real Madrid con l’ossessione di abbattere il dominio del Barcellona di Guardiola. Xabi Alonso fu pagato 35 milioni per diventare il cervello del nuovo Madrid; Arbeloa fu riscattato per soli 5 milioni. Ma fu l’arrivo di José Mourinho nel 2010 a cambiare definitivamente la dinamica.

L’ossatura del Real Madrid, Casillas, Xabi Alonso e Arbeloa (al centro) festeggia la vittoria degli Europei 2012, il terzo dei trionfi di fila della generazione dorata della Spagna, che fra il 2008 e il 2012 vinse due Europei e, in mezzo, i Mondiali 2010 (Wikimedia Commons).

Sotto lo Special One, i due diventarono i pilastri di un Madrid d’acciaio. Nel 2011-2012 furono protagonisti della leggendaria “Liga dei 100 punti”, una marcia trionfale da 121 gol segnati. Arbeloa divenne il “soldato” fedele del portoghese, difendendolo pubblicamente contro tutti, anche quando lo spogliatoio ribolliva.

Xabi Alonso, pur diventandone l’estensione tattica in campo, mantenne un profilo più istituzionale, agendo da collante tra le varie anime della squadra. Insieme vissero il culmine nel 2014, con la conquista della “Décima” Champions League. Anche se Xabi dovette saltare la finale per squalifica, il suo contributo per arrivare a Lisbona fu monumentale per riportare la coppa a Madrid dopo dodici anni di attesa.

Dopo il ritiro, le loro strade si sono divise nuovamente. Xabi Alonso ha scelto la via della formazione metodica. Ha iniziato nel 2018 con le giovanili del Real, ma già nel 2019 è tornato alle origini con la Real Sociedad B. In tre anni a San Sebastián ha compiuto un mezzo miracolo, portando la squadra in Segunda División — un traguardo che mancava dal 1962 — prima di sbarcare in Germania.

Lì ha sconvolto la Bundesliga, trasformando definitivamente il “Neverkusen” in un Leverkusen vincente e dominante. Il suo è stato un percorso da “esploratore”, volto a validare una filosofia universale basata sul controllo spaziale.

Al contrario, Álvaro Arbeloa ha scelto la via del “custode”. Tornato nel club nel 2020, ha risalito tutta la trafila della Fábrica: Infantil A, Juvenil A, fino alla promozione al Castilla. Arbeloa non ha cercato gloria altrove; ha preferito studiare ogni singola venatura del marmo di Valdebebas. Ha plasmato i giovani talenti non solo tatticamente, ma ideologicamente, trasmettendo loro quel senso di appartenenza ferocemente difensivo e quel “mourinhismo” mai sopito che lo aveva reso l’idolo del Bernabéu.

Mentre Xabi studiava come cambiare il calcio europeo, Arbeloa studiava come preservare l’anima del Real Madrid.

Il ritorno di Xabi Alonso alla guida della prima squadra era stato accolto come l’inizio di una rivoluzione intellettuale. Tuttavia, il fallimento di Xabi non è stato un problema di risultati, ma di “traduzione” culturale. I veterani, abituati a una gestione più elastica e basata sui momenti, hanno mal digerito un calcio basato su troppi schemi e su un pressing continuo.

Xabi se ne va incompreso, forse deluso per non aver creduto, fino in fondo, che i suoi schemi potessero piegare la mistica del Bernabéu.

È ironico che sia proprio Arbeloa, il compagno di mille battaglie, a dover smantellare l’eredità dell’amico. La sfida sarà dimostrare che il Real Madrid non ha bisogno di un architetto, ma bensì di qualcuno che sappia gestire i tanti ego presenti nello spogliatoio.

 

Testo di Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.

Immagine di copertina tratta da Wikimedia Commons.