Tinariwen, deserti e Mali d’Africa

Tinariwen, deserti e Mali d’Africa

Gennaio 13, 2026 0 Di Luca Sisto

Alle porte di Bamako, una pompa di benzina ha smesso di fare il suo lavoro.

Le auto sono impilate una dietro l’altra, come cartacce di un ufficio della pubblica amministrazione negli anni ’70.

La radio dava Hayati dei Tinariwen, i deserti. I deserti del nord, dritto fino a Timbuctù, lungo la rotta dei Tuareg. Non ci si va più. Non c’è benzina. I maliani preferiscono abbandonare lì le auto, proseguire a piedi. Una tanica neppure a pagarla oro, e dire che costa più dell’oro, non quello nero, quello vero.

Il Mali di Saintfiet ha appena eliminato la Tunisia ai rigori. Le Aquile hanno retto l’urto in dieci, prima di volare via ai quarti contro i Leoni della Teranga – sempre in 10, vero Bissouma?  del resto, ubi maior minor cessat – traditi dal portiere Diarra, che contro le Aquile di Cartagine era stato l’eroe. It’s football.

A Bamako il governo dei militari non sa più che pesci prendere. Dopo il ritiro dell’esercito francese, si è affidato agli Africa Corps, i mercenari dell’ex gruppo Wagner. Che vergogna il richiamo nel nome ai corpi nazisti delle spedizioni in Libia durante la Seconda Guerra Mondiale (basta mettere la k al posto delle c). Si è sempre più a destra o a sinistra di qualcuno, vero Putin?

Le ribellioni Tuareg non smettono di falcidiare il nord. Tra il Nordafrica e l’Africa Subsahariana, c’è il deserto. Anzi, i deserti. Gruppi islamisti legati ad Al-Qaeda hanno il controllo di mezzo Paese, una guerra civile devastante. E hanno sequestrato camion carichi di benzina provenienti da Senegal e Mauritania, così che nessuno potesse scappare in auto.

D’altronde, è solo una delle sanguinose guerre che si stanno combattendo nel mondo, ma più precisamente in Africa. Perché Africa is (not) a Country, per citare qualcuno che ne sa.

Mentre le semifinali dicono Egitto-Senegal e Marocco (casa) – Nigeria, la radio passa ancora le chitarre e le percussioni del deserto dei Tinariwen.

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Undici giugno 2010. Lo scenario è il Soccer City Stadium di Johannesburg, gara d’apertura dei primi Mondiali in terra d’Africa fra i padroni di casa del Sudafrica e il Messico: è la partita del gol di Siphiwe Tshabalala, e da qualche parte il telecronista Peter Drurycome un novello Victor Hugo Morales con Maradona a Messico ’86 – decide di far entrare quel gol nella leggenda: “it’s “Tshabalalaaaa! Goal Bafana Bafana! Goal for South Africa! Goal for all Africa!”

Ma prima, prima c’è stata la cerimonia inaugurale. Sì, certo, quella di Shakira e di Waka Waka, con Piqué che se ne innamora e promette di rivederla in finale e ha ragione lui. Ma non solo.

Prima c’erano stati anche loro, i Tinariwen. Privi di uno dei membri storici, Iyad Ag Ghaly: aveva rinnegato la musica e la poesia per abbracciare la rivolta islamista e la Sharia, dopo aver partecipato alle ribellioni Tuareg negli anni ’90 e alla maledetta guerra per l’Azawad.

Oggi, Ag Ghaly è uno dei ricercati più pericolosi del mondo, condannato in contumacia dalla Corte Penale Internazionale. Dopo essere entrato nella diplomazia dei precedenti governi maliani e dopo aver stretto accordi in Arabia Saudita, ha lasciato tutto per diventare il numero uno di Al-Qaeda in Mali, riunendo le sigle dei principali gruppi islamisti. E la musica? Quella non la suona e non permette che si suoni più, per legge.

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E dire che un tempo era “un ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones”, il blues e il jazz mischiato con la sabbia del deserto.

E come i Beatles avevano John e Paul, i Tinariwen hanno avuto Iyad Ag Ghaly e Ibrahim ag Alhabib. Iyad l’ideologo, il guerrigliero con la chitarra convertito estremista. Ibrahim il leader silenzioso, il poeta, che aveva visto il padre morire per esecuzione sommaria quando aveva quattro anni, durante le ribellioni Tuareg dei primi anni ’60, quando il Mali era troppo giovane per sopportare.

Ma lui la chitarra non l’ha scambiata né per un machete né per un AK-47 ed è rimasto fedele alla musica. Esule dapprima in Algeria, raccolse nel deserto altri come lui e andò a suonare per il Colonnello Gheddafi in Libia, nei campi profughi dove venivano arrestati i combattenti che avrebbero integrato i movimenti di liberazione di mezza Africa.

Bismillah sembra lasciare le note dei Queen di Bohemian Rapsody per farsi “diavolo” e impadronirsi dei cuori irrigiditi dai troppi morti Tuareg.

Mentre il Mali si appresta a somigliare sempre più ad un altro Stato fallito, come la Libia, la Somalia, il Sudan, la nazionale delle Aquile e l’Europa macchiata dal peccato coloniale continuano ad integrarsi con i giovani di domani, nati e cresciuti nelle grandi accademie calcistiche, come la JMG – che sta per Jean-Marc Guillou, e che da Abidjan in Costa d’Avorio è migrata a Bamako. Politica, anche quella.

E col pallone fatto di stracci che rotola nel deserto, i Mali d’Africa continuano a raccontare, meglio che altrove, la storia originale dell’uomo, le cronache di vita e di morte di popoli, nazioni e nazionali. Di eroi e grandi perdenti, con i loro mille colori.

E con la statua di Lumumba distesa in lacrime, dopo interminabili minuti in piedi immobile, ad assurgere a simbolo di un continente mai davvero liberato, da Tangeri a Città del Capo, passando per Bamako e Kinshasa.

 

Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.

Immagine di copertina tratta da Wikimedia Commons.