Edoardo Venditti: un allenatore italiano alle Cayman

Edoardo Venditti: un allenatore italiano alle Cayman

Gennaio 18, 2026 0 Di Alessandro Sanna

Le Isole Cayman sono ampiamente conosciute per il loro status di paradiso fiscale nel Mar dei Caraibi. Le spiagge incantevoli e il giusto mix tra cultura caraibica e coloniale offrono le condizioni ideali per quello che è considerato un luogo da sogno.

Cerchiamo, però, di andare oltre i classici luoghi comuni e conoscere meglio la vita nel piccolo arcipelago caraibico attraverso la testimonianza di Edoardo Venditti, trentunenne originario di Anzio, che alle Isole Cayman vive e allena presso l’Accademy Sport Club.

Certo perché anche in questo caso, in un piccolo angolo di Mondo, il pallone rotola e scandisce la vita di tante persone.

Il calcio alle Isole Cayman

In un contesto multiculturale come quello delle Cayman, il calcio rappresenta soprattutto uno strumento sociale e comunitario più che un fenomeno di massa. La sua funzione principale è infatti quella di aggregazione sia tra i giovani che tra gli adulti ma resta comunque in secondo piano rispetto ad altri sport come basket e cricket.

Dal punto di vista strutturale, il calcio non è professionistico e, come accade in tantissimi altri contesti al mondo, i giocatori affiancano all’attività sportiva i più comuni lavori. I campionati sono due, una Premier League e una Seconda Divisione, Lega nella quale nella quale Edoardo svolge il ruolo di assistente allenatore per la squadra B dell’Academy SC.

La gestione e lo sviluppo del movimento calcistico fanno capo alla Cayman Islands Football Association, fondata nel 1966 e affiliata alla FIFA dal 1992. Attualmente la Nazionale occupa la posizione numero 195 sulle 210 totali del Ranking Fifa.

Oggi, l’obiettivo principale non può non essere quello di promuovere lo sport di base e la formazione giovanile, più che creare un’industria calcistica professionistica.

Edoardo, ti sei trasferito dall’Italia alle Isole Cayman. La tua vita quotidiana è scandita dalla passione per il calcio, passione che traspare dai tuoi canali social. Ma raccontaci un po’ da dove comincia il tuo percorso professionale.

“Il mio percorso professionale inizia all’Università di Cassino, dove nel 2016 ho conseguito la laurea triennale in Servizi giuridici per lo sport. Durante quegli anni ho avuto anche l’opportunità di lavorare presso il CUS Cassino, occupandomi dell’organizzazione di tornei sportivi e della gestione di un impianto di Calcio a 5.

Terminata la triennale, mi sono trasferito a Bologna per proseguire gli studi con la laurea magistrale in Sports Management. Qui ho avuto la fortuna di partecipare, tramite l’Università, al corso per Direttore Sportivo, con successivo esame ufficiale a Coverciano. Ad oggi sono regolarmente iscritto all’albo dei Direttori Sportivi italiani.

Durante l’ultimo anno di studi, in pieno periodo Covid, ho deciso di partire in Erasmus in Polonia, dove sono rimasto per circa nove mesi. Sono rientrato con un mese di anticipo a seguito di una chiamata per lavorare agli Europei. Era l’estate del 2021. Ho lavorato per circa due mesi con la UEFA come Venue Logistics Assistant, un’esperienza straordinaria che è poi proseguita a Milano con la Nations League nello stesso anno.

Conclusi gli eventi sportivi in Italia, mentre scrivevo entrambe le tesi (quella per il corso da DS e quella della laurea magistrale), sono tornato ad Anzio, dove vive la mia famiglia. È lì che ho mosso i primi veri passi nel mondo dell’allenatore di calcio, iniziando con le categorie Under 10 e Under 11, prima a Calcio a 5 e poi a 7. Sono stati due anni bellissimi, ricchi di crescita umana e sportiva”.

Per lasciare tutto e trasferirsi dall’altra parte del Mondo è necessaria una gran dose di coraggio, cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia e come è nata la possibilità di trasferirti alle Cayman?

“In realtà, la mia prima vera esperienza all’estero risale a prima dell’università. A 19 anni, nel 2016, mi sono trasferito in Australia, dove ho vissuto per due anni. Lì ho fatto davvero di tutto: corsi di inglese e lavori di ogni tipo. Il mio primo impiego è stato come cleaner, il classico addetto alle pulizie. La mattina lavoravo in un centro commerciale e la sera in una scuola elementare. Nel mezzo frequentavo una scuola d’inglese. Ho anche distribuito giornali. Una volta migliorata la lingua, sono passato a lavorare nel settore dell’ospitalità.

Rientrato in Italia per studiare, una volta concluso il percorso universitario sono ripartito, questa volta per gli Stati Uniti. Ho lavorato nei parchi Disney ed è proprio lì che ho sentito parlare per la prima volta delle Isole Cayman e delle opportunità che offrivano. Grazie a un lavoro nel settore dell’ospitalità sono riuscito a ottenere il visto per arrivare sull’isola. Dopo una sola stagione, grazie ai miei titoli, all’esperienza accumulata e a tanta determinazione, sono riuscito a entrare nel mondo del calcio locale, che è oggi il mio lavoro principale.

È difficile riassumere in poche parole quale sia stato il fattore determinante che mi ha spinto a lasciare l’Italia. Sicuramente vivere all’estero fin da giovane, soprattutto in un Paese come l’Australia, mi ha fatto percepire una grande differenza. In Italia, spesso, si ha la sensazione che “farcela” sia molto complicato, mentre in altri Paesi, se hai sogni e forza di volontà, ogni giorno sembra offrirti una possibilità in più.

Le Cayman, poi, rappresentavano l’ideale di un Paese in crescita, con svariate opportunità anche al di fuori del turismo. L’immagine che avevo era quella di un piccolo luogo da sogno. Mi sono chiesto come fosse vivere in paradiso e ho voluto scoprirlo in prima persona. Oggi, guardandomi indietro, posso dire che è stata una delle scelte migliori della mia vita”.

Rispetto all’Italia la qualità della vita com’è? Riesci o sei riuscito anche a fare il “turista”?

“L’isola non è grande e le attività sono più o meno sempre le stesse, ma se sai guardare bene c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Quando lavoravo nel campo dell’ospitalità avevo molto meno tempo per me, oggi invece la mia vita è più centrata sul mio benessere fisico e mentale.

In questo primo anno passato ho comunque avuto modo di vivere tante esperienze. Alla fine, se sai dove “cercare” le Cayman offrono davvero molto.

Ci sono però degli aspetti fondamentali da chiarire. Il primo è economico. Lavorando nell’ospitalità guadagnavo molto di più. Anche se il costo della vita qui è elevato, riuscivo a vivere con grande tranquillità. Con il calcio guadagno meno, ma vivo comunque più che dignitosamente. In Italia, con questo lavoro, sarebbe quasi impossibile. Quello che perdo economicamente lo guadagno in qualità della vita, libertà e minore stress.

Il secondo punto focale è che avendo viaggiato tanto in passato non sento più il bisogno di muovermi continuamente. La mia partita settimanale di footvolley e qualche bagno in mare durante la settimana mi fanno sentire più che un turista.

Infine, ho capito che la vera libertà nasce dalla disciplina e da una routine ben strutturata. Vengono prima la mia alimentazione, i miei allenamenti e il mio lavoro, che oggi non percepisco più come un sacrificio, ma come qualcosa che amo fare ogni giorno della mia vita”.

In tanti anni all’estero avrai cumulato un bagaglio culturale importante. Ogni Paese è però differente; ti chiedo quindi quale è stato il primo impatto con un contesto culturale differente dal nostro e se, nonostante la grande esperienza maturata, hai avuto delle difficoltà iniziali.

“Oggi, a 31 anni, con il bagaglio di esperienze che porto con me, posso dire di aver incontrato persone provenienti da ogni parte del mondo. Alle Cayman convivono culture molto diverse: inglesi, giamaicani, latini, europei, asiatici. È un Paese piccolo, circa 70 mila abitanti, e nella stessa giornata puoi ritrovarti a parlare con un miliardario e poche ore dopo con una persona che lavora come lavapiatti in un ristorante. È una sensazione particolare, diversa da quella vissuta in altri Paesi.

Dal punto di vista culturale, soprattutto nel calcio, le differenze si sentono. I giocatori locali hanno un’energia diversa rispetto ai ragazzi europei. Sono molto religiosi e, per certi aspetti, più rilassati, a volte persino pigri. Vanno motivati e stimolati costantemente. Io scherzo spesso dicendo che esistono due tempi: il tempo normale e il tempo caraibico. Qui tutto scorre più lentamente e ogni problema viene affrontato con un approccio che per noi europei è inizialmente difficile da comprendere, ma che col tempo impari ad apprezzare.

Quest’isola mi ha insegnato molto: posso controllare solo ciò che dipende da me, sul resto posso dare il massimo ma non sempre il risultato è nelle mie mani. Alla fine, però, ho imparato che tutti, indipendentemente dalla cultura, vogliamo la stessa cosa: sentirci apprezzati, visti e compresi. Un abbraccio a fine allenamento vale spesso più di mille parole”.

Hai accennato prima al fatto che spesso i calciatori necessitano di una forte motivazione per superare un senso di pigrizia e dare quindi il meglio. In questa realtà culturalmente differente in cui il calcio non è professionistico che tipo di rapporto si crea con i calciatori?

“Come società cerchiamo di lavorare con una mentalità professionistica, anche se il contesto non lo è ancora. L’obiettivo è crescere anno dopo anno, aggiungendo ogni volta un tassello in più. È chiaro però che, senza un contratto vero e una retribuzione, la percezione del calciatore cambia.

Noi allenatori, invece, viviamo il nostro ruolo da professionisti: siamo pagati per migliorare il movimento e renderlo più efficiente. Con i giocatori si crea un rapporto speciale. Ti vedono come un esempio, ti scrivono per chiedere consigli, ti ascoltano e ti stimano. Mi piace immaginare un gruppo che prima di tutto è fatto di amici. Quando questo non accade, lavoriamo comunque per creare senso di appartenenza verso il club e il nostro amato sport.

Il mix di culture rende il lavoro più complesso e richiede molta attenzione individuale ma è anche questo aspetto particolare che rende questa esperienza unica”.

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Dalle varie informazioni che ho raccolto e da quanto hai appena detto mi sembra di aver capito che l’obiettivo principale sia quello di far cresce il movimento dal basso. Come vedi il futuro calcistico delle Isole Cayman e quali sono gli aspetti che andrebbero sviluppati maggiormente?

“Vedo un movimento in crescita, lentamente ma in crescita. Il lavoro delle società e della Federazione è evidente. È molto motivante vedere giovani dell’accademia per la quale lavoro arrivare fino alla Nazionale delle Cayman. Questo rende il sogno concreto e spinge i ragazzi a dare di più.

L’influenza europea ha portato maggiore professionalità. Credo che l’introduzione di una Lega professionistica sarebbe il vero punto di svolta. Se ne parla sempre più spesso e potrebbe diventare realtà in un prossimo futuro, speriamo non troppo lontano. Serve forse un po’ più di grinta e chiarezza organizzativa, perché sono proprio questi aspetti a fare la differenza tra professionalità e professionismo. Resto comunque positivo. Il futuro può cambiare anche molto rapidamente”.

In chiusura ti pongo una domanda che all’apparenza potrebbe sembrarti banale. Guardandoti indietro rifaresti la stessa scelta di lasciare l’Italia o prenderesti una decisione differente?

“C’è un detto inglese che porto sempre con me: “Yesterday is history, tomorrow is a mystery”. Mi impongo di non guardare indietro con rimpianto. Se sono qui oggi è perché le mie scelte avevano un senso. Ho rinunciato a molto, ma questa vita mi ha dato tanto: quello che ho guadagnato deriva da un impegno personale costante e da una forte volontà.

Sarebbe stato bello lavorare in Italia, vicino alla famiglia ma non è la mia realtà. Oggi sono qui e non ho rimpianti. Questo Paese ha cambiato la mia vita in positivo, forse non per sempre, ma per ora è la scelta migliore che potessi fare”.

Alla fine di questo racconto, nel quale passato e presente sono stati al centro di tutto ti chiedo di provare a proiettarti nel futuro. Dove ti vedi tra qualche anno?

È una domanda che faccio spesso anche ai miei giocatori. La risposta che vorrei sentire da loro è quella che cerco sempre di dare a me stesso: “mi vedo più in alto e migliore di oggi”. Non so dove mi fermerò, ma so che voglio continuare a crescere. Forse in America, forse in Europa, forse ancora qui, ma con progetti sempre più ambiziosi.

Per la prima volta nella mia vita so di voler essere esattamente dove sono, senza fretta di cercare altro. L’obiettivo resta sempre uno: migliorare. Cinque anni fa, in un momento difficile della mia vita, mi sono promesso che ogni anno sarei stato meglio del precedente. E finora è andata esattamente così”.

 

Intervista a cura di Alessandro Sanna.

Alessandro Sanna è un insegnante, tifoso del Cagliari e del Newell’s Old Boys, esperto di calcio sudamericano.

Ha scritto tre libri: “Fantasie calcistiche rioplatensi: Storie di fútbol tra fantasia e realtà

¡Que viva el fútbol!: Storie, aneddoti e cronache delle più accese rivalità sudamericane”.

“Cagliari è celeste: storia di un amore mistico oltre il calcio”.

Fondatore della pagina, del Podcast e del canale twitch “Que Viva el Fútbol”. 

Immagine di copertina tratta dal profilo Instagram di Edoardo Venditti.

La redazione ringrazia Edoardo Venditti per la disponibilità e per la professionalità.