Brahim, l’arbitro e il cucchiaio guaritore

Brahim, l’arbitro e il cucchiaio guaritore

Gennaio 19, 2026 0 Di Luca Sisto

L’arbitro, il bomber e i fuggitivi. Una situazione grottesca a metà fra un B-movie da poliziottesco anni settanta e il finale thrilling di uno Spaghetti Western.

Un panenka calciato così male che una buona metà degli spettatori, vedendo Mendy raccogliere il pallone dal piede di Brahim, ha pensato si fossero messi d’accordo affinché la contesa non finisse lì.

Un clamoroso gol vittoria che ha portato al Senegal la seconda stella e gettato nella disperazione milioni di tifosi marocchini nel mondo, realizzato di mezzo collo sinistro dal centrocampista del Villarreal, nativo di un sobborgo di Parigi, Pape Gueye, in precario equilibrio (praticamente in scivolata) per un bump di Hakimi che lo inseguiva alle spalle, col pallone che si è trasformato in un missile all’incrocio imparabile per Bonou.

E una serie di episodi che a raccoglierli tutti insieme viene fuori la sensazione di un torneo con troppe falle, opportunamente disseminate qua e là fra retorica spicciola e pochissimo da ricordare quanto a calcio giocato.

L’onda lunga della finale della Coppa d’Africa è destinata a durare fino ai Mondiali, tra sanzioni e possibili squalifiche al Senegal e al CT Thiaw, che disertando la gara per venti minuti ha rischiato grosso.

L’edizione della AFCON in Marocco non era certo nata sotto una buona stella. E l’epilogo di questa Coppa, domenica 18 gennaio 2026, è stato probabilmente peggiore, dal punto di vista del drama, di qualsiasi più funesta aspettativa.

La pioggia non ha mai smesso di battere, ed è così dai playoff mondiali africani di novembre. La maggior parte delle gare ha sofferto di un tatticismo esasperato raramente visto in Coppa d’Africa. La posta in palio era alta per tutti, ma per il Marocco la pressione era forse oltre la soglia dell’umana tolleranza.

A 50 anni dall’unica vittoria in Coppa d’Africa, non c’è stato il repeat di quella che è, a tutti gli effetti, insieme all’altra finalista Senegal, la selezione più forte del continente. E a 4 anni dall’organizzazione dei Mondiali 2030, il Marocco si trova, all’indomani della finale più assurda della storia della competizione, con più interrogativi che certezze.

Non è stata, ovviamente, solo colpa degli organizzatori, né tantomeno dei calciatori in campo. C’entra sicuramente la follia di Brahim Diaz, così come la sceneggiata dei senegalesi, una roba da censurare in qualsiasi contesto, ma non così nuova come la retorica anti-africanista che ha attanagliato anche questa edizione della Coppa potrebbe far pensare.

C’entra senza dubbio l’arbitro congolese Jean Jacques Ndala Ngambo, mal coadiuvato da una chiamata che, dal VAR, all’ottavo minuto di recupero di una finale in quel momento senza reti, ma ben giocata e ben diretta, avrebbero potuto tranquillamente risparmiarsi. Del resto, a tutte le latitudini pallonare, dall’introduzione del VAR in poi, lo spazio per le decisioni di campo si è progressivamente ridotto a vantaggio degli uomini comodamente seduti in sala video.

Tinariwen, deserti e Mali d’Africa

Nel bel mezzo della tempesta, Sadio Mané era rimasto sul terreno di gioco pregando i compagni di non disertare la partita, contro il parere dell’allenatore Pape Thiaw, pesantemente redarguito sia dal suo contraltare Regragui che dal Presidente FIFA Infantino, conscio della figuraccia in mondovisione della CAF, la Federazione che meglio riesce a manovrare attraverso il fido Motsepe, – al netto della CONCACAF – dove non si capisce, da quando Trump è tornato presidente degli Stati Uniti, chi siano i manovratori e chi i pupazzi.

Al fianco della leggenda senegalese ex Liverpool (ora con Cristiano Ronaldo in Arabia Saudita all’Al-Nassr), si è materializzato un solo uomo. Lo stregone bianco per antonomasia, Claude Le Roy, storico allenatore di diverse nazionali africane, ivi compresi i Leoni della Teranga, e autentica leggenda dei Leoni Indomabili.

Le Roy ha cercato di riportare la calma e la ragione nell’ambiente senegalese andando direttamente dal suo uomo più rappresentativo e vincente. E ha battuto su due punti focali: anzitutto, Brahim avrebbe anche potuto sbagliare il rigore. E, in effetti, così è stato. In secondo luogo, fatto ancor più rilevante, disertare una competizione esattamente alla fine della stessa, avrebbe avuto conseguenze terribili sull’intera stagione che, non serve ricordarlo, porterà ai Mondiali americani.

Come se non bastasse, i calciatori senegalesi non erano gli unici a perdere la trebisonda. Fra l’incredulità dei marocchini e dei tifosi neutrali e degli addetti ai lavori presenti allo stadio Prince Moulay Abdellah di Rabat, i supporter senegalesi hanno tentato invano di invadere il campo, respinti con perdite dalla polizia marocchina, mentre le telecamere indugiavano opportunamente altrove.

A fine partita, Infantino se l’è presa solo con i senegalesi, augurandosi sanzioni esemplari soprattutto nei confronti di Mister Thiaw. Ma tutto questo tace le responsabilità di una federazione che ha tentato, attraverso le designazioni di arbitri compiacenti, di pilotare il Marocco – di per sé la nazionale favorita nonché Paese ospitante – verso una vittoria obbligata fin dalla prima partita contro le Comore, arbitrata in maniera piuttosto casalinga dallo stesso direttore della finalissima, rispolverato per l’occasione.

Inconsciamente, Brahim Diaz, dopo oltre venti minuti di sospensione, con l‘arbitro che sorrideva beffardo dopo aver fischiato due falli decisivi in tre minuti – uno offensivo che ha annullato un’azione da gol del Senegal e uno difensivo con l’ausilio del VAR per decretare il rigore per il Marocco – deve aver pensato che quel penalty non potesse essere il giusto epilogo della competizione. Il suo errore ha portato la gara ai supplementari e le sue lacrime, come la pioggia incessante, non laveranno mai l’onta di non aver saputo far fronte ad una responsabilità troppo grande. 

Brahim si è bloccato sul più bello, dopo 5 reti nelle prime 5 partite della competizione. Ma senza lui e Bonou il Marocco non sarebbe arrivato fin lì.

E che dire dello spettacolo triste dell’asciugamani di Edouard Mendy, difeso strenuamente, grazie al secondo portiere Yehvann Diouf, dagli attacchi dei marocchini, che tentavano di fare in modo che non potesse asciugarsi i guanti. Mezzucci risibili da torneo interscolastico del giovedì.

Senza menzionare l’intossicazione alimentare che ha colpito tre calciatori senegalesi, costringendoli a saltare la finale (Pape Matar Sarr, Krepin Diatta e Ousseynou Niang).

Insomma, non ci siamo fatti mancare nulla. Dalle critiche ambientali ai rigorini da VAR. Ma se nell’albo d’oro figurerà il Senegal, questa partita ci ha insegnato che nel calcio i trofei non sono sufficienti a ricordare con favore i vincitori. Che nello sport non è importante solo vincere, ma il come è altrettanto cruciale. Perché chi ha vissuto questi momenti ricorderà tanto le lacrime di Brahim Diaz, unica vera vittima sacrificale della farsa, psicologicamente devastato e inconsolabile, quanto i calciatori senegalesi usciti dal campo per venti minuti.

Per questo a Rabat, ieri sera, si sono salvati in pochi. E, forse, il rigoraccio di Brahim è stato il cucchiaino medicinale capace di guarire tutti, magicamente, dal delirio collettivo e riportare la meritocrazia sportiva al centro della finale di una meravigliosa – quanto bistrattata – competizione calcistica. 

 

Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia.