Amedeo Carboni: il mio calcio e il legame con Valencia

Amedeo Carboni: il mio calcio e il legame con Valencia

Gennaio 21, 2026 0 Di Philip Supertramp

Quando nel 1997 Amedeo Carboni lasciò la Roma per trasferirsi al Valencia, il calcio italiano viveva ancora l’ebbrezza dell’essere il centro del mondo.

Eppure, proprio mentre la sentenza Bosman spingeva molti suoi colleghi verso la piovosa Inghilterra, Carboni scelse una strada diversa, diventando uno dei pionieri italiani nella Liga.

Quella che doveva essere l’ultima tappa di un’onesta carriera si trasformò in un’epopea durata nove anni, culminata con il titolo di “Miglior club del mondo”.

Il passaggio alla capitale del Turia non fu un evento pianificato. “Realmente non mi aspettavo di avere una richiesta dall’estero,” esordisce Carboni. “Ne avevo due: una dal Blackburn Rovers di Roy Hodgson, che giocava la Champions League, e l’altra dal Valencia. In quel momento non avevo intenzione di andare via dalla Roma, con la quale avevo ancora un anno di contratto, anche perché mi ero rotto il tendine d’Achille e non ero in buone condizioni fisiche.”

A cambiare le carte in tavola fu l’agente Caliendo, che gestiva diversi calciatori al Valencia, tra cui Ortega, unito al consiglio di un vecchio amico, Víctor Muñoz.

Ma a decidere, alla fine, fu il cuore e la famiglia. Andai a vedere Blackburn. Nel centro della città c’era una fabbrica di carbone. Io ero infortunato, mia moglie incinta e avevamo già due figli piccoli. Portarli in un posto così non mi sembrava la migliore opzione di vita. Víctor mi disse che Valencia era la città ideale per riprendere e che lì volevano fare le cose in grande. Mi fidai di lui.”

L’impatto con la Spagna fu inizialmente caotico. Il Valencia di quegli anni era un cantiere aperto, con quindici nuovi acquisti e una panchina instabile. Dopo l’esonero di Jorge Valdano, il club chiese consiglio proprio a Carboni su Claudio Ranieri. “Ci voleva una mano ‘italiana’, una guida selettiva. Claudio è bravissimo a costruire i gruppi, sa individuare i giocatori giusti su cui fare affidamento,” spiega Amedeo.

Claudio Ranieri a Valencia: un’intensa storia d’amore

Ranieri ereditò una squadra di “giocolieri” e solisti, tra cui il leggendario Romario. “In quel periodo ci volevano quindici palloni la domenica per giocare; erano tutti talenti puri ma poco inclini al sacrificio. Ranieri fece una selezione importante e creò un gruppo solido.”

I risultati non tardarono ad arrivare: la qualificazione alla Coppa Intertoto (che Carboni ricorda come la vecchia Mitropa), la vittoria della stessa e, l’anno successivo, la storica conquista della Coppa del Re contro l’Atletico Madrid, battendo lungo il percorso Real Madrid e Barcellona. “Dopo quasi trent’anni di digiuno, vincere quel trofeo fu una grande avventura.”

Uno dei passaggi più interessanti del racconto di Carboni riguarda lo shock culturale tra Serie A e Liga. In Italia, la pressione è una cappa asfissiante; in Spagna, il calcio è vissuto con una leggerezza che inizialmente spiazzò il difensore toscano.

“In Italia c’è un silenzio tombale sul pullman. Arrivo in Spagna e vedo che, se si gioca la sera, a pranzo mangiano la paella. Sul pullman sembrava di stare in discoteca, nello spogliatoio musica a palla. Ci ho messo tre mesi a capire che quello ‘sbagliato’ ero io: non era una questione di scarsa professionalità, ma di mentalità.”

Questa libertà si rifletteva anche nel rapporto con i media: “Potevi andare a bere qualcosa con i giornalisti dopo la partita senza che il giorno dopo uscissero scandali inventati. Molti spagnoli infatti fallirono in Italia non per il gioco, ma perché non ressero quella pressione esterna.”

Giocare come terzino sinistro a livelli altissimi fino a 41 anni non è da tutti. “C’è sicuramente un fattore genetico, oltre a un importantissimo stile di vita. Considera che quando sono andato via da Roma a 32 anni, per tutti ero ormai al tramonto; invece in Spagna ho giocato altri nove anni a livelli altissimi. Penso sia una questione di mentalità e di star bene con se stessi, senza quella pressione ossessiva di dover performare a ogni costo. La filosofia di vita spagnola mi ha regalato questa longevità, supportata ovviamente da una buona base genetica.”

Nonostante la forma fisica, Carboni non dimentica la sfortuna con la Nazionale: “Ho perso il Mondiale di USA ’94 per la rottura del crociato e, dopo aver fatto l’Europeo nel ’96, mi sono rotto il tendine d’Achille proprio quando iniziavo il percorso con Cesare Maldini. In pratica, quegli infortuni mi hanno tolto la possibilità di partecipare a ben due campionati del mondo.”

In quegli anni la Liga era piena di fenomeni, ma Carboni ne ricorda uno su tutti: “Le battaglie più belle le ho vissute contro Luís Figo, ai tempi del Barcellona prima e del Real Madrid poi. Era un giocatore fortissimo, adoravo affrontarlo perché mi costringeva a restare concentrato per tutti i 95 minuti.”

Ma dietro la serenità spagnola c’era un rigore ferreo. Quando Héctor Cúper gli affidò la fascia di capitano dopo l’addio di Mendieta, Carboni divenne l’esempio per i giovani: “Io, Djukić, Deschamps… eravamo sempre i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarsene. Abbiamo insegnato il culto del lavoro a dei giovani che, senza dubbio, erano molto forti. Per giocare bene la domenica devi allenarti al 110% durante la settimana, abituando la mente alla fatica.”

Il Valencia di Cúper era una macchina perfetta: “Aveva un’impostazione tattica molto chiara, quasi ‘italiana’: pretendeva una fase difensiva impeccabile per poi colpire in contropiede. E aveva ragione, perché avevamo a disposizione giocatori estremamente rapidi, perfetti per ribaltare l’azione in pochi secondi.”

In quegli anni furono capaci di raggiungere due finali di Champions League consecutive. “La prima volta giocò a favore l’effetto sorpresa: non essendo un club blasonato, le grandi squadre ci presero un po’ alla leggera. Quando si accorgevano che eravamo un osso duro, ormai era troppo tardi. Il secondo anno, invece, fu ancora più bello perché non eravamo più la ‘Cenerentola’; tutti ci aspettavano al varco, eppure arrivammo di nuovo in fondo. Finire quella cavalcata ai rigori contro il Bayern fu un dolore immenso. Perdere due finali di fila, dopo aver sfiorato il tetto d’Europa, è stata veramente dura da digerire.”

La rinascita arrivò con Rafa Benítez, che portò una rivoluzione tattica e atletica. “Rafa portò un preparatore fisico incredibile che personalizzò il lavoro di ognuno di noi. Mi sono rigenerato. Allo stesso tempo cambiammo mentalità: non più difesa e contropiede, ma pressione alta nella metà campo avversaria.” Fu la chiave del successo.

Nel 2004 il Valencia raccolse tutti i frutti: non fu solo la stagione del Doblete — Liga e Coppa UEFA — ma il momento in cui il club fu ufficialmente nominato il migliore al mondo dalla IFFHS.

Centenario Mestalla: il cuore di Valencia

Trionfare davanti ai “Galacticos” del Real Madrid o al Barcellona di Ronaldinho o al “Superdepor” non fu un caso, ma il capolavoro tattico di un grande gruppo. “Eravamo una squadra che non aveva paura di restare alta. La cosa incredibile è che portavamo al gol tutti i giocatori. Il primo anno di Liga con Benítez, il nostro capocannoniere fu Rubén Baraja con soli nove gol. Questo fa capire che eravamo un grande collettivo.”

Se l’attacco era democratico, la difesa era un fortino inespugnabile basato su forza, intelligenza e velocità. “Difendevamo benissimo. C’era gente con grande esperienza e tatticamente perfetta. In porta c’era Cañizares, una garanzia. Davanti a lui eravamo un blocco unico: io, Marchena, Ayala, inizialmente Angloma, poi Curro Torres. E non dimentichiamo lo schermo protettivo: la coppia Baraja-Albelda a centrocampo era un muro invalicabile.”

Negli anni successivi, Valencia divenne una vera colonia italiana con gli arrivi di Di Vaio, Fiore, Corradi, Moretti e Tavano. Eppure, quasi nessuno riuscì a ripetere i livelli visti in Serie A. Secondo Carboni, il motivo fu culturale: “Diciamo che Marco Di Vaio è quello che ha fatto meglio con 11 gol, ma gli altri non hanno capito dove si trovavano. Non fu un problema di qualità, perché erano giocatori fortissimi, ma se a me e Moretti servirono mesi per capire che Valencia era un paradiso, gli altri non ci sono riusciti.”

A complicare le cose fu la gestione del secondo ritorno di Ranieri: “Cercò di inserire subito gli italiani al posto degli spagnoli che avevano vinto tutto. Questo creò un mezzo disastro nello spogliatoio e io mi trovavo nel mezzo a cercare di gestire la situazione.”

Il 7 maggio 2006, il Mestalla si alzò in piedi per l’ultimo saluto. Contro l’Atletico Madrid calava il sipario su una carriera infinita. Carboni aveva 41 anni, un’età che nel calcio sembra un’anomalia, ma che lui aveva raggiunto con la naturalezza di chi si sente ancora un ragazzino. “Sapevo che era arrivato il momento. Già in quell’ultima stagione pensavo al futuro; ogni lunedì andavo a Madrid per frequentare i corsi da direttore sportivo e agente FIFA. L’ultima partita fu un’emozione indescrivibile.”

Ma il tributo del pubblico non era solo per i trofei. Era per l’uomo che aveva scelto Valencia come sua nuova patria. “L’impronta che ho lasciato va oltre i successi. Credo che la gente mi apprezzasse perché ero uno dei pochissimi calciatori a vivere in pieno centro. Ero l’unico all’inizio, e questo mi ha permesso di vivere la città in maniera totale.”

Carboni non era il divo chiuso in una villa; lui Valencia l’ha camminata e celebrata. “Ho frequentato la vita cittadina, dalle istituzioni alla gente comune. Partecipavo alle feste, conoscevo tutti: dalla Sindaca Rita Barberá al Presidente della Regione. Ero diventato uno in più della città. Venivano a trovarmi politici e amici… ero veramente a casa mia. Per questo l’addio è stato qualcosa di tragico dentro, per il distacco, ma allo stesso tempo bellissimo. Un’esperienza umana totale.”

Anche se sono passati vent’anni da quando ha appeso le scarpe al chiodo, il cuore di Carboni soffre guardando il Valencia attuale. “Il club ha perso il suo prestigio. Ogni anno vendono i pezzi migliori per far quadrare i conti e la squadra lotta per non retrocedere. È un disastro.”

Anche sul fronte del “Nou Mestalla”, lo stadio incompiuto, Carboni vede uno specchio della crisi: “Lo stadio ripartirà per i Mondiali 2030, ma mancano gli investimenti tecnici. Mi dispiace moltissimo vedere una città così importante in questa situazione.”

Quel legame profondo spiega perché, ancora oggi, il nome di Amedeo Carboni a Valencia non evochi solo un grande terzino, ma un pezzo di storia della città stessa. Amedeo rimane l’esempio di come la dedizione possa sconfiggere il tempo. Ha marcato Figo, ha sfidato Maradona, Messi, il Fenomeno e CR7, ma soprattutto ha dimostrato che per un italiano il “paradiso” può trovarsi appena al di là del Mediterraneo, a patto di avere l’umiltà di cambiare musica nello spogliatoio e imparare a condividere una paella prima di una grande sfida.

 

Intervista a cura di Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia, Public domain.

La redazione ringrazia Amedeo Carboni per la gentile intervista e per la sua grande disponibilità.