Comu veni, si cunta
Gennaio 30, 2026Pomeriggio di domenica 25 gennaio 2026.
Allo stadio Pontelongo di Niscemi, i gialloverdi padroni di casa ospitano la corazzata Vittoria, per la diciannovesima giornata del girone B di Eccellenza – Sicilia. Dall’altra parte della città, è in corso l’evacuazione di 1500 persone, che trovano rifugio chi da parenti (i più fortunati), chi nelle residenze per anziani, chi nella palestra Pio La Torre, dove sono stati allestiti dei posti letto per far fronte all’emergenza, una parola che ricorre sistematicamente nella cultura politica italiana, così ottusamente contraria alla prevenzione.
Da giorni la terra trema. Una frana sta interessando il paese della piana di Gela dal 16 gennaio. E non è la prima volta.
Chi c’era nel 1997 giura che stavolta la situazione, nel quartiere di Sante Croci, è anche peggiore. Allora furono oltre 500, su un paese di meno di 25mila anime, le persone evacuate.
Vite interrotte. Abitazioni perdute per sempre, la Chiesa delle Sante Croci irrimediabilmente danneggiata e costretta alla demolizione. Molti degli edifici distrutti erano stati costruiti abusivamente oltre trent’anni prima, su un terreno la cui fragilità era nota da secoli.
Eppure, non un progetto di messa in sicurezza da allora è stato attuato, nonostante fiumi di danaro provenienti dai fondi del PNRR per la Sicilia. In un Paese come l’Italia in cui poco meno di un terzo del territorio è a rischio dissesto idrogeologico, ciò che sta accadendo ed è accaduto con la frana di Niscemi, pur senza vittime, è un monito per tutti.
E i cittadini sono vittime due volte: anzitutto per aver perso le proprie case e per quel senso di displacement che li condanna a continuare altrove una vita temporaneamente spezzata. In secondo luogo per la doppia morale mediatica e politica, tipica degli eventi catastrofici e drammatici al sud. Sembra di rileggere quel “fate presto” del Mattino successivo al terremoto dell’Irpinia. Ma presto è già troppo tardi.
Persino i media questa volta si sono svegliati tardi, intimiditi da una questione non da poco: come spiega il governo l’insistenza per la costruzione del famigerato Ponte sullo Stretto, quando è bastato il ciclone Harry a causare oltre due miliardi di euro di danni in Sardegna, Calabria e soprattutto Sicilia, in pochi giorni?
Una catastrofe dovuta chiaramente ai cambiamenti climatici e che è destinata a ripetersi con maggiore frequenza. Con tutta calma, la Premier Giorgia Meloni ha raggiunto Niscemi, facendosi immortalare mentre sorvola da un elicottero il paese, in parte franato su se stesso. Un’immagine in netto contrasto con quella che diede, nel 2023, lasciando tempestivamente il G7 in Giappone per farsi riprendere mentre camminava nel fango dell’alluvione in Emilia Romagna.
Paternalistica la prima: “è il sud, cosa vuoi sperarne? Terra di mafia e abusivismo; dobbiamo proprio fare qualcosa per questi poveracci?”, sembra recitare.
Attiva, presente la seconda, meno di tre anni fa in territorio emiliano: “sono qui per risolvere i vostri problemi sul campo, cari amici”. In una regione storicamente avversa al suo elettorato.
Eppure, la Sicilia è da sempre un feudo della destra. D’altronde, il siciliano di Fratelli d’Italia, Nello Musumeci, Ministro per la protezione civile e per le politiche del mare del Governo Meloni ed ex Presidente della Regione Sicilia dal 2017 al 2022, ci ha tenuto subito a dare la sua lettura dei fatti: “comu veni, si cunta, diciamo in Sicilia”. Come finisce la raccontiamo. Che, si badi, non è una frase nichilista e arrendevole nel dialetto e nella cultura sicula. Tutt’altro: è più una trasposizione dialettale del “carpe diem” oraziano.
Anche in questo caso, però, il messaggio che passa sembra più essere “come viene ce la prendiamo”, come se negli ultimi trent’anni nessuno sapesse. Come se nessuno potesse prevedere ciò che sarebbe accaduto.
Le indagini accerteranno colpe e mancanze, non è certo questa la sede. Lo scarico di responsabilità e la doppia morale sono un altro cavallo di battaglia tutto italiano.
Ma basti riflettere su un punto. Sono stati stanziati cento milioni di euro in prima battuta per far fronte ad un danno complessivo di due miliardi per il passaggio del ciclone Harry. L’ineffabile Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, che del Ponte sullo Stretto ha fatto la sua bandiera politica come per la lotta all’immigrazione clandestina (prima erano i meridionali, da buon leghista), ha immediatamente precisato che i fondi per il Ponte “non saranno dirottati verso le riparazioni dei danni causati dal ciclone”.
Questo in sintesi il suo intervento. Del resto, per quanto concerne il suo ramo di competenza nel governo, ovvero i trasporti e le infrastrutture, avrebbe potuto dire qualcosa riguardo le strade interrotte, le difficoltà nei soccorsi e negli approvvigionamenti. Nulla di tutto questo, ovviamente.
Ma dagli avvoltoi torniamo alle aquile. Quest’ultimo rapace è presente sullo stemma del gonfalone della città di Niscemi, insieme alla torre. Il centro storico, ricco di chiese e splendide architetture sette-ottocentesche, è a sua volta a rischio.
Mentre un intero paese rischia di scomparire, inghiottito dalla sua stessa terra, in sala stampa allo stadio Pontelongo, da poco ristrutturato e dotatosi di un eccellente terreno in erba sintetica, dirigenti e allenatore si interrogano sulla possibilità di continuare il campionato.
Il Niscemi sta disputando una discreta stagione da neopromossa, dopo aver stradominato il campionato di Promozione. Il Vittoria è in zona playoff e, a giudicare dai nomi in campo, punta alla promozione in Serie D, se non diretta, quantomeno passando per la lunga giostra dei playoff interregionali.
I niscemesi hanno appena prelevato dagli agrigentini del Kamarat il bomber giramondo – francese ed ex nazionale della Martinica (selezione aderente alla CONCACAF ma non alla FIFA, per motivi politici, come la “cugina” Guadalupa) – Yoann Arquin, che si rivelerà subito decisivo come il compagno di reparto Bojang, attaccante di origine gambiana già protagonista della scorsa cavalcata vincente in Promozione.
Dall’altra parte, il vantaggio inziale del Vittoria era arrivato grazie al 37enne Andrea Russotto, trequartista romano che ha ormai messo radici calcistiche in Sicilia da diversi anni.
Recente il suo passaggio a Siracusa, dove ha vinto lo scorso campionato di Serie D. Un passato in Serie A persino nel Napoli di De Laurentiis, quando il DS Pierpaolo Marino scommise su di lui per far rifiatare Lavezzi. Non andò benissimo, 15 presenze senza lasciar traccia nello score e un senso di incompiutezza generale, che l’avrebbe tormentato per tutta la sua pur rispettabile carriera.
L’uno – due firmato Arquin – Bojang (clamoroso il gol di quest’ultimo) permette ai gialloverdi di casa di mettere la freccia, ma il Vittoria riesce a pareggiare con Maletic dal dischetto per il definitivo 2-2.
Questo weekend è in programma la 20° giornata con Messana – Niscemi. Si giocherà regolarmente.
Per tutto il resto, comu veni si cunta.
Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia: la Chiesa delle Sante Croci danneggiata dalla frana del 1997. Fu successivamente demolita.


