La maglia strappata di Klaus Berggreen

La maglia strappata di Klaus Berggreen

Febbraio 5, 2026 1 Di Philip Supertramp

A Pisa, Corso Vittorio Emanuele II, è quella strada pedonale dove scorre il vento dell’Arno che arriva dal Ponte di Mezzo, si infila tra i negozi e ti schiaffeggia la faccia con l’umidità tipica delle giornate storte. Lì si trova il Bar Torino, dove sempre si respira l’aria di pasticceria e cappuccino, ma soprattutto dove il nerazzurro non è solo un colore, bensì una fede.

Posizionato strategicamente per accogliere chiunque arrivasse dal Ponte di Mezzo con una notizia fresca o un’imprecazione nuova, lì come ogni mattina, verso le 11, il bar si trasforma nel centro di gravità permanente delle discussioni nerazzurre.

Dietro il bancone, l’altare laico di Luciano: un poster incorniciato di Klaus Berggreen con la maglia numero 7 orgogliosamente strappata, reliquia di un calcio dove si picchiava sodo e si correva di più.

Il farmacista Martini, con il suo lungo camice bianco aperto, entrò a passo di carica, sventolando un pacchetto di ricette come se fossero prove giudiziarie. «O bimbi, ma l’avete sentito? Via Gilardino! Mandato al prato dopo il Sassuolo! Ma chi ci mettono ora, un altro scienziato della domenica?»

Renzo, il signore del Comune che ormai aveva la forma dello sgabello su cui poggiava da trent’anni, non staccò gli occhi dalla cronaca locale. «Era l’ora, Martini. Quello c’aveva la grinta di un bradipo sotto valium. Si è fatto mangiare la pappa in capo dai senatori. Ci voleva uno con le palle quadre, non un semi esordiente che vive ancora del mondiale del 2006.»

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Luciano fece battere il portafiltro sul marmo con un colpo secco che parve una fucilata. «Voi siete la rovina di questa città! Un giorno geni, il giorno dopo bidoni. Ma vi scordate il pareggio con l’Atalanta col gol di Durosinmi. O quando a San Siro eravamo sopra 2-0 con l’Inter? Lì Gilardino vi pareva il Messia, eh?»

Martini, aggiustandosi quel ciuffo di chi non si vuole arrendere alla caduta dei suoi capelli e con quel sorrisetto saputo di chi ha appena trovato l’errore in una ricetta medica: «Peccato che poi è finita 6-2, Luciano! Il Messia quel giorno s’era scordato i miracoli nello spogliatoio, mi pare. Ora arriva un giovane svedese. Me l’ha detto stamani un cliente mentre gli davo l’aspirina. Un biondino che pare uscito dritto dritto dalla pubblicità dell’Ikea. Com’è che si chiama? Hije… Hije…»

«Oscar Hiljemark!» sbottò Luciano, versando il caffe nella tazzina della lavazza. «E non lo chiamare ‘biondino’ come se dovesse montarti la scarpiera Malm in corridoio. Questo a vent’anni era capitano dell’Under 21 svedese campione d’Europa. Ha giocato nel PSV, nel Panathīnaïkos, nel Genoa….»

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«E allora se era così forte perché a trent’anni è già qui a fare il verso a Guardiola invece di correre?» sghignazzò Renzo, mentre cercava di cambiare pagina al giornale. «Per me è un pacco svedese, di quelli che quando apri la scatola mancano sempre le viti e le istruzioni sono in cirillico.»

Luciano sospirò, guardando il poster di Berggreen in cerca di una pazienza che non arrivava. «Ha smesso perché le anche gli sono andate in briciole, Renzo. Si è dovuto operare non so quante volte, ha provato a rientrare ma il fisico gli ha detto di no. Ma ha studiato, eh! Pensa che nella stagione 15/16, quando giocava nel Palermo di Zamparini, ha visto passare sei allenatori in un anno. Praticamente un viavai che manco al pronto soccorso il sabato sera! E lui, invece di deprimersi o darsi malato, girava sempre con un taccuino in mano. Segnava tutto: schemi, movimenti»

«Sarà» mormorò Martini, «ma stamani al banco dicevano che è arrivato anche uno alto che pare un levriero. Ieri l’hanno visto passare in Corso.»

«È Iling-Junior, non te lo ricordi alla Juve o al Bologna? Arriva dall’Aston Villa di Emery» sentenziò Luciano con la precisione di una Treccani. «Ha una gamba che se parte sulla fascia fa il solco come un vomere. Se lo svedese riesce a incastrarlo bene negli schemi, sabato ci divertiamo davvero.»

Renzo, con il suo maglione beige invecchiato male, scosse la testa con nostalgia canaglia: «Sarà, ma se c’era Anconetani ci portava con una chiamata il nuovo Simeone dall’Argentina, mica questi inglesi. Romeo andava in aeroporto e tornava con uno che ti azzannava le caviglie solo a guardarlo.»

«Speriamo bene comunque» concluse Renzo, facendosi cupo in volto, «perché sabato non è una partita qualunque. C’è l’Hellas Verona. Quelli sono ultimi come noi a 14 punti, è uno scontro tra disperati. E non è solo questione di classifica. Noi siamo qui, col pugno alzato e il cuore a sinistra, e loro sono… beh, lo sanno tutti da che parte pendono a Verona, altro che la torre. È una guerra di religione, Luciano.»

«Appunto», chiuse il Martini, bevendosi il suo caffè. «Sarà meglio che lo svedese monti bene il mobile rapidamente. Se perdiamo in casa contro quelli, il taccuino non gli servirà a nulla: lo mandiamo a fare un bagno in Arno direttamente dal Ponte di Mezzo, senza passare per le istruzioni di montaggio.»

 

Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia.