Alberto Pizzinato: l’impostore
Febbraio 24, 2026Un fax spedito da un fantomatico agente, una frontiera varcata con una medaglia d’oro (inventata) al collo, una falsa chiamata da parte di un Pallone d’Oro: nella storia del calcio sono esistiti impostori talmente bravi da riuscire a far credere ciò che in realtà non fossero.
Il più grande calciatore a non aver mai giocato a calcio
Il caso ovviamente più famoso fu quello del brasiliano Carlos Henrique Raposo, meglio conosciuto come “Carlos Kaiser”, un vero e proprio artista della truffa, che ingegnò diversi stratagemmi e messe in scena pur di non scendere in campo con le tante squadre professionistiche con cui aveva firmato un contratto.
La sua storia ha varcato i confini brasiliani e ha ispirato un film-documentario diretto da Louis Myles e un libro di Rob Smyth, entrambi intitolati “Kaiser!: The Greatest Footballer Never to Play Football”.
Carlos Kaiser viene visto con un pizzico d’invidia e molta ammirazione: il brasiliano ha infatti compiuto il sogno di molti, ovvero godere dei privilegi e lo status sociale di un calciatore professionista, senza la necessità di scendere in campo.
Ali Dia: il finto cugino di Weah
Meno ingegnoso, ma altrettanto intraprendente, fu Ali Dia, un modesto calciatore senegalese che si spacciò nientemeno per il cugino di George Weah, ottenendo grazie a una falsa telefonata un contratto di un mese con il Southampton.
Ali Dia si fece passare come ex giocatore del PSG e della nazionale del Senegal: nessuno ovviamente pensò al fatto che Weah fosse liberiano e non senegalese, visto che i Saints in quel momento erano in crisi di risultati e decimati dagli infortuni, ed avevano bisogno come il pane di forze fresche.
Questo fece si che Ali Dia venisse catapultato direttamente in panchina – senza essere stato visionato in precedenza – nella sfida fra Southampton e Leeds. Nella prima parte di gara, poi, il tecnico Graeme Souness venne costretto a fare un cambio e, per sorpresa di tutti, lo scozzese decise di lanciare nella mischia il nuovo acquisto.
Bastarono 53 imbarazzanti minuti di gioco per smascherare la bugia di Ali Dia, che venne a sua volta sostituto prima della fine del match. I Saints gli stracciarono ovviamente il contratto, e il senegalese tornò a giocare nelle serie minori inglesi.
Il fax-sario piemontese
Un altro che tentò di farsi largo nel calcio d’oltremanica a suon di frottole fu l’italiano Alessandro Zarrelli, un piemontese che si specializzò nel falsificare fax, nei quali veniva raccomandato ai vari club inglesi da un fantomatico agente – naturalmente inesistente – con annesso curriculum taroccato.
In maniera alquanto furba, Zarrelli non puntò al pesce grosso della Premier League, ma provò con vari club delle categorie minori – non solo in Inghilterra ma anche in Irlanda, Scozia e Galles – in teoria più abbindolabili per assenza di scouting e conoscenza del calcio internazionale.
Al contrario di Carlos Kaiser, che per tutta la carriera se la ingegnò in ogni maniera per non scendere mai in campo, come con Dia anche con Zarrelli la prova sul rettangolo di gioco fu uno scoglio insormontabile.
Tuttavia, il giovane piemontese – scomparso nel 2018 a seguito di un incidente stradale – non si perse mai d’animo, insistendo e perseverando. L’eco dei suoi maldestri tentativi arrivò fino a Sky, che nel 2006 lo smascherò definitamente in un episodio di Super Fakes, programma solito a scoprire falsificazioni di alto livello in differenti settori.
La figuraccia televisiva, anziché stroncare le ambizioni di Zarrelli, lo liberò invece dalla necessità di mentire, aiutandolo così ad avviare una – pur sempre modesta – carriera nelle serie amatoriali britanniche.
Ma Zarrelli non è stato l’unico italiano che provò a farsi largo nel mondo del calcio a suon di menzogne.
L’olimpionico azzurro: la truffa di Alberto Pizzinato
Nell’estate del 1948, alla frontiera de la Junquera, nel nord della Catalogna, si presentò un misterioso personaggio dall’aspetto debilitato, con i vestiti impolverati e consumati.
I doganieri si guardarono perplessi: in quegli anni molti spagnoli – soprattutto catalani – cercavano di compiere il percorso inverso, ovvero lasciare il proprio Paese per andarsene in Francia. Era raro vedere qualcuno così disperato da voler entrare in Spagna.
Il tipo dichiarò di chiamarsi Alberto Pizzinato, di avere 29 anni, di aver vestito la maglia dell’Ambrosiana Inter, di aver giocato a lungo assieme a Silvio Piola e fatto parte della nazionale olimpica italiana, medaglia d’oro a Berlino nel 1936.
Germania-Spagna dal 1935: una sfida con quasi 90 anni di storia
Secondo il suo fantasioso racconto, sul finire della Seconda Guerra Mondiale era stato arrestato dai comunisti, che lo avevano accusato di essere un collaboratore del regime fascista.
Successivamente si era trasferito nel Lussemburgo prima di raggiungere a piedi il territorio spagnolo.
Giocatore professionista italiano e profugo che fuggiva dai comunisti: due caratteristiche perfette per essere accettati a braccia aperte nella Spagna franchista.
L’italiano venne mandato così in una carcere di Barcelona. Non come prigioniero, bensì come ospite con trattamento speciale. Nel frattempo, negli ambienti calcistici si sparse la voce della sua presenza, accendendo l’interesse dei club locali: Figueres, Girona e ovviamente Espanyol e Barcelona.
Sofascore, Transfermarkt o Wikipedia erano nel 1948 solo parole prive di significato, e senza la possibilità di una verifica, il racconto di Pizzinato passò per buono.
Il club più lesto fu l’Espanyol: il 12 agosto 1948 il Mundo Deportivo aprì la prima pagina annunciando il “fichaje” di Pizzinato da parte del club biancoceleste. Anche Marca celebrò l’acquisto dedicando a Pizzinato un ampio servizio.
Mancava ancora un mese all’inizio della Liga, perciò Pizzinato chiese di poter godere di un regime alimentare speciale per rimettersi in forma. La guerra e le successive disavventure lo avevano debilitato nel fisico e l’Espanyol accettò la sua petizione.
Una volta ripresi i chili persi, Pizzinato venne finalmente incorporato agli allenamenti. Pure in questo caso, pretese un periodo di tempo per riacquistare la “gamba”, limitandosi all’attività atletica in solitario ed evitando il contatto con il pallone.
C’era ovviamente nell’ambiente molta eccitazione intorno alla sua figura. Non capitava certo tutti i giorni di avere in squadra un asso del calcio italiano, anche se fermo da due anni.
Malgrado negli anni Quaranta, in Liga, non fosse mai andato oltre il quinto posto, nello stesso periodo l’Espanyol si era messo in evidenza nella Coppa del Generalissimo, vincendo l’edizione del 1940, disputando due finali ed arrivando alle semifinali in un paio di occasioni.
L’innesto di Pizzinato avrebbe potuto un salto di qualità alla squadra e permettere di chiudere il gap con le grandi di Spagna, in primis con i rivali cittadini del Barcelona, che giusto la stagione precedente avevano vinto la Liga.
Per questo il tecnico Pepe Espada non vide di buon occhio il fatto che Pizzinato si limitasse a corricchiare ed esercitarsi da solo a bordo campo. Il mister biancoceleste era impaziente per poterlo ammirare all’opera, e in più di una volta gli aveva chiesto di unirsi al resto dei compagni. L’italiano si era però sempre negato, spiegando di non essere ancora pronto.
Alla fine, Espada perse definitivamente la pazienza, e lo obbligò a partecipare a una partitella. Fu in quel momento che il castello di bugie crollò: Pizzinato non aveva mai toccato un pallone in vita sua, e tutto quello che aveva raccontato era stato frutto della sua fantasia. Probabilmente anche le proprie generalità.
Mentre i vari Kaiser, Ali Dia, o Zarrelli erano stati infatti mossi da ambizione personale, Pizzinato aveva invece agito per disperazione. La fame e la miseria del dopoguerra lo avevano portato a inventarsi tutto pur di riuscire a mettere qualcosa fra i denti.
Lasciato l’Espanyol, il misterioso Pizzinato si riprese l’anonimato e di lui si persero le tracce, letteralmente svanito nel nulla. La sua storia non è stata però dimenticata: da un lato la “fregatura” storica presa dall’Espanyol, da un altro una testimonianza di quello che un uomo disperato possa essere capace di fare per sopravvivere.
Testo di Juri Gobbini. Autore della pagina Facebook Storia del Calcio Spagnolo, del libro “Dalla Furia al Tiki-Taka” (Urbone Publishing) e de “La Quinta del Buitre”.
Immagine di copertina tratta dal Mundo Deportivo.


