Saltare oltre le barriere: la storia di Aída dos Santos
Marzo 7, 2026Tra razzismo, povertà e discriminazioni di genere, la pioniera dell’atletica brasiliana trasformò la sua impresa olimpica in un simbolo di empowerment femminile.
Quando nel 1964 la delegazione brasiliana partì per i Giochi olimpici di Tokyo, tra quasi settanta atleti c’era una sola donna. Si chiamava Aída dos Santos. Aveva ventisette anni, era nera, veniva da una favela di Niterói e non aveva allenatore, medico o attrezzature adeguate.
Pochi giorni dopo, sarebbe diventata la prima donna brasiliana a raggiungere una finale olimpica nell’atletica leggera.
Aída nacque nel 1937 e crebbe nel Morro do Arroz, una comunità povera della città di Niterói, stato di Rio de Janeiro. La sua era una famiglia numerosa: il padre faceva il muratore, la madre la lavandaia. Il denaro era sempre poco e, come molti bambini del quartiere, Aída iniziò a lavorare molto presto per aiutare in casa.
La mattina andava a scuola, il resto della giornata lo passava lavorando come domestica presso altre famiglie. Lo sport non era previsto nei progetti di vita di una ragazza povera.
Eppure proprio nello sport Aída trovò uno spazio inatteso di libertà.
Il suo primo amore fu la pallavolo: “non sapevo nulla di atletica, mi piaceva molto la pallavolo, ma a quel tempo i neri non giocavano a pallavolo”, ricorda.
Ogni volta che poteva, scendeva dal Morro per allenarsi al complesso sportivo Caio Martins. Ma quelle partite furono anche il suo primo confronto con il razzismo. Durante una gara, dagli spalti qualcuno gridò: “esci da lì, il tuo posto è in cucina!”
Alla fine della partita Aída prese il microfono e rispose davanti a tutti: “il mio posto è in cucina, in salotto, in camera, ma anche su un campo sportivo!”
L’atletica arrivò quasi per caso. Una sua amica si allenava allo stadio e le dava un passaggio in bicicletta per tornare a casa. Un giorno, mentre aspettava che l’allenamento finisse, qualcuno le chiese di provare il salto in alto.
Aída non aveva mai saltato prima. Non conosceva la tecnica, non aveva mai visto un allenamento vero. Al primo salto della sua vita superò subito 1 metro e 40 centimetri, una misura vicina al record dello stato di Rio.
Poco dopo partecipò alla sua prima gara ufficiale. Tornò a casa con una medaglia e con il record dello stato di Rio de Janeiro. Ma la reazione del padre non fu quella che aveva immaginato: le chiese se avesse portato soldi. Quando Aída rispose di no, lui le disse che una medaglia non riempiva la pancia. Invece di festeggiare, la picchiò con violenza.
Per una famiglia povera lo sport era una perdita di tempo. E per una ragazza lo era ancora di più.
Aída continuò comunque. Nel 1959 arrivò il record Sudamericano giovanile. Atleta del Fluminense fino ad allora, fu invitata a entrare nel Vasco da Gama e iniziò ad allenarsi a Rio de Janeiro. Il club le dava i soldi per pagare l’autobus, ma spesso quei soldi finivano per comprare pane e zucchero per la famiglia. Così capitava che non potesse andare agli allenamenti. Paradossalmente, anche senza allenarsi con regolarità, continuava a vincere le gare. Il talento era evidente.
All’inizio degli anni Sessanta arrivarono anche i primi risultati internazionali: vinse il campionato sudamericano del 1961 a Lima e l’anno successivo conquistò l’oro ai Giochi iberoamericani di Madrid. Il mondo dell’atletica iniziava a conoscere il nome di quella giovane atleta brasiliana.
Si qualificò per i Giochi Olimpici di Tokyo 1964, diventando la terza donna di colore a rappresentare il Brasile alle Olimpiadi, dopo Melânia Luz a Londra 1948, e Wanda dos Santos, a Roma 1960.
Aída pensava che la sua vita sarebbe cambiata. In un certo senso fu così, ma non nel modo che immaginava. Arrivata in Giappone scoprì di essere l’unica donna della delegazione brasiliana. Non aveva allenatore, né fisioterapista, né medico. Non ricevette nemmeno una divisa ufficiale per la cerimonia di apertura. Anche le attrezzature erano un problema. Non aveva le scarpe chiodate per il salto e dovette arrangiarsi con ciò che riuscì a trovare.
In Brasile si allenava correndo sulla terra battuta e saltando in una buca di sabbia. I sostegni dell’asticella erano due pali con chiodi e al posto della barra regolamentare c’era un tubo dell’acqua.
Eppure Aída iniziò la gara con determinazione. Superò una dopo l’altra le misure delle qualificazioni e conquistò un posto nella finale olimpica. Era la prima volta che una donna brasiliana riusciva in un’impresa del genere.
Durante le eliminatorie si infortunò alla caviglia. Non ricevette assistenza dalla sua delegazione. A notare che zoppicava fu un’atleta cubana, che chiamò il medico della sua squadra. Furono loro a curarla e a permetterle di tornare in pedana.
Nella finale Aída continuò a sorprendere. Superò le prime misure al primo tentativo e rimase a lungo tra le migliori atlete della gara.
Quando arrivò a 1 metro e 74 centimetri era ancora in lotta per il podio. Alla fine, concluse al quarto posto. La medaglia di bronzo della sovietica Taisija Čenčik sfuggì di pochi centimetri.
Per Aida la differenza fu semplice: le mancava un allenatore che potesse darle indicazioni durante la gara.
Quando uscì dallo stadio non aveva ancora realizzato cosa fosse successo. Solo tornata al villaggio olimpico gli altri atleti brasiliani le spiegarono l’importanza di quel risultato: era diventata la quarta miglior saltatrice del mondo.
Il quarto posto di Tokyo rimase il miglior risultato olimpico femminile del Brasile per oltre trent’anni.
Al ritorno fu accolta con entusiasmo dai tifosi e dalla stampa, ma Aída non nascose mai ciò che aveva vissuto: raccontò la mancanza di supporto, le difficoltà e l’isolamento durante i Giochi.
La sua sincerità non piacque ai dirigenti sportivi e, anni dopo, contribuì alla sua esclusione dalle Olimpiadi del 1972. Ai Giochi seguenti però, nel 1968 in Messico, Aida era la grande speranza del Brasile, ma si strappò un muscolo della coscia durante la preparazione. Ciononostante, gareggiò nel pentathlon arrivando ventesima. All’epoca, solo Aida e altre due donne facevano parte della delegazione brasiliana, composta da 84 atleti.
Proprio nel pentathlon conquista due medaglie di bronzo ai Giochi Panamericani di Winnipeg nel 1967 e di Cali nel 1971.
In un’intervista di qualche anno fa, Aida ha raccontato di una conversazione avuta con l’allenatore della nazionale statunitense poco dopo le Olimpiadi del 1964: “il loro allenatore venne in Brasile e mi cercò. Mi chiese se avessi uno psicologo. Scoppiai a ridere. Se non avevo nemmeno un allenatore alle Olimpiadi, come avrei potuto avere uno psicologo? Quando quest’uomo vide il luogo in cui mi allenavo, le condizioni, rimase inorridito. Mi invitò ad allenarmi negli Stati Uniti e a studiare con una borsa di studio, ma i miei genitori non me lo permisero. Più tardi, ai miei figli, dissi: ‘Io non ci sono andata, ma voi ci andrete”.
Parallelamente alla carriera sportiva Aída investì nello studio. Ottenne lauree in Geografia, Pedagogia ed Educazione fisica e diventò insegnante e allenatrice.
Negli anni successivi lavorò nelle università e come direttrice della sezione atletica del Boafogo e del Vasco, contribuendo alla formazione di nuovi atleti. Nel 2006 fondò anche l’Instituto Aída dos Santos, dedicato a offrire opportunità sportive e educative a bambini e adolescenti provenienti da contesti difficili, convinta che lo sport non fosse solo competizione, ma uno strumento di cittadinanza e di crescita.
Lo sport rimase centrale anche nella sua vita familiare. Aída ebbe tre figli Sérgio, Patrícia e Valeska. Quest’ultima, conosciuta come “Valeskinha”, seguì una carriera nel volley che la portò fino alla nazionale brasiliana e alla medaglia d’oro olimpica ai Giochi di Pechino 2008.
Quando conquistò l’oro, Valeska raccontò che quella vittoria apparteneva anche alla madre: senza il suo esempio, disse, il suo percorso sportivo non sarebbe mai esistito.
La figura di Aída dos Santos è stata progressivamente rivalutata e celebrata. A Niterói, la città dove è cresciuta, il complesso sportivo del campus Gragoatá della Universidade Federal Fluminense è stato ristrutturato ed è oggi il Complexo Esportivo Aída dos Santos. Nel 2009 le è stato conferito il Diploma Mondiale Donne e Sport, un riconoscimento speciale del Comitato Olimpico Internazionale.
La storia di Aída dos Santos è quella di una donna che ha attraversato razzismo, povertà e discriminazione di genere in un contesto difficile per una donna che volesse fare sport. Allora in Brasile era in vigore il Decreto Legge 3.199, che stabiliva che “alle donne non sarà consentito praticare sport incompatibili con le condizioni della loro natura”, revocato solo nel 1979.
Nel 1965, il governo militare approvò un regolamento che stabiliva che alle donne non era consentito “praticare alcun tipo di combattimento, calcio, futsal, beach soccer, pallanuoto, polo, rugby, sollevamento pesi e baseball”, ma che, nonostante diverse restrizioni, consentiva di praticare altri sport.
In quel contesto una ragazza nera proveniente da una favela riuscì a diventare finalista olimpica senza allenatore e senza sostegno istituzionale.
Per questo la sua impresa non è soltanto una pagina dello sport brasiliano. È anche la storia di una strada aperta per tutte le atlete che sarebbero venute dopo.
Una storia che dimostra come, a volte, il risultato più importante non sia una medaglia. Ma la possibilità di cambiare il futuro.
Testo di Davide Tuniz. Giornalista, scrittore ed esperto di Brasile e Sudamerica, Davide collabora attivamente con Sottoporta – Il Calcio Internazionale e ha contribuito a numerosi articoli per Football and Life.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia (Public Domain).


