Vincerà l’Italia in Bosnia?
Marzo 29, 2026Il sole di lunedì mattina faticava a scaldare Corso Vittorio Emanuele II, tradito da quel venticello primaverile che arrivava dritto dall’Arno: un’aria ambigua, di quelle che non sai mai che giacchetto metterti e finisci per avere freddo all’ombra e sudare al sole.
All’interno del Bar Torino, la teca della maglia di Klaus Berggreen sembrava l’unica certezza in un marzo che non si decideva a sbocciare. Luciano, dietro il bancone, stava finendo di caricare i cornetti quando un’ombra familiare si materializzò nel varco dell’entrata.
Entrò il dottor Martini, impeccabile nel suo camice nuovo del lunedì, bianco accecante e stirato alla perfezione. Profumava di bucato e amido, pronto per una nuova settimana in farmacia.
«Buongiorno Luciano. Un espresso dei tuoi. Ne ho bisogno, perché stamani sono già arrivati due clienti carichi di ricette che parevano l’elenco della spesa di un reggimento. Pigliano così tante pasticche che non sanno nemmeno loro cosa mandano giù e perché, se per il cuore o per il callo del piede!» esordì il farmacista.
Luciano, mentre agganciava il braccetto alla macchina, si portò una mano alla nuca con una smorfia. «Dottore, meno male è arrivato. Mi deve dare qualcosa per la cervicale, non scherzo. Sabato sera per il Capodanno Pisano sono rimasto quindici minuti col naso all’insù a guardare quei droni sopra il Ponte della Fortezza. Bellissimi, per carità, la Croce di Pisa illuminata e la scritta 2027 che brillava nel cielo sopra l’Arno parevano un miracolo digitale, ma a una certa età stare a guardare le stelle costa caro. Mi sembra d’avere un bullone conficcato tra le scapole.»
Martini annuì con estrema circospezione professionale, sistemandosi il colletto del camice profumato. «Guarda Luciano, la tecnologia richiede sacrifici, ma per il tuo collo c’è rimedio. Passa più tardi in farmacia: ti do un Moment per sfiammare subito e un tubetto di Voltaren da massaggiare stasera. Vedrai che con quello domattina sei come nuovo.»
Proprio mentre Martini finiva la frase, si sentì il rumore secco di un cavalletto battuto sul marciapiede. Era Baye, che lasciò la sua bicicletta lì davanti.
Baye era il senegalese più famoso di Pisa: lo conoscevano tutti, dai lungarni fino a Cisanello. In città si diceva che gli mancasse solo di candidarsi a sindaco per vincere le elezioni a mani basse, tanto era benvoluto e chiacchierone. Aveva una felpa nera col cappuccio e, sotto, la maglia verde del Senegal con quelle due stelle gialle che brillavano più dei droni di Luciano.
«Buongiorno belli!» urlò Baye. Luciano lo guardò di traverso mentre puliva il bancone. «O Baye, meno spirito e guarda di star schisato, che con quelle due stelle sulla maglia oggi rischi grosso. Ma lo sai che te l’hanno tolta l’ultima Coppa d’Africa? L’hanno data ai marocchini perché siete usciti tutti dal campo in finale tranne Mane, povero cristo. Toglile quelle stelle, sennò se ti vedono i marocchini del quartiere si arrabbiano di brutto e ti fanno correre fino a Marina!»
Dall’angolo buio del bar, Renzo diede una manata sul tavolo che fece saltare lo zuccheriere. «Ma basta con queste storie di stelle! Ma vi rendete conto di dove siamo finiti? Siamo passati dal ‘Beppe, andiamo a Berlino’ a ‘Ragazzi, andiamo a Zenica’. Dalla Porta di Brandeburgo a una fossa dei leoni in Bosnia. Mi fa venire il travaso di bile solo a guardare la formazione. Ormai è diventata l’Inter B. Tutto questo blocco Inter… si stava meglio quando il blocco era della Juventus, almeno si sapeva come difendere il Fortino e poi lì davanti c’era Alex o Baggio a inventare. E ora, dopo il caso Bastoni, ci si mette pure Dimarco che ha esultato al gol della Bosnia contro il Galles! Ma si può?»
Luciano terminò di preparare il caffè e, con un gesto attento per non scottarlo, lo servì al dottor Martini. Il farmacista prese la tazzina bollente, scuotendo la testa alle parole di Renzo. «Renzo, mi hanno detto stamattina che Locatelli è stato visto a cena con tutti quelli dell’Inter. Ormai il clima è quello. Vediamo se il prossimo anno se ne va anche lui a Milano e chiudiamo il cerchio. Io, se proprio devo dirla tutta, vorrei vedere Pio Esposito titolare. Altro che Retegui! Da quando è andato a giocare in Arabia Saudita s’è perso… almeno Esposito ha quella fame, quella voglia di spaccare il mondo che serve in certe bolge.»
«Ma che Esposito!» ringhiò Renzo, scuotendo il capo con rassegnazione. «Io ho paura, Luciano. A me Bosnia o Macedonia mi sembra tutto uguale, quella vecchia scuola della ex Jugoslavia che non ti fa respirare. A me Zenica ricorda la Macedonia e l’eliminazione con Ventura… mi vengono i brividi solo a pensarci, sento già il profumo della disfatta.»
Luciano si voltò verso la cornice di Berggreen, che sembrava osservarli con la solita grinta scandinava, quella che sperava che Gattuso potesse trasmettere martedì ai suoi calciatori.
«Ascoltate a me,» disse il barista con tono solenne. «Quando gioca la Nazionale non esistono colori, si soffre tutti insieme. La Nazionale è più forte di tutto, è un sentimento che va oltre i petardi di Zenica o i blocchi dei club. Però occhio, perché lì c’è Dzeko. Lo so che alla Fiorentina non ha fatto nulla, pareva un pensionato sul Lungarno, ma da quando è andato allo Schalke è rinato: sei gol in otto partite! E al Galles l’ha purgato lui col gol decisivo. Quello a Zenica si trasforma in un mostro d’area di rigore.»
Il dottor Martini sospirò, soffiando sul caffè. «Mio figlio proprio ieri m’ha chiamato da Madrid, è esasperato. Si è rotto di sentirsi chiedere dagli spagnoli se salteremo il terzo Mondiale di fila. Vuole regalare ai figlioli la maglia dell’Italia, non quella di Pedri o Yamal. Vuole che sappiano cosa significa essere italiani.»
Luciano annuì, pulendo il bancone con un colpo secco. «E allora vinciamo questa partita, per lui e per tutti gli italiani che sono all’estero e che portano il tricolore nel cuore. Andiamo a Zenica, ma portiamoci l’elmetto, che stavolta i droni del Capodanno non ci illumineranno la via. Lì troveremo un inferno: ci saranno novemila bosniaci infuriati ad aspettarci, pronti a sommergerci di fumo e urla con i loro fumogeni accesi per novanta minuti. E non sarà una passeggiata, perché proprio lassù ci gioca il mio amico Danese. Mi ha detto che Zenica si trova a settanta chilometri da Sarajevo e si giocherà nel vecchio stadio, un posto che mette i brividi solo a vederlo. Un impianto vecchio, con i corrimano arrugginiti, i gradoni in cemento smangiucchiati dal tempo e dall’usura, e quelle tribune rettangolari sul modello inglese che finiscono direttamente in campo. Ecco cos’è: pura intimidazione, una delle armi che la Bosnia userà contro di noi. E per finire, mi ha detto che lì c’è pure la neve.»
Baye, che aveva ascoltato tutto dondolandosi sui talloni, fece un sorrisone dei suoi e diede una pacca sulla spalla di Renzo. «Oh ragazzi, ma non vi preoccupate così tanto! Tanto vincete 1-0 con un gol di Kean, vedrete che si risolve tutto sotto la neve!»
Renzo e Luciano si guardarono per un istante, poi si fecero il segno della croce e sbottarono all’unisono: «Maremma serpe, Baye! Ma si vede proprio che sei del Senegal e che ci porti sfiga! Ma certe cose un si dicono, lo sai che si deve sempre gufare e stare zitti finché non è finita! Te e le tue previsioni… zitto, va’, e pigliati ‘sto caffè prima di farci perdere anche questa!»
Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia: lo stadio Bilino Polje di Zenica.


