L’ombra del taconazo di Redondo e quel filo invisibile con la gloria che lega il Real Madrid a Manchester

L’ombra del taconazo di Redondo e quel filo invisibile con la gloria che lega il Real Madrid a Manchester

Marzo 30, 2026 0 Di Juri Gobbini

Nel calcio, come nella vita, ci sono certe situazioni che tendono a ripetersi con frequenza. Momenti che riportano alla mente eventi del passato. Per questo, anche se sono passati 26 anni, un tifoso madridista non potrà non trovare similitudini fra la vittoria del Real Madrid all’Etihad di Manchester dello scorso 17 marzo e quella ottenuta nella stessa città, anche se all’Old Trafford, il 19 aprile 2000.

L’ennesima emergenza

Nell’autunno del 1999 il Real Madrid affrontò una crisi senza precedenti. Dopo aver vinto le prime due gare di Liga, i blancos rimasero a secco di vittorie per le successive 8 partite, dove racimolarono appena 6 punti, precipitando all’undicesimo posto. A -8 dal Barcelona e a -10 dal Rayo Vallecano, sorprendente capolista, e con soli 4 punti di vantaggio sull’ultima in classifica, il Sevilla.

L’allenatore John Benjamin Toshack aveva già infiammato lo spogliatoio con alcune dichiarazioni fuori luogo, soprattutto accanendosi con il giovane portiere argentino Albano Bizzarri, arrivato dal Racing Club di Avellaneda e catapultato prematuramente fra i titolari per i continui infortuni di Bodo Illgner.

Con la squadra ammutinata contro il tecnico, il presidente Lorenzo Sanz, non certo un mago delle mediazioni, chiese a Toshack di rettificare le proprie dichiarazioni. Una specie di ultimatum che il gallese però ignorò, guadagnandosi l’esonero. La squadra venne così affidata a Vicente del Bosque, il classico “hombre de la casa”, il quale avrebbe dovuto fare da traghettatore in attesa che si fosse liberato qualche nome importante. Lo aveva già fatto in un paio di brevi occasioni precedenti, ma stavolta il tecnico originario di Salamanca si sarebbe superato.

Tutti sappiamo come andò a finire, ma l’impresa di Del Bosque non fu per niente semplice. Il Real Madrid incappò infatti in alcune batoste che lo videro gettare la spugna in Liga (su tutte, la sconfitta casalinga 5-1 per mano del Real Zaragoza), mentre anche la partecipazione al primo Mondiale per club organizzato dalla FIFA diede poche soddisfazioni. I blancos terminarono il torneo sconfitti nella finale per il terzo posto dai messicani del Nexaca.

Il lavoro di Del Bosque fu quello di una formica: consapevole dei tanti problemi da risolvere, usò la politica dei piccoli passi. Leggeri ma continui miglioramenti, a partire dalla decisione di affidare la porta al canterano Iker Casillas, di appena 18 anni.

Lo spogliatoio si unì, mettendo da parte tutte le divergenze, mentre persino un oggetto misterioso come Nicolas Anelka – il gran colpo di mercato dell’estate – iniziò a dare segnali di vita. La stagione del francese fu nel complesso deludentissima e nessuno gli potrà negare l’etichetta di fiasco. Ciò nonostante, anche lui si guadagnerà un piccolo spazio nella storia del club grazie al ruolo decisivo nelle semifinali di Champions League.

Il Real Madrid, pur zoppicando, era riuscito infatti ad avanzare nel suo terreno di caccia preferito. Questo malgrado le otto reti incassate per mano del Bayern Monaco (4-2 al Bernabéu, 4-1 in Baviera) nella seconda fase a gironi, con una qualificazione ai quarti ottenuta grazie allo striminzito successo in casa del Rosenborg nell’ultimo turno e per merito della miglior differenza reti negli scontri diretti con la Dinamo Kiev.

Per quanto la squadra fosse comunque migliorata ed avesse trovato maggiore stabilità, la sfida contro i campioni uscenti del Manchester United vedeva comunque gli inglesi chiari favoriti. Anche perché i Red Devils avevano già ipotecato il titolo di Premier League e potevano concentrarsi solo sull’Europa. Una compagine con una difesa di titanio (Gary Neville, Jaap Stam, Henning Berg e Denis Irwin), un centrocampo da urlo (David Beckham, Paul Scholes, Roy Keane e Ryan Giggs) e un attacco frizzante formato dai “Calypso Boys” Andy Cole e Dwight Yorke, con i soliti Teddy Sheringham e Ole-Gunner Solskjaer pronti a subentrare. Unico neo, il portiere, visto che né Mark Bosnich né il veterano Rai van der Gouw – né tantomeno Massimo Taibi, bocciato dopo poche partite – riuscirono a colmare il vuoto lasciato dalla partenza di Peter Schmeichel.

Stessa spiaggia stesso mare

C’è un altro filo conduttore che collega virtualmente le sorti di quel Madrid con quello attuale: il tecnico Toshack. Il gallese nel gennaio del 2001 tornò per la terza volta alla Real Sociedad, ritorno che coincise con quello di un giovane Xabi Alonso, che nelle prima parte di stagione era stato mandato in prestito all’Eibar in Segunda División. Il centrocampista debuttò quindi in Liga per mano di Toshack, avviando una brillante carriera che lo avrebbe portato da giocatore a vincere tanti trofei, fra cui un Mondiale, due Europei, due Champions League e una Liga.

Xabi Alonso e gli altri: madridisti dal campo alla panchina merengue

Diventato anche lui allenatore, Xabi Alonso si era convertito nel sogno proibiti di numerosi grandi club, soprattutto per aver vinto la Bundesliga laddove nessuno era mai riuscito: Leverkusen. Il basco era arrivato a Madrid con l’aura di salvatore, un tecnico giovane e con idee e tattiche moderne per stare al passo con il resto dell’Europa viste le brutte figure rimediate nell’ultimo anno. Con Carlo Ancelotti incolpato di “immobilismo”, specialmente per non essere stato capace di dare alla squadra una nuova struttura dopo l’arrivo di Kylian Mbappé.

Tuttavia, malgrado i risultati positivi dei primi mesi, Xabi Alonso si è presto trovato a dover schivare del fuoco amico. Uno spogliatoio insoddisfatto dalle sue decisioni e un club che gli ha letteralmente voltato le spalle nei momenti più critici. Nemmeno 20 vittorie in 28 incontri sono state sufficienti a fargli da scudo, con la scelta di affidare la squadra a Álvaro Arbeloa motivata proprio dalla necessità di calmare l’ambiente e rimettere i giocatori al centro del progetto.

Che a Madrid significa una cosa sola: eliminare la ricerca del perfezionismo tattico e ripristinare il principio di intoccabilità dei fuoriclasse che da sempre definisce l’identità del club.

“I migliori giocano, poi si vedrà”: una tattica che però non ha (quasi) mai funzionato, nemmeno nei tempi vincenti, dove giocatori come Claude Makélélé, Christian Karembeu o Casemiro sono stati tanto indispensabili come le varie stelle del firmamento blanco. E infatti, come per il Madrid di Del Bosque, la rinascita del Madrid di Arbeloa è arrivata nel bel mezzo di una crisi, dopo un periodo difficile condito da prestazioni indecorose e sconfitte brucianti, dall’eliminazione in Coppa del Re contro l’Albacete allo scivolone casalingo con il Getafe.

Con questo precario quadro clinico, a cui andavano aggiunte le assenze dei vari Mbappé, Jude Bellingham, Alvaro Carreras, Eder Militão e Rodrygo, la sfida col Manchester City partiva già in ripida salita. La squadra di Pep Guardiola non sarà più la corazzata di un paio d’anni fa, ma è pur sempre, assieme all’Arsenal, la massima esponente del calcio inglese. Per questo, la maggior parte dei pronostici davano il Real spacciato in partenza.

Arbeloa in, Xabi out: il Real torna alle origini

La bella Manchester e il taconazo di Redondo

Come Arbeloa, anche Del Bosque si presentò all’eliminatoria contro il Manchester United con la squadra ridotta ai minimi storici. La difesa era orfana degli infortunati Fernando Hierro e Manolo Sanchís, a centrocampo mancavano Karembeu e Guti, mentre Clarence Seedorf se ne era andato all’Inter a gennaio. Inoltre, Anelka veniva da un mese di stop e sarebbe stato disponibile solo per la panchina.

Fu proprio nello stadio ribattezzato “Teatro dei Sogni” che una generazione di madridisti si guadagnò i galloni: era una squadra che aveva vinto la Champions due anni prima, ma in quel gruppo vi erano facce nuove destinate a conquistarsi un posto proprio nella storia del club: Casillas, Michel Salgado, Ivan Helguera, Savio. Persino gli “operai” Iván Campo, Aitor Karanka e il camerunese Geremi si ritagliarono il loro momento di gloria.

Tuttavia, ci fu un giocatore su tutti a immortalare il ricordo dell’Old Trafford: don Fernando Carlos Redondo Neri da Adrogué, periferia di Buenos Aires, l’artista che estrasse dal proprio cilindro un taconazo leggendario. L’argentino effettuò una specie di auto-passaggio di tacco che lasciò disorientato il povero Berg, avviando così l’azione del 3-0 rifinita poi comodamente da Raúl, quella sera autore di una doppietta.

Col tempo, l’eco di quel gesto tecnico è stato amplificato a dismisura, finendo per ridurre il valore della mastodontica prestazione di Redondo, quella sera una vera e propria calamita di palloni, che poi abilmente nascondeva agli avversari. Il Manchester United salvò l’orgoglio chiudendo sconfitto 2-3 ma le due reti finali non poterono evitare la cocente eliminazione. Il Real Madrid concluse invece la stagione alzando al cielo la sua ottava Champions League dopo una finale tutta spagnola contro il Valencia.

Un appuntamento col destino: dal taconazo di Redondo alla tripletta di Valverde

Se l’argentino Redondo verrà ricordato come l’eroe della sfida con il Manchester United, l’eliminatoria contro il City nella stagione attuale vede la firma di un altro sudamericano, nato però sul lato opposto del Río de la Plata: Federico Valverde da Montevideo, portatore sano di Garra Charrúa, quello spirito di sacrificio, resilienza estrema e capacità di non arrendersi mai tipica dei suoi connazionali.

Perché se Redondo era il controllo degli spazi, l’estetica di un calcio elegante, quasi ballato come un tango, Valverde è lo strappo, l’accelerazione e la fiammata improvvisa, come le tre con cui l’uruguaiano ha messo al tappeto il City nell’andata del Bernabéu, quando un suo hat-trick ha di fatto archiviato la qualificazione una settimana prima che Vinicius completasse l’opera all’Etihad.

Reti segnate proprio nel miglior momento del City, marcature arrivate poi tutte nel primo tempo, un blitz che quasi contraddice la profezia del compianto Juanito, per cui le partite al Bernabeu duravano ben più di novanta minuti.

Lo spirito di Juanito e l’arte della remontada

I parallelismi non si esauriscono qui: mentre lo “sconosciuto” Del Bosque aveva dato scacco matto al grande Sir Alex Ferguson, il “novellino” Arbeloa ha imbrigliato il genio di Guardiola, apparso ancora una volta incapace di decifrare l’enigma blanco.

Come ventisei anni fa, una nuova generazione ha scelto la notte di Manchester per iniziare a farsi largo nella leggenda: dalla ritrovata solidità di Dean Huijsen alla fioritura di Arda Güler, passando per l’indistruttibile Tchouaméni e la freschezza del diciottenne canterano Thiago Pitarch. Fino a Brahim Díaz, che ha saputo asciugare le lacrime della Coppa d’Africa con una masterclass da falso nueve proprio davanti agli occhi di Guardiola.

Non sappiamo se questa stagione avrà lo stesso finale di ventisei anni fa, ma il Real Madrid ha dimostrato ancora una volta di saper ignorare i pronostici. La storia insegna che i successi blancos non nascono solo dal genio dei singoli campioni, ma dalla capacità della “classe media” di elevare le proprie prestazioni nel momento del bisogno. Contro il City, come un tempo all’Old Trafford, il Real Madrid ha ricordato al mondo che la sua grandezza non è un’eccezione, ma un’abitudine che si ripete, quasi identica e implacabile, nel corso degli anni.

 

Testo di Juri Gobbini. Autore della pagina Facebook Storia del Calcio Spagnolo, del libro “Dalla Furia al Tiki-Taka” (Urbone Publishing) e de “La Quinta del Buitre”.

Immagine di copertina creato con Open AI – Chatgpt.