L’uscita di scena di Claudio Ranieri e la fine del primo triumvirato con Gasperini e Massara
Aprile 28, 2026Quando nel 60 a.C. Cesare, Pompeo e Crasso strinsero il Primo Triumvirato, non lo fecero per amicizia, ma per necessità: ognuno portava in dote qualcosa che all’altro mancava. La storia della Roma dei Friedkin dell’ultimo anno ha ricalcato fedelmente questo schema classico. Il Triumvirato moderno era composto da Gian Piero Gasperini, Claudio Ranieri e Frederic Massara. Ma, come insegnano i libri di storia, tre teste sono troppe per un solo comando, e la guerra civile sportiva scoppiata a Trigoria ha portato a un unico, assoluto vincitore.
Tutto ha avuto inizio dieci mesi fa, quando la Roma doveva decidere a chi affidare la ricostruzione. Fu Claudio Ranieri, dopo aver abbandonato il ruolo di allenatore e nel suo nuovo ruolo di dirigente senior e “anima” del club, a fare per primo il nome di Gasperini ai Friedkin. Ranieri, il Sor Claudio, si era speso in prima persona davanti alla società americana e davanti ai suoi tifosi che storcevano il naso, garantendo per quel tecnico dal carattere spigoloso ma dal talento immenso. Era stato lui il primo a credere che l’ex Atalanta potesse essere l’uomo giusto per la Capitale. In quel momento, il Triumvirato sembrava solido: Ranieri metteva la faccia e la romanità, Gasperini il campo, Massara la diplomazia del mercato.
Tuttavia, sotto la cenere covava il fuoco. Il mercato estivo e invernale, condotto a braccetto tra i tre, ma con varie divergenze sulla rapidità nel chiudere (o non chiudere) gli affari, è diventato il primo terreno di scontro. Le frizioni sono emerse violentemente poco prima della sfida contro il Pisa. Ranieri ha rotto per primo gli indugi, parlando pubblicamente con l’amarezza di chi si sente tradito. Le sue parole sono state dure: ha ribadito che il mercato era stato fatto di comune accordo, smentendo implicitamente le lamentele tecniche di Gasperini, e ha lanciato una stoccata pesante, rivelando che il tecnico non era stato affatto la prima scelta, ma che insieme a lui erano stati scelti altri tre profili, che però avevano rifiutato la capitale.
Dure dichiarazioni di un dirigente che sentiva il terreno mancare sotto i piedi. Ranieri, come Pompeo Magno di fronte all’ascesa inarrestabile di Cesare, ha provato a ridimensionare la figura del suo “alleato”, ricordandogli che era lì per grazia ricevuta e non per investitura divina.
La risposta di Gasperini non si è fatta attendere, ma è arrivata con una strategia comunicativa diversa, quasi drammaturgica. Nella settimana incandescente che ha preceduto Roma-Atalanta, il tecnico si è presentato davanti ai microfoni con il volto di chi è stato ferito nell’orgoglio. Ha rispedito al mittente le accuse di Ranieri, dichiarando con fermezza che non poteva essere messo sullo stesso piano del dirigente, visto che secondo lui non aveva creato questa situazione, quasi a voler separare le sue responsabilità tecniche dal caos societario.
Poi, il colpo di scena: le lacrime. Una conferenza stampa terminata nel pianto, ufficialmente per l’emozione legata al suo passato a Bergamo e alla sfida contro la sua ex squadra, ma che molti hanno letto come lo sfogo di un uomo esausto mentalmente da quella situazione vissuta al Fulvio Bernardini. In quelle lacrime c’era il dolore per una convivenza diventata impossibile, ma anche la consapevolezza che lo scontro finale era imminente. Gasperini ha varcato il suo Rubicone, decidendo che non ci sarebbe stato più spazio per la diplomazia.
La domenica della sfida contro l’Atalanta è stata il momento della verità. In un clima di tensione, il popolo giallorosso era chiamato a decidere da che parte stare. Quando il volto di Gasperini è apparso sul maxischermo dello stadio Olimpico, il verdetto è stato inappellabile: uno scroscio di applausi fragoroso, quasi liberatorio. Forse inconsapevolmente, con quell’applauso la piazza aveva fatto la sua scelta, aveva scelto Cesare. E questa probabilmente è stata la vera prima vittoria dell’uomo di Grugliasco, dopo un arrivo non senza critiche da una parte del popolo giallorosso, in dieci mesi è riuscito a conquistare tutto l’Olimpico, grazie alla sua leadership, alla sua maniera di valorizzare i giovani, ma allo stesso tempo con la voglia e la fame di ambire a qualcosa di più di un quinto, sesto o settimo posto che da anni fa rima con Roma.
Per i Friedkin, sempre molto attenti agli umori della piazza e alla stabilità del brand, quell’applauso è stato il segnale decisivo. La proprietà americana, dopo un momento di riflessione profonda e silenziosa, ha preso la decisione più dolorosa ma, dal loro punto di vista, più funzionale: sciogliere il Triumvirato. Claudio Ranieri, la figura che più di ogni altra incarnava l’identità del club, è stato “buttato giù dal carro”. La “ragion di Stato” ha prevalso sul sentimento. Il garante è stato sacrificato sull’altare della centralità tecnica dell’allenatore.
Con l’uscita di scena di Ranieri, l’equilibrio di potere a Trigoria si è spostato drasticamente. Gasperini è ora l’unico vertice di un comando che non ammette più interferenze. Prima del match contro il Bologna, ha provato a gettare acqua sul fuoco con dichiarazioni di facciata: “Il centro del progetto sono la Roma e i romanisti”. Ma la realtà dei fatti narra una storia diversa.
L’allenatore ha ottenuto quello che voleva: il controllo totale. La posizione di Frederic Massara, che non ha mai trovato il giusto feeling con Gasperini, è diventata estremamente fragile. Come Crasso dopo la sconfitta di Carre, il Direttore Sportivo si ritrova isolato. Le indiscrezioni parlano di un Gasperini ormai pronto a decidere anche chi dovrà sedersi sulla poltrona di DS, cercando un profilo che sia totalmente funzionale alla sua visione, senza più i filtri o le mediazioni che il precedente assetto imponeva.
Il Primo Triumvirato della storia portò inevitabilmente alla guerra civile, perché la Repubblica non era pronta a sopportare l’ambizione di un uomo solo. La Roma si trova oggi in una situazione speculare. I Friedkin hanno scommesso tutto sul “Modello Gasperini”.
È una mossa audace: dare pieni poteri a un allenatore può portare alla stabilità e ai successi, sul modello dei manager inglesi, ma priva la società di quei pesi e contrappesi necessari quando le cose iniziano ad andare male. Se Gasperini riuscirà a trasformare la Roma in una macchina da guerra come fece Cesare con le sue legioni, allora il sacrificio di Ranieri sarà ricordato come il male necessario per l’inizio di un’era di gloria. Ma se l’accentramento di potere dovesse trasformarsi in isolamento, il rischio è che il vuoto lasciato da figure carismatiche come il Testaccino possa diventare incolmabile alla prima vera tempesta.
Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia.


