Conference League: il sogno europeo del Rayo

Conference League: il sogno europeo del Rayo

Maggio 10, 2026 0 Di Stefano Picasso

Il Rayo Vallecano giocherà una finale europea. In palio non c’è la coppa più ambita, quella dalle grandi orecchie, e nemmeno la seconda per importanza, l’Europa League, ma poco importa: ciò che è certo è che fino a qualche mese fa nessun tifoso rayista avrebbe mai pensato di poter pronunciare una frase del genere.

Tantomeno avrebbe potuto pensarlo quel gruppo di ragazzi che il 29 maggio del lontano 1924 decise di creare una nuova squadra nel barrio vallecano, battezzandola con il nome di Agrupación Deportiva El Rayo, prendendo spunto dalla Agrupación Deportiva Ferroviaria, conosciuta come La Ferro. Tra di loro i fratelli Julián, José, Ezequiel, Juan e Modesto Huerta, figli di Prudencia Priego, la madrina del Rayo.

Prudencia, rimasta vedova tre anni prima, accolse con piacere quel gruppo di giovani nella sua casa, che divenne la prima sede sociale del club nonché primo spogliatoio, in quanto a due passi dal primo terreno di gioco, il Campo de las Erillas, conosciuto come Campo del Rodival dal 1940 (quando il Rayo, finita finalmente la Guerra Civile, si iscrisse alla Federazione castigliana) e demolito poi nel 1955.

La casa di Prudencia venne usata anche come magazzino per il materiale sportivo, tra cui addirittura le porte, smontate alla fine di ogni partita per evitare che venissero rubate e usate come legna da ardere. Proprio due dei figli di Prudencia, Julián e Juan, divennero rispettivamente il primo presidente del club (un altro fratello, Ezequiel, ricoprirà la carica negli anni ’40) e il primo capitano della squadra.

Prudencia si occupava anche di lavare, stirare e rammendare le prime divise. Divise diverse da quelle a cui siamo abituati oggi: totalmente bianche, eccezion fatta per i calzettoni neri. Ci vollero venticinque anni per assistere al definitivo cambio di maglia: decisivo un accordo economico con i vicini dell’Atlético nel 1949, che prevedeva, tra le altre cose, che il Rayo smettesse di essere così maledettamente simile agli arcinemici del Real Madrid (anche se solo da un punto di vista cromatico) e che aggiungesse quindi qualcosa di rosso per sottolineare il nuovo legame tra le due squadre.

I vallecani, che due anni prima avevano deciso di aggiungere il nome del quartiere nella denominazione ufficiale, diventando Agrupación Deportiva Rayo Vallecano, e che si apprestavano a debuttare in Tercera División trasferendosi all’Estadio de Vallecas, si ispirarono al River Plate, all’epoca una delle migliori squadre del mondo, e adottarono la franja roja come segno distintivo.

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La leggenda narra che due anni dopo, alla fine del 1951, gli argentini, a Madrid per un paio di amichevoli contro le due big della capitale, vennero a conoscenza dell’esistenza di un’umile compagine che si era ispirata a loro e una volta tornati in patria spedirono a Vallecas un pacco contenente diverse maglie da gioco per ricambiare la stima.

Nel frattempo il Rayo cresceva e dopo sette anni in Tercera ecco arrivare, nel 1956, anche il tanto atteso esordio in Segunda División; dopo un ventennio abbondante, nel 1977 finalmente la franja raggiunse anche la massima serie e fece subito parlare di sé, tanto che i media le appiccicarono un soprannome, matagigantes, ‘ammazzagrandi’, che ogni tanto viene rispolverato ancora oggi.

Allo stadio di Vallecas, infatti, Barcelona, Real Madrid, Atlético Madrid, Athletic Club, Valencia, Sevilla e Betis, ovvero tutti i club vincitori di almeno una Liga fino a quel momento, caddero come mosche e dovettero inchinarsi alla superiorità fisica di una squadra pioniera nella preparazione atletica, grazie al grande lavoro del preparatore fisico Álvarez del Villar.

Nonostante un continuo saliscendi tra Primera e Segunda, la fama del Rayo continuava a crescere, grazie anche ad acquisti mediatici come quelli di Fernando Morena, Laurie Cunningham o Hugo Sánchez.

La prima grande impresa i vallecani la fecero però senza grossi nomi, ma con alcuni giocatori leggendari come Cota, Míchel o Luis Cembranos: nel 2000 il Fair Play Ranking premiò il Rayo con la sua prima partecipazione ad una competizione europea, la Coppa UEFA 2000-01.

La squadra allenata allora da Juande Ramos non si fece scappare l’occasione e arrivò fino ai quarti, dopo aver eliminato gli andorrani del Constellació (con un 16-0 globale che è ancora oggi la maggior goleada di un club spagnolo in Europa), i norvegesi del Molde, i danesi del Viborg, i russi della Lokomotiv Mosca e i francesi del Girondins de Bordeaux, prima di cadere contro l’avversario meno esotico possibile, il connazionale Alavés, altra sorpresa di quell’edizione che aveva eliminato anche l’Inter e che si arrenderà solo alla regola del golden gol in finale contro il Liverpool.

Venticinque anni dopo, tra alti e bassi e un’altra possibile qualificazione europea solo accarezzata nel 2013 con Paco Jémez e impedita dal crudele fair play finanziario, Iñigo Pérez ha ripreso quel cammino interrotto nel 2001 e si è spinto più avanti di Juande Ramos, anche se con la Conference League al posto della vecchia UEFA come scenario.

Sul tecnico navarro vanno spese più di due parole: un allenatore giovane, preso a stagione in corso nel 2024 ma che conosceva già il gruppo per essere stato il vice di Iraola nell’annata precedente.

La sua giovane età, e quindi il ritiro relativamente recente, lo hanno forse aiutato a sentirsi più vicino ai giocatori, ma l’inesperienza non gli ha impedito di dare priorità al gruppo piuttosto che alle stelle (vero James?), nonostante la pressione mediatica che la scelta di scartare un grande nome inevitabilmente provoca.

James non ha saputo o voluto capire la realtà in cui si trovava, cosa che il resto del gruppo ha invece fatto, sotto la guida esperta di capitani come Trejo, Óscar Valentín o Isi Palazón e di giocatori carismatici come Batalla, Raţiu, Lejeune, Pathé Ciss, Álvaro García o De Frutos, convocato anche dalla Spagna recentemente.

Un gruppo che è un tutt’uno con la tifoseria (se non ci credete, cercatevi i video dell’accoglienza dei tifosi all’arrivo del pullman della squadra all’hotel di Strasburgo), un gruppo in cui ogni giocatore è importante, sia in campo che negli spogliatoi, un gruppo in cui ci si sacrifica per i compagni, senza bisogno di primedonne.

Forse il grande merito di Iñigo è proprio questo: essere riuscito a coinvolgere tutti, anche i meno utilizzati, recuperando anche calciatori che sembravano messi da parte.

Nella prima parte della stagione c’era un’evidente discordanza tra il Rayo dei titolari e quello del turnover e spesso il tecnico era costretto a ricorrere all’artiglieria pesante a partita in corso per avere la meglio anche degli avversari più modesti. Adesso la differenza tra l’unità ‘A’ e l’unità ‘B’ quasi non si nota e uomini come Nteka, Camello o Cárdenas, nonostante non titolarissimi, sono tornati a sentirsi importanti.

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Senza dimenticarsi di Alemão, che dopo il difficile ambientamento dovuto anche ai problemi fisici si è guadagnato il posto a base di lotta, di sacrificio e anche di gol, come i due (uno all’andata e uno al ritorno) che hanno mandato il Rayo in una finale quasi impossibile da prevedere a inizio stagione: la prima finale in assoluto nella storia dei vallecani, che nella coppa nazionale si erano fermati due volte in semifinale (1982 e 2022).

Solo lo Slovan Bratislava nella fase campionato, e in parte anche il Samsunspor e l’AEK (anche se le sconfitte nelle gare di ritorno contro turchi e greci sono state assolutamente ininfluenti) sono riusciti a scalfire un cammino quasi perfetto, che si concluderà proprio un paio di giorni prima del 102esimo anniversario della fondazione del club.

Ad ogni modo, comunque vada a Lipsia il 27 maggio contro il più quotato Crystal Palace, questo gruppo ha già scritto una pagina indelebile nella storia del club della franja.

 

Genovese e tifoso del Rayo Vallecano, Stefano Picasso è creatore e presidente del Rayo Vallecano Italian Fan Club e cofondatore del gruppo Rayistas por el Mundo. Scrive cronache e articoli vari sul sito del Fan Club (rayovallecanoitalianfanclub.wordpress.com) ed è particolarmente appassionato alla storia del club della franja, sulla quale ha pubblicato online due libri: “Storia del Rayo Vallecano 1924-2024: il Centenario” e “Storia del Rayo Vallecano: volume 2”.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia, Public Domain.