La Canarinha
Maggio 12, 2026Questa è la storia di come una nazione sia passata dalla “purezza maledetta” del bianco alla lucentezza eterna dell’oro, attraverso un concorso giornalistico, il sacrificio di un uomo e una notte di cucito d’emergenza in una fredda stanza d’albergo svedese. Questa è la storia della Canarinha.
Il 16 luglio 1950, davanti a quasi 200.000 persone stipate nell’immenso catino del Maracanã, il Brasile aveva solo bisogno di un pareggio contro l’Uruguay per sollevare la coppa. Ma il destino aveva altri piani. Dopo il gol del vantaggio brasiliano di Friaça, le reti di Juan Alberto Schiaffino e Alcides Ghiggia ribaltarono il risultato, gettando un intero subcontinente nel baratro. Da quel momento, nella psicologia collettiva brasiliana, il bianco con cui avevano vestito quel giorno divenne istantaneamente il colore della codardia, della sfortuna e del fallimento. Si diceva che quella maglia non avesse “anima”.
Come spesso accade, ogni tragedia porta con sé un colpevole, e per il Maracanaço il Brasile fu Moacir Barbosa. Barbosa era, all’epoca, il miglior portiere del paese, un atleta agile e coraggioso che difendeva la porta del Vasco da Gama.
Ma perché proprio lui? Partiamo dicendo che il ruolo del portiere è spesso tanto solitario quanto complicato; è l’ultimo baluardo su cui ricadono le colpe quando gli attaccanti non segnano. Allo stesso tempo, giocò un ruolo fondamentale il pregiudizio verso i portieri di colore. Una parte della critica e della dirigenza brasiliana sostenne che ai giocatori neri mancasse la “freddezza” necessaria per i ruoli di responsabilità. Barbosa divenne la “prova” di questo pensiero, portando a un’esclusione non scritta dei portieri neri dalla Nazionale che sarebbe durata quasi mezzo secolo, fino all’arrivo del milanista Dida.
Barbosa, da quel momento, scontò una pena infinita. Celebre è l’episodio in cui, anni dopo, una donna lo indicò al figlio in un mercato dicendo: “Guarda, quello è l’uomo che ha fatto piangere tutto il Brasile”. Poco prima di morire, nel 2000, povero e dimenticato, Barbosa disse: “In Brasile la pena massima per un omicidio è di 30 anni. Io ne ho scontati 50 per un crimine che non ho mai commesso”.
Nel 1963, quando cambiarono le porte del Maracanã, a Barbosa vennero regalati i pali di legno di quella finale. Lui li portò nel suo giardino e li bruciò in un barbecue, sperando che il fumo potesse portare via quell’incubo.
Ma torniamo alla storia della Canarinha. Dopo aver gettato nel dimenticatoio la maglietta bianca, nel 1953 il quotidiano Correio da Manhã decise che era tempo di dare una nuova pelle alla propria nazionale. Venne così indetto un concorso con una sola regola: la nuova divisa doveva obbligatoriamente contenere i quattro colori della bandiera nazionale (giallo, verde, blu e bianco).
Il vincitore fu un ragazzo di 19 anni, Aldyr García Schlee, che lavorava come illustratore per un giornale di provincia. Il ragazzo era nato nello stato meridionale di Rio Grande do Sul, a pochi chilometri dall’Uruguay, e infatti il giovane Aldyr era un tifoso della Celeste e aveva assistito proprio al trionfo del 1950.

Aldyr Schlee, l’uomo che disegnò la Canarinha, qui ritratto ormai anziano, ma sempre sorridente (Wikipedia)
Schlee disegnò una maglia gialla, perché il giallo si abbinava sia al blu dei pantaloncini che al verde del colletto, mentre i calzettoni potevano essere bianchi. Come premio ricevette un viaggio a Rio de Janeiro, allora capitale del Brasile.
Nacque così la “Canarinha”: una maglia giallo oro con bordi verdi, pantaloncini blu e calzettoni bianchi, che esordì nel 1954, prima in un’amichevole e poi al mondiale in Svizzera. Quel Brasile però uscì ai quarti contro l’Ungheria, perdendo 4-2 in una sfida che viene ricordata come la “battaglia di Berna”, con ben tre espulsi: i brasiliani Nílton Santos e Humberto Tozzi e l’ungherese Bozsik. La rissa non si placò al fischio finale, ma proseguì negli spogliatoi con lanci di bottiglie e scarpe, coinvolgendo persino l’infortunato Puskás e il CT brasiliano Moreira.
Quattro anni dopo, il Brasile arrivò al Campionato mondiale di calcio del 1958 con una squadra leggendaria: Didì, Vavá, Garrincha e un diciassettenne di nome Pelé. Il cammino verso la finale fu impressionante. Nel girone, il Brasile superò Austria e Unione Sovietica, pareggiando 0-0 con l’Inghilterra: il primo incontro nella storia dei Mondiali terminato senza reti. Nei quarti eliminò il Galles grazie a un gol del giovane Pelé. In semifinale affrontò la Francia di Just Fontaine, capocannoniere del torneo con 13 reti — record ancora imbattuto — ma vinse 5-2 con una tripletta di Pelé.
In tutto questo, il Brasile era partito per il torneo con una sola divisa, convinto che fosse praticamente impossibile affrontare la Svezia in finale, l’unica altra squadra a portare la maglia gialla. Ma gli scandinavi, guidati dal loro leader tecnico Nils Liedholm, costruirono un percorso straordinario: vinsero il loro girone e superarono nei turni a eliminazione diretta prima l’Unione Sovietica e poi la Germania Ovest, conquistando una storica finale davanti al proprio pubblico. La Svezia, in quanto padrona di casa, aveva la priorità sul colore, quindi il Brasile doveva cambiare maglietta, ma tornare al bianco era impensabile.
La dirigenza brasiliana si trovò quindi a improvvisare. A Stoccolma vennero acquistate semplici maglie blu. Quando le maglie furono portate nello spogliatoio, i calciatori del Brasile rimasero sorpresi e perplessi. Quel blu non apparteneva alla loro storia, non rappresentava nulla di ciò che erano stati fino a quel momento. Per un attimo si creò il silenzio: l’idea di giocare una finale mondiale con un colore così estraneo sembrava quasi irreale. Allo staff venne l’idea di dire ai giocatori che quel blu era stato scelto perché richiamava il manto della Nostra Signora di Aparecida, così da convincere i calciatori e trasformare la perplessità in un segno del destino.
Durante la notte, il massaggiatore Mário Américo e il magazziniere Francisco de Assis smontarono le maglie ufficiali e ricrearono a mano numeri e stemmi, cucendoli sulle nuove divise. Quelle maglie blu improvvisate divennero il simbolo della rinascita. La finale, giocata al Råsunda Stadium, iniziò male con un gol di Liedholm che portò in vantaggio la Svezia dopo soli 3 minuti.
Ma il Brasile non crollò. Vavá segnò una doppietta, ribaltando il risultato. Nel secondo tempo, Pelé segnò due gol straordinari, mentre Mário Zagallo completò il trionfo. Nel finale, Agné Simonsson segnò il 5-2 definitivo.
Dopo il 1958, la maglia gialla divenne intoccabile. Dalle ceneri del Maracanazo, attraverso il genio di Schlee e il sacrificio silenzioso di uomini nell’ombra, nacque la leggenda della “Canarinha”.
E il destino, come spesso accade in queste storie, volle aggiungere un’ultima, quasi poetica coincidenza. Aldyr García Schlee morì il 16 novembre 2018, proprio nel giorno in cui le nazionali di Brasile e Uruguay si affrontarono in un’amichevole a Londra. Prima dell’incontro, vinto 1-0 dal Brasile, venne letta una breve elegia in suo onore e i giocatori osservarono un minuto di silenzio. Fu come un ultimo cerchio che si chiudeva: l’uomo che aveva dato al Brasile il colore della sua rinascita veniva salutato, nello stesso giorno, proprio da Brasile e Uruguay. Come se la sua storia, ancora una volta, non potesse esistere senza entrambe.
Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia.


