Addio a Geovani, brasiliano triste (e alle illusioni di un quindicenne)

Addio a Geovani, brasiliano triste (e alle illusioni di un quindicenne)

Maggio 25, 2026 0 Di Simone Rinaldi

Calcio italiano e calciatori brasiliani: un binomio non sempre facile. Nella storia della Serie A è infatti accaduto spesso che celebrati campioni, magari stelle della Seleção, non abbiano lasciato il segno e non di certo perché col pallone non ci sapessero fare.

Le cause? Diverse e molteplici: dalla famosa saudade, la nostalgia dei luoghi e delle persone lasciate a casa, agli inverni boreali con neve, nebbia e campi gelati d’inverno fino all’adattamento ad un calcio più tattico, atletico e fisico. E, non ultimo, un certo divismo unito ad un diverso approccio di stampa e tifosi verso gli atleti.

E così nella lista dei flop figurano, per diversi motivi, anche campioni di livello mondiale quali Sócrates, Renato, Edmundo, Rivaldo. Ovviamente più il livello del calciatore decresce, più il rischio aumenta.

Siamo a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 del Novecento e il calcio brasiliano attraversa una fase interlocutoria: la splendida generazione della squadra di Spagna ’82 (una delle più belle incompiute della storia del calcio) è al crepuscolo.

5 luglio 1982: Brasile-Italia 2-3, la “Tragédia do Sarriá”

Resta naturalmente competitiva ma non è più quella che incantava vincendo alla grande e, come se non bastasse, dopo la sconfitta ai mondiali del 1986 (ai rigori contro la Francia di Platini e del calcio champagne al termine di una bellissima partita, nulla di disonorevole), il tecnico Telê Santana è stato sostituito da Sebastião Lazaroni, che bada più al sodo che allo spettacolo, un vero e proprio sacrilegio per i calciofili brasiliani.

In più il campionato locale, saccheggiato da un decennio dalla potenza economica delle squadre europee, è sempre più impoverito.

Un raggio di sole in tanta nebbia: c’è una generazione di giovani nati a metà degli anni ’60 che promette bene e che ai mondiali under 20 del 1985 (contro squadre che annoveravano gente come Van Basten, Ruben Sosa, Polster, Dezotti e MacInally) non solo ha vinto ma ha stravinto. Il migliore giocatore e miglior marcatore di quella competizione? Geovani Faria Silva, diciannovenne centrocampista appena acquistato dal Vasco da Gama.

Il club di riferimento della comunità portoghese carioca in quel momento è molto forte, tanto da meritarsi il soprannome di “Selevasco”. La squadra annovera tra gli altri l’eterno Roberto Dinamite ed un altro giovanotto corto di gamba che gioca attaccante e farà parlare di se: si chiama Romàrio de Sousa Farìa. Con la divisa Cruzmaltina Geovani si afferma definitivamente. Spesso Romàrio e Roberto Dinamite trasformano in goal i suoi passaggi col contagiri ed anche lui è sovente sul taccuino dei marcatori, specie su calcio piazzato.

Intanto, arriva la chiamata della Nazionale, prima quella Olimpica per Seoul ’88, dove il Brasile conquista l’ argento alle spalle dell’URSS, poi finalmente anche quella maggiore.

Roberto Dinamite, un Dio in pantaloncini e scarpe da calcio

Ma torniamo per un attimo in Italia, stagione ’88/’89, la Serie A ha riscoperto dopo 6 anni il Bologna riportato in massima serie dal tandem bresciano Corioni-Maifredi (Presidente e Allenatore).

Siamo in primavera e, dopo un inizio difficile e una parte centrale del campionato più che buona, la squadra affronta un periodo in chiaroscuro, la salvezza non è ancora matematica e l’Inter dei record è appena passata al Dall’Ara con un pazzesco 0-6.

Allenatore e Presidente hanno però capito una cosa: il primo che il modulo schiacciasassi che in B aveva incantato tutti in A necessita di qualche correttivo, il secondo che per giocarsela in questa categoria è necessario qualche investimento in più.

Gli stranieri di quel Bologna? Poca cosa: il prestigioso belga Demol, difensore dal passo troppo lento per la zona integrale, il cileno Rubio (preferito al connazionale Zamorano acquistato ma poi girato in prestito) che tra infortuni e panchine non riuscirà a dimostrare se davvero valeva il secondo posto al pallone d’oro sudamercano conquistato l’anno prima e Aaltonen, studente finlandese regalato dall’Inter ma non richiesto dall’allenatore.

Mika Aaltonen: il finlandese pensante

Forse è proprio da lì che bisogna partire. Un cugino del consigliere Lodi vive a Rio ed è socio proprio del Vasco. Blitz in Brasile e dopo 48 ore i giornali annunciano l’acquisto. Nella successiva ed importantissima trasferta di Verona spunta il mitico striscione “Testimoni di Geovani”, dal quale sarà ricavata anche una sciarpa.

Intanto il Bologna batte il Pescara e pareggia a Firenze nella trasferta più nefasta della storia del tifo rossoblù e conquista la salvezza.

Geovani ce lo fanno anche vedere, su TMC quando per festeggiare il centenario della sua federazione la Danimarca invita a Copenaghen, oltre ai tradizionali rivali della Svezia, proprio il Brasile che si presenta senza “Europei”.

Per la Seleção è un disastro, 4-0 dai padroni di casa e 1-0 dagli svedesi. Ma Geovani? Incanta soprattutto per le doti di palleggio e intervistato parla già del Bologna con cognizione di causa.

A magnificarne le doti anche Edmondo Fabbri che afferma “con questo qui il Bologna è a posto per un pezzo” e, soprattutto, il suo allenatore Lazaroni che sentenzia: “per Copa America e Mondiali tutti si dovranno giocare il posto, gli unici sicuri sono Dunga, Careca e Geovani.

E intanto, nonostante le contestazioni soprattutto al tecnico la Copa America giocata in casa il Brasile la vince. Geo va un po’ ad intermittenza, un goal su rigore al Venezuela, poi un po’ gioca e un po’ no.

E siamo all’estate dell’89, le partitelle e le “tedesche” con gli amici dove tu, che già adori tutto quello che è Sudamerica e che dall’82 il Brasile forse lo anteponi alla stessa Italia, rivendichi il diritto di essere Geovani mentre il mercato del Bologna fa sognare: blindato “Re Mida” Maifredi, oltre ai gioielli Luppi e De Marchi, arrivano i vecchi leoni Cabrini e Giordano, il nazionale bulgaro Iliev. Corioni pontifica: “ho preso uno dei primi cinque giocatori al mondo e fidatevi, adesso vado in Romania e torno con Hagi che è uno degli altri quattro”.

Le alternative sembrano essere il bomber argentino Dertycia o addirittura Caniggia, in uscita dal Verona. Finirà che Hagi diventerà un tormentone e non si muoverà da Bucarest, Dertycia andrà alla Fiorentina e Caniggia all’Atalanta ma la squadra – in una stagione che a causa dei mondiali giocati in casa, tra coppa e campionato, parte prestissimo – va a gonfie vele.

C’è solo un piccolo particolare, Geovani non c’è. Al brasiliano, dopo il bagno di folla in ritiro (dove ci rende edotti sulla pronuncia corretta del suo apelido, não Giovani, não Sciovani, Geovani! E noi maschietti adolescenti siamo in visibilio per motivi diversi tanto per lui quanto per la bellissima moglie Andreia) viene lasciato un po’ a riposo, si dice per fargli smaltire le fatiche della Copa America.

Angelo “Luigino” Rimbano, Pecci e gli altri: storia di un’amicizia

Ma intanto il centrocampo formato da Bonini, Ivano Bonetti e Stringara sembra il reparto più forte della squadra e, anche se il ginocchio di Pecci sembra un quadro divisionista, Eraldone per il momento viene prudentemente confermato (a ottobre si accaserà a Vicenza in C chiamato da Romano Fogli).

L’esordio avviene a Udine alla terza giornata, turno infrasettimanale serale, ci si aspetta di vederlo titolare la domenica dopo. Giocherà un minuto per poi tornare in campo solo venti giorni dopo ad Ascoli dove manderà in goal Bonetti con un bell’assist no look. Da lì in poi comincerà ad essere impiegato più spesso ma raramente sarà incisivo. “Diamogli tempo, si deve ambientare” si dice e si scrive.

La svolta sembra arrivare a Firenze in una partita giocata in un clima assurdo un anno dopo i fatti di Rifredi, dove il brasiliano finalmente sembra a suo agio: prima ci prova direttamente su calcio d’angolo, poi, a un quarto d’ora dal termine, la risolve con una magia da fuori area che fulmina Lannducci.

“Ecco, si è ambientato! Adesso sentirai che musica!” Purtroppo non succederà così e il giocatore, dotatissimo tecnicamente ma troppo lento e compassato per i ritmi della Serie A, continuerà a sembrare un pesce fuor d’acqua e ad acuire i suoi problemi di adattamenti. Probabilmente, anche per il fatto di averlo confinato in una villa a Castelfranco Emilia, non certo il massimo per chi veniva dal caos urbano di Rio de Janeiro, si crogiolava al sole di Copacabana e certo non si aspettava di essere catapultato nelle brumose serate invernali della bassa.

Eppure, la gente continua a volergli bene, anche perché da buon brasiliano, pur non avendo un carattere espansivo, emana positività.

Alle amichevoli del giovedì sui campi della provincia i ragazzini fanno la fila per chiedergli l’autografo. Intanto, in una delle amichevoli in preparazione a Italia ’90 il Brasile incrocia con gli Azzurri proprio a Bologna, partita bruttina che i Verdeoro vincono grazie ad una punizione di Andrė Cruz.

Argentina-Brasile dalla caviglia di Diego a quella di Leo

Il pubblico bolognese chiede a gran voce l’ingresso del giocatore di casa, ora relegato in panchina anche in nazionale, ma Lazaroni fa orecchie da mercante concedendogli solo la passerella nei minuti finali.

Il Bologna tra alti e bassi finisce con un buon ottavo posto, che tra l’altro vale un posto UEFA vista la triplice vittoria italiana nelle coppe. La stagione del brasiliano prosegue e si conclude invece nella generale mediocrità. Tra l’altro Lazaroni fa sapere che non lo porterà ai mondiali.

“Pazienza – fa Geo – non mi vedrà il mondo ma quest’altr’anno i bolognesi vedranno quello che so fare”. Non accadrà: è ovvio che “O Pequeno Prince”, come lo chiamavano al São Januario, non sia il quinto giocatore al mondo e, se è ormai chiaro che Maifredi se ne andrà alla Juve con Luppi e De Marchi, anche Geovani verrà ceduto.

Il passo d’addio avviene a campionato finito, in un’amichevole contro una squadra di lavoratori stranieri residenti in città, dove l’extracomunitario più triste è proprio lui, che sì segna tre goal (di cui uno in rovesciata), ma gioca anche la sua ultima partita in rossoblù.

Estate ’90. Passati i mondiali con le le non esaltanti partite giocate a Bologna (protagoniste Colombia, Jugoslavia ed Emirati Arabi Uniti e l’ottavo di finale tra Inghilterra e Belgio) il Bologna del nuovo corso riparte da Scoglio in panchina e da dolorose cessioni.

Proprio dopo la partita della nazionale inglese il DS Sogliano avvicina Brian Robson che allenerà il PSV dove nel frattempo si è accasato Romàrio, amico fraterno di Geo. “Mister, vi diamo un buon giocatore, si chiama Geovani Silvia”. “Oh, good! Maybe, maybe..” finirà che il nostro si accaserà in Bundesliga al Karlsruhe, dove partirà anche bene con la specialità della casa (un paio di goal su punizione e un rigore) ma poi finirà per perdersi pian piano anche nei fangosi campi tedeschi.

Tornerà poi per breve tempo al suo Vasco prima di un breve passaggio in Messico e di concludere nelle serie minori brasiliane.

Dopo il calcio tentò la carriera politica ricoprendo il ruolo di deputato dello stato di Espiritu Santo per il Partido Trabalhista, formazione populista di tendenze destrorse. Alla fine degli anni ’90 la stampa italiana si occuperà nuovamente di lui, la prima volta per dare la notizia che la squadra dove allora giocava era sponsorizzata dalle pompe funebri, la seconda per riportare la triste notizia della diagnosi di una terribile malattia neurodegenerativa.

A Bologna tornò nel 2009 per la festa del centenario del Club, tristi stampelle e sorriso malinconico di diciannovenne anni prima. La gente lo saluta col consueto “Alè Geovani” sull’aria dello spot di Coca Cola tributandogli quell’affetto che non gli ha mai lesinato.

Fino al 18 maggio scorso, quando il cuore dell’ex regista della nazionale brasiliana smette di battere.

Adeus Geo, salutaci le stelle.

 

Testo di Simone Rinaldi. Tifoso del Bologna e della Virtus, Simone vive lo sport a 360 gradi. Pubblica quotidianamente contenuti su “Calcio Caraibi” (con Davide Tuniz) e in giro. Per passione scrive su Football&Life.

Immagine di copertina riadattata da Wikipedia.