Cardeñosa e il gol che non fu mai

Cardeñosa e il gol che non fu mai

Giugno 7, 2026 0 Di Juri Gobbini

Sette giugno 1978, Mar del Plata.

Su un terreno di gioco pesantissimo, Spagna e Brasile si affrontano per la seconda giornata della fase a gruppi. Dopo la sconfitta con l’Austria, le Furie Rosse sono obbligate a vincere per riaccendere le speranze di qualificazione al turno successivo, mentre nemmeno il Brasile aveva iniziato il Mondiale col piede giusto, visto che la Canarinha aveva pareggiato con la Svezia.

Ma a volte la storia del calcio si deposita tutta in un istante, in una frazione di secondo che basta a cambiare le sorti di un Mondiale e a deformare per sempre la memoria di un giocatore. Nel caso di Julio Cardeñosa, quell’istante arrivò al minuto 29 della ripresa, quando l’uscita a vuoto del portiere Émerson Leão gli spalancò la porta.

Sul cross dalla trequarti di Francisco Uría, infatti, Santillana aveva preso le spalle del proprio marcatore e, con Émerson Leão fuori causa, aveva appoggiato di testa per l’accorrente Cardeñosa, il quale si trovò la palla all’altezza del dischetto. Quasi un rigore in movimento, per giunta senza il portiere.

La battaglia di Belgrado

28 anni, Cardeñosa aveva esordito in nazionale nel novembre 1977, proprio nell’ultima gara di qualificazione, la sfida in casa della Jugoslavia passata alla storia come la “Battaglia di Belgrado”. Quel giorno la Spagna aveva a disposizione due risultati su tre per qualificarsi, ma calcoli del genere, nella bolgia del Marakana, furono impossibili.

La partita fu tesa fin dalle prime battute e gli jugoslavi ci andarono subito duro: un’entrata killer di Sead Sušić mise subito fuori causa Pirri, costringendolo poi a tre mesi di infermeria.

Nel mezzo di tanto caos, l’esordiente Cardeñosa fece un partitone e nella ripresa fu lui a confezionare il cross da cui Rubén Cano trovò il gol della vittoria che spedì la Spagna ai Mondiali dopo 12 anni di assenza.

Ma la “Battaglia di Belgrado” era ben lontana dal concludersi: le entrate jugoslave si fecero sempre più violente e, dopo essere stato sostituito, Juanito venne fatto oggetto di un fitto lancio di oggetti, inclusa una bottiglia di vetro che lo colpì dritto sulla testa, lasciandolo momentaneamente incosciente.

A fine gara Cardeñosa decise di portarsi a casa un souvenir per celebrare l’esordio vincente in nazionale, riuscendo in qualche modo ad accaparrarsi il pallone della gara. La leggenda narra che due giocatori jugoslavi tentarono di impedirglielo, provocando così l’intervento di “Tarzan” Migueli, il quale ben volentieri gonfiò i propri muscoli per aiutare il compagno nel suo intento.

Cardeñosa: leggenda betica

Mancino dotato di ottima tecnica e visione di gioco, Cardeñosa era arrivato al Betis nel 1974 proveniente dal Real Valladolid, diventando subito il leader del centrocampo betico, con cui vinse la Coppa del Re nel 1977.

Un anno dopo gli andalusi retrocessero in Segunda, ma ciò non impedì a Cardeñosa e al difensore Antonio Biosca di essere convocati da Ladislao Kubala per il Mondiale.

Fedele ai colori biancoverdi, Cardeñosa decise poi di ignorare le offerte provenienti dalle big spagnole, aiutando il Betis a tornare in Liga e rimanendo al Benito Villamarín fino al 1985, anno del suo ritiro. È considerato una delle maggiori leggende del Betis, ancora oggi il terzo nella storia del club per numero di gare giocate, dietro a Joaquín e a José Ramón Esnaola.

El Clásico del Avioncito

In Argentina Cardeñosa partì titolare anche nella sconfitta con l’Austria e fu uno dei pochi a conservare il posto per la sfida col Brasile.

Kubala aveva infatti tolto le punte Rubén Cano e Dani, rimpiazzandole con Juanito e Santillana, collaudata coppia d’attacco del Real Madrid, mentre fra le novità in formazione c’erano anche i centrocampisti Eugenio Leal e Francisco Uriá, che avrebbero poi partecipato anche loro alla famosa azione del “no-gol” di Cardeñosa.

1978: una spedizione disastrosa

La spedizione argentina della Spagna passò alla storia come una delle più disastrose di sempre per le Furie Rosse, e questo malgrado la striscia positiva – sei vittorie e un pareggio – con cui gli uomini di Kubala si presentarono al Mondiale.

Le disavventure cominciarono già nel ritiro, effettuato al Campo La Martona, oggigiorno un elegante country club situato a 50 km da Buenos Aires e comodamente raggiungibile grazie all’autostrada Ezeiza-Cañuelas. Un complesso usato per giocare a golf, hockey, tennis e calcio, visto che alcune squadre – fra cui l’Huracán – lo utilizzano spesso come sede del proprio ritiro precampionato.

Tuttavia, nel 1978 La Martona era soltanto una fatiscente residenza in mezzo al nulla, carente di riscaldamento e senza campo di gioco, tanto che gli spagnoli furono costretti a spostarsi quotidianamente in una struttura di proprietà di un sindacato per potersi allenare.

All’epoca, poi, l’unico collegamento con la capitale argentina era la sgangherata Ruta Nacional 205, tratto di strada che l’autobus spagnolo percorreva scortato dai tanti militari presenti, alcuni dei quali si insediarono nei dintorni della Martona, camuffati da normali cittadini. Il freddo, l’isolamento, la scarsa qualità del cibo: fu proprio un ritiro da incubo.

Il Mondiale del 1978 è ovviamente ricordato per altri elementi, non solo sportivi. Due anni prima l’Argentina aveva subito un colpo di Stato e al potere si era insediata una spietata giunta militare, passata alla storia per i suoi brutali metodi di repressione.

Per far bella figura agli occhi del resto del mondo e mascherare i problemi interni, la giunta usò il Mondiale di calcio come strumento a proprio favore, anche se l’evento alla fine si rivelò un boomerang che segnò l’inizio della fine della dittatura: in primis aprì gli occhi del resto del mondo su una realtà in quel momento ignorata – o quantomeno considerata distante – mentre gli elevati costi della manifestazione misero in ginocchio la già delicata economia del Paese.

Oltre che numerose infrastrutture, per l’occasione si costruirono anche tre stadi nuovi: il Ciudad de Córdoba (intitolato successivamente a Mario Alberto Kempes, eroe di quel Mundial), lo stadio Ciudad de Mendoza (chiamato attualmente Estadio Malvinas Argentinas) e il Ciudad de Mar del Plata, oggi dedicato a José María Minella.

Lo stadio marplatense ospitò sia il Gruppo 1 che quello 3, ed è lì che fece il suo esordio l’Italia contro la Francia.

Mario Kempes, un eroe internazionale

Gli Azzurri giocarono a Mar del Plata anche la sfida contro l’Ungheria, disputata appena 24 ore prima di Spagna-Brasile. Considerato che in Argentina in quell’epoca dell’anno era pieno inverno, quando scesero in campo, spagnoli e brasiliani si trovarono a calpestare un terreno di gioco malmesso, che non invitava certo a tocchetti o fraseggi rasoterra.

L’errore di Cardeñosa: un controllo di troppo

Ad ingannare Cardeñosa fu proprio lo stato del campo, oltre al fatto che il pallone gli era finito sul destro, che non era il suo piede. Il centrocampista spagnolo, preoccupato che un rimbalzo fatale gli avrebbe fatto impennare il tiro, si portò avanti la sfera, accomodandosela sul sinistro.

Quel ritardo nell’esecuzione fu cruciale: il difensore Amaral riuscì a retrocedere e piazzarsi sulla linea di porta; così, quando Cardeñosa scoccò il tiro, le lunghe leve del brasiliano riuscirono a respingere la palla, per l’incredulità non solo del giocatore ma di tutta la gente che stava seguendo l’azione dagli spalti – fra cui leggende del calcio come Pelé o Alfredo Di Stéfano, o personaggi famosi come il cantante Julio Iglesias.

Anche chi seguiva da casa, alla TV o alla radio, rimase a bocca aperta durante l’epilogo dell’azione. Il mitico radiocronista Juan Carlos Morales – all’epoca inviato per Radio Rivadavia – avviò il suo classico “Viene, viene, viene…” che di solito si concludeva con un “gooooool” gridato nel microfono. Ma stavolta Morales dovette strozzare l’urlo in gola.

Dopo la respinta di Amaral, però, l’azione non era ancora finita: l’accorrente Leal raccolse la sfera nell’area piccola e calciò anche lui a botta sicura, ma pure in questa occasione la difesa del Brasile riuscì a salvarsi.

L’errore di Cardeñosa fu clamoroso, ma si trattò pur sempre di uno sbaglio. Il vero errore della Spagna fu quello di non aver osato e non aver approfittato di un Brasile sottotono. L’aver pagato troppo rispetto agli avversari li costrinse a dipendere così dal risultato di Austria-Brasile nel terzo turno.

Gli austriaci, già qualificati con quattro punti, potevano persino perdere con un gol di scarto e passare comunque come primi del girone, mentre la Spagna doveva battere per forza la Svezia e sperare che il Brasile non vincesse.

Teoricamente era ancora tutto possibile, anche che la Svezia si qualificasse. Alla fine, il Brasile rispettò il pronostico battendo l’Austria 1-0, rendendo inutile il successo spagnolo sugli svedesi.

La redención de Cardeñosa 

La storia del calcio è piena di gol mangiati, in alcuni casi in maniera addirittura peggiore e in momenti ben più decisivi, basti pensare a quello di Arjen Robben nella finale del 2010, per esempio. Per questo è ingiusto attribuire la colpa dell’eliminazione della Spagna dal Mondiale esclusivamente all’errore di Cardeñosa.

Tuttavia, in una nazione abituata a convivere con la “narrativa della sconfitta”, come era la Spagna fino a qualche anno fa, il no-gol di Cardeñosa diventò un altro capitolo da aggiungere agli episodi di “mala suerte”, fatalità sportive (e non) di cui poi faranno parte anche la gomitata di Tassotti a Luis Enrique e lo scandaloso arbitraggio di Gamal Al-Ghandour contro la Corea del Sud nel 2002.

Cardeñosa preferirebbe venir ricordato per l’ottima carriera, ma col tempo ha dovuto imparare a convivere con quel triste ricordo, anche se c’è voluto del tempo per digerire le critiche. Nel 2010 fu addirittura protagonista di un cortometraggio chiamato La redención de Cardeñosa, dove il nostro protagonista volò in Brasile per rompere la maledizione di quel gol.

Un viaggio che portò decisamente bene, e che in qualche modo chiuse il cerchio, interrompendo la maledizione: proprio nel 2010, infatti, la Spagna ottenne il suo primo e finora unico Mondiale. Sarà stato un caso?

 

Testo di Juri Gobbini. Autore della pagina Facebook Storia del Calcio Spagnolo, del libro “Dalla Furia al Tiki-Taka” (Urbone Publishing) e de “La Quinta del Buitre”.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia.