Argentina-Camerun, Omam-Biyik: ho visto un leone volare
Giugno 8, 2026“L’unica cosa da ricordare di questo pomeriggio, è il pubblico di Milano che improvvisamente non è più razzista, tanto da sostenere una nazionale africana contro di noi”…
D.A. Maradona
È l’8 giugno 1990. Sullo storicamente discutibile manto erboso del Meazza di San Siro, si tiene la cerimonia inaugurale di Italia ’90.
Un’edizione in cui l’alone di leggenda che ne ha avvolto la storia e le centinaia di mini storie al suo interno, hanno decisamente superato la realtà di uno spettacolo tecnico al di sotto delle aspettative.
Rappresentative di nazioni in via di smembramento. Paesi che stavano facendo i conti con la “fine della storia” profetizzata da Fukuyama. Fuoriclasse assoluti che avevano dipinto di arcobaleni infiniti gli anni ’80, decennio d’oro del calcio, arrivati senza fiato e senza gambe all’appuntamento iridato per eccellenza.
Quel pomeriggio, la gara inaugurale vede di fronte l’Argentina di Maradona, campione in carica, e la nazionale del Camerun, reduce da una brutta coppa d’Africa, ma che si qualificava ai Mondiali dopo aver ben figurato all’esordio nel 1982, dopo aver mancato i Mondiali del 1986, ma vincendo due Coppe d’Africa nel 1984 e nel 1988.
Buona parte della rosa che aveva fatto grande i Leoni Indomabili negli anni ’80 è presente in Italia. Il totem Milla partirà dalla panchina, ma farà la storia ugualmente.
Al centro dell’attacco c’è François Omam-Biyik, promesso sposo del Rennes, che ha realizzato 26 reti in tre stagioni al Laval.
“To be Number One” di Giorgio Moroder, fuoriclasse della musica nostrana e internazionale, è la colonna sonora ufficiale dei Mondiali. Ma la mitica versione italiana è firmata Bennato (Edoardo) – Nannini, e tutti cantano “le notti magiche” di “Un’estate italiana”.
Il Paese sogna con la mascotte Ciao e con la nuova Panda. Ma gli investimenti per i Mondiali hanno trasformato i principali stadi italiani in un cantiere per metà degli anni ’80, finendo col deturparne il patrimonio architettonico. Basti pensare al disastro scenico del nuovo San Paolo, teatro solo un mese e una settimana prima del gol Scudetto di Baroni contro la Lazio.
Il secondo titolo del Napoli era arrivato al termine di un clamoroso testa a testa col Milan campione di tutto – Supercoppa Europea, Coppa Intercontinentale e Coppa Campioni – con la finale per la Coppa dalle Grandi Orecchie vinta 1-0 contro il Benfica di Sven Göran Eriksson, grazie ad un gol di Rijkaard, al termine di una partita brutta, sporca e cattiva che persino Gianni Brera, dalle colonne de La Repubblica, aveva poco apprezzato nonostante il campanilismo e l’amore per le partite ultra tattiche.
Perché al di là di monetine, gol fantasma, polemiche arbitrali lobelliane e fatal Verona, i calciatori rossoneri erano arrivati piuttosto senza benzina al rush finale.
Ma il pubblico di fede rossonera e nerazzurra che affolla gli spalti del Meazza vede nell’Argentina di Maradona il nemico numero uno per un sogno da coltivare e conquistare ad ogni costo: il Mondiale da vincere in casa, dopo i misfatti dell’86 che avevano parzialmente oscurato i dolcissimi ricordi in terra iberica.
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E così, al termine di una straordinaria kermesse musicale firmata Moroder, il calcio d’inizio è anticipato dai fischi all’Argentina e dagli applausi di simpatia per i camerunensi, mentre i capitani Maradona e Tataw si scambiano i gagliardetti di rito a centrocampo.
Il Mondiale dell’Argentina si concluderà esattamente come era iniziato. Fischi e sconfitta.
Ma questa è una storia che il pubblico del Meazza non può assolutamente ancora prevedere e, anzi, lo spauracchio argentino colpirà lì dove fa più male, in una semifinale inopinatamente programmata nello stadio che, 20 anni più tardi, verrà intitolato al Diez.
“Ho visto un Leone volare”, un leone indomabile, diranno i tifosi camerunensi. Quel Leone è François Omam-Biyik, un breve quanto bidonesco passaggio nella Sampdoria 8 anni più tardi, insieme ad uno degli eroi di Italia ’90, La Pantegana Bionda, Jürgen Klinsmann.
Ma anche qui si apre un capitolo a parte, basti menzionare come, mentre il trio olandese del Milan, Gullit – van Basten – Rijkaard, era arrivato spompato a Italia ’90, quello tedesco dei nerazzurri, Brehme – Matthäus – Klinsmann, avrebbe infine meritatamente trionfato, eliminando tutti i principali rivali: Olanda, Inghilterra e Argentina, nella ripetizione della finalissima di Messico ’86.
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Ma torniamo a noi, all’8 giugno 1990 e alla partita che in un certo senso fa da spartiacque dei Mondiali. Ed è solo la prima. Un effetto a catena imprevedibile per gli organizzatori del torneo, che Italia – Argentina l’avevano sì prevista, ma a Roma, in un’eventuale finale, non certo nell’atto precedente a Napoli.
Pronti via e i Leoni del CT sovietico Nepomnjaščij fanno subito capire quale sarà l’antifona. Come con i sudcoreani nell’86, Maradona viene ripetutamente malmenato fin dall’inizio.
Del resto, se è il calciatore con il record di falli subiti in tre edizioni dei Mondiali su quattro (ma solo perché negli USA gli consentirono di giocare due partite), e in assoluto, un motivo ci sarà.
Al decimo minuto il centrale difensivo Massing tira una tremenda botta da tergo al Diez, gonfiandogli irrimediabilmente la caviglia e costringendolo a giocare le successive gare con uno scarpino di due numeri più grande.
Non contenti, i Leoni di dimostrano davvero Indomabili e solo un intervento disperato di Nestor Lorenzo (attuale CT della Colombia) evita il peggio salvando a un metro dalla porta sguarnita su incursione di Makanaky.
Nel frattempo, Victor N’dip si unisce a Massing nel taccuino dell’arbitro Michel Vautrot con un intervento su Maradona da autentico karateka: gamba alta perfettamente parallela al terreno di gioco, che strappa la dieci di Diego ferendolo all’altezza della fascia di capitano e rischiando di spaccarlo in due fra il fianco e il pettorale sinistro.
Diego è a terra, i fotografi si scatenano, il pubblico fischia. Sarà il leitmotiv del suo mondiale.
Nel secondo tempo il centrocampista Kana-Biyik paga dazio per i peccati (o per gli attentati) dei suoi compagni, quando rimedia un rosso diretto al 61′ per fallo da dietro, tattico ma neanche cattivo (Pizzul, in telecronaca, è incredulo) su Caniggia. L’arbitro opta, sbagliando, per la chiara occasione.
Cinque minuti più tardi, il fattaccio. Il Camerun guadagna un calcio di punizione dal vertice destro dell’area di rigore, lato sinistro dell’attacco degli africani. Il cambio Libiih per l’ottimo M’Fede spezza il ritmo dell’azione e sorprende i distratti argentini. Sugli sviluppi della punizione, Makanaky alza un campanile rimpallato dall’altra parte dell’area, mentre François Omam-Biyik sale in quota. La faccia terrorizzata di Sensini precede il disastro: Omam-Biyik sembra restare in aria un’eternità.
Non solo, piega la schiena all’indietro e con un ultimo colpo di reni spinge a piena fronte la palla verso la porta di Pumpido, il quale si vede rimbalzare davanti la sfera, comunque lenta, e non la trattiene, lasciandola sfilare oltre la riga. I tifosi sono in visibilio. A nessuno sembra vero che l’Argentina, cornuta e mazziata, possa perdere già all’esordio.
L’Albiceleste avrebbe ancora 25 minuti per ribaltare la gara, ma è il Camerun a creare in contropiede e in inferiorità numerica altri pericoli agli uomini di Bilardo.
Ma è da un contrattacco degli argentini che nasce uno degli episodi più controversi di Italia ’90.
Dirà Benjamin Massing, intervistato poco prima di lasciare questa Terra prematuramente: “ovunque vada in Africa e nel Mondo, la gente mi riconosce come quello del fallaccio su Caniggia”.

Benjamin Massing ha inseguito Maradona per tutta la partita, ma è su Caniggia che farà il fallo più cattivo della storia dei Mondiali (Wikipedia)
Già, perché il biondo attaccante argentino scappa via prima ad uno stanco Kunde, poi evita il ritorno di N’dip che pure aveva tentato di falciarlo, mentre Massing lascia per un attimo la marcatura di Maradona precipitandosi come un treno su Caniggia. L’entrata killer passerà alla storia come “il peggior fallo dei Mondiali”, un misto di colpo da Kung fu e placcaggio rugbystico. Nell’impatto Massing perde lo scarpino, mentre Caniggia rischia di perdere la vita.
Per la verità, questo intervento se la gioca per cattiveria con quello di Schumacher su Battiston nell’82, col portiere tedesco graziato dall’arbitro e il nazionale francese in ospedale.
Vautrot invece va in confusione totale fra le vibranti proteste degli argentini. Mentre Massing cerca persino di “spiegarsi” e rifila un calcetto gratuito a Burruchaga, l’arbitro francese estrae prima il rosso diretto, poi, alterando la sequenza temporale, nel dubbio, tira fuori anche un secondo giallo, aggiungendo un tocco di ilarità al dramma.
L’Argentina non riuscirà a raddrizzare la gara neppure in 11 vs 9. Supererà il girone grazie ad una contestata vittoria contro l’URSS (mano di Maradona a salvare sulla linea) e ad un brutto pari contro la Romania. Per poi realizzare una storica cavalcata fatta di difesa, contropiede, rigori e bottiglie d’acqua presumibilmente drogata, facendo fuori Brasile, Jugoslavia e Italia sulla strada verso la drammatica finale persa contro la Germania Ovest, grazie ad un contestato rigore assegnato dallo scarso (se non corrotto, in missione per conto di Havelange, diranno gli argentini) arbitro uruguayo – messicano Codesal.

Il rigore di Brehme che decise i Mondiali (Wikipedia)
Il Camerun diventerà la prima nazionale africana a raggiungere i quarti di finale dei Mondiali, conquistando un’altra tifoseria, quella di Napoli, con la leggendaria partita contro la Colombia di Higuita, umiliato da Roger Milla.
Ironia della sorte, sarà ancora Codesal ad assegnare ben tre rigori nel quarto di finale giocato dai Leoni contro l’Inghilterra, sempre al San Paolo. Uno al Camerun per fallo di Gascoigne, realizzato da Kunde per il momentaneo 1-1, e due all’Inghilterra, prima per fallo del solito ineffabile Massing (per il 2-2), poi per un dubbio intervento del portiere N’Kono nei supplementari, su Gary Lineker lanciato a rete. Il bomber inglese li segnerà entrambi per il 3-2 finale.

Il presunto fallo di N’Kono, idolo di Buffon, su Lineker, che realizzerà dal dischetto il 3-2 finale ai supplementari (Wikipedia)
Fu proprio grazie a quel mese da Leoni giocato fra Milano e Napoli che un bambino napoletano, maradoniano per diritto di nascita, si innamorò perdutamente del calcio camerunense, un tifo indiavolato che dura ancora oggi, nelle emozioni e nella penna di chi vi scrive. E che quel giorno di giugno, a Milano, vide un leone volare.
Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia: il gol di Omam-Biyik all’Argentina.


