The dark side of the Cup: Mondiali corrotti
Giugno 10, 2026L’arbitro somalo Omar Artan viene respinto, dopo un interrogatorio durato 11 ore all’aeroporto di Miami e rispedito a casa perché il suo Paese è sulla black list del governo del presidente Trump. Sarà questo l’episodio emblematico dell’approccio statunitense alla ventitreesima edizione dei Mondiali di calcio, che inizia domani all’Azteca di Città del Messico. Salvo che il prossimo fattaccio – prima della finale del 19 luglio nel New Jersey – non superi quello dell’arbitro di Mogadiscio.
La polizia americana accoglie le delegazioni dei Paesi indesiderati con interrogatori e perquisizioni umilianti sotto la scaletta dell’aereo, ancora sulla pista dell’aeroporto. I prezzi dei biglietti sono inaccessibili, e persino quelli dei treni per arrivare allo stadio. Gli show previsti per rendere le partite degli “spettacoli” invadono spazi che appartenevano al gioco. Le operazioni dell’ICE e un clima politico oscuro, rancoroso, razzista fanno da sfondo a quella che dovrebbe essere una festa globale. Persino gli arbitri vengono rimandati a casa in ragione della loro provenienza.
Vedremo cosa succederà lunedì prossimo quando l’Iran dovrà esordire a Los Angeles contro la Nuova Zelanda. Pochi giorni fa, gli iraniani hanno dovuto spostare la sede del loro ritiro dagli Stati Uniti a Tijuana, in Messico. Le regole previste per i loro spostamenti verso gli stadi californiani restano per ora confinate tra il misterioso e il draconiano, certamente inadatte a una corretta preparazione delle partite del più importante torneo del pianeta.
La ragione di questa situazione imbarazzante non è Trump, non sono JD Vance, Rubio ed Hegseth. Loro sono lì, messi dagli americani una volta e rimessi un’altra a gestire il Paese più potente del pianeta, che ospiterà i due terzi delle 104 partite del primo Mondiale a 48 squadre.
La ragione è la totale sottomissione della FIFA ai loro metodi, che stanno agli antipodi di quello che una volta si chiamava spirito sportivo. Pace all’anima sua. E il principale responsabile di tutto è il suo presidente, Gianni Infantino. Sull’episodio dell’arbitro Artan la FIFA ha subito dichiarato che ammettere o meno persone sul suo territorio spetta al Paese organizzatore. Si tratta di una posizione del tutto surreale per chi si arroga il diritto di rappresentare più membri delle Nazioni Unite, con una missione che va oltre il semplice significato sportivo. In occasione del sorteggio di Washington in dicembre, Infantino aveva consegnato a Trump il FIFA Peace World Prize, un riconoscimento creato per l’occasione e ad personam, e si spera abbandonato per sempre.
Fino a qui, c’è qualche motivo di sorpresa? Certo che no. Infantino è la stessa persona che, insieme all’emiro del Qatar, aveva messo la mantellina reale sulle spalle di Messi a Doha, mentre gli consegnava la Coppa dopo la (magnifica) finale dei Mondiali del 2022. Fu un simbolo più che di amicizia verso il Paese che aveva ospitato la manifestazione, della sopraffazione della politica e degli affari sul calcio, e sul suo principale attore, il fuoriclasse capitano dell’Argentina. Del resto, pochi giorni prima Infantino aveva dichiarato solennemente di sentirsi migrante e omosessuale, in un tentativo paradossale di coprire il regime illiberale del Paese in cui aveva preso addirittura la residenza e dove la costruzione degli stadi era stata realizzata a spese delle condizioni, e in diversi casi anche della vita stessa, di molti operai asiatici sottopagati e sfruttati.
Detto tutto ciò, che sarebbe già abbastanza, Infantino si è inventato poco. La storia dei Mondiali di calcio resta macchiata da una serie di circostanze che rappresentano il lato oscuro della Coppa, quello che sta nell’ombra della stupenda avventura di cui calciatori indimenticabili si sono resi protagonisti fin dalla prima edizione, quasi un secolo fa, in Uruguay. In quell’anno, era il 1930, l’Europa fu rappresentata soltanto da 4 squadre di cui una assemblata con metodi spicci dal Re di Romania Carlo II, una specie di Epstein d’antan che convinse anche i vicini Jugoslavi a fare la traversata dell’Oceano. L’arbitro della finale a Montevideo fu il belga Langenus, che chiese e ottenne di sparire scortato, nel momento del triplice fischio, verso il porto della città per saltare sul primo panfilo e tornare in Europa, timoroso del clima pesante che gravava tra i tifosi di casa e gli odiati vicini argentini.
Mondiali Uruguay 1930: un sogno per pochi fra storia e leggende
Sembrano storielle leggere, quasi divertenti quelle del primo Mondiale. Poi arrivarono i Mondiali del 1934 in Italia, voluti da Mussolini il cui interesse nei confronti del calcio era simile a quello dei suoi più contemporanei successori nell’organizzazione dei campionati, Putin o Trump, cioè zero. Che la Coppa del Mondo servisse a fini politici, anzi per dirla meglio di propaganda, se l’è inventato il giornalista romagnolo, precursore anche in questo senso del suo compare tedesco Hitler con le sue Olimpiadi di Berlino del ’36 e il Mondiale di calcio del ’42, programmato ma saltato a causa delle imprese militari iniziate in Polonia tre anni prima e ben presto degenerate.
Nel dopoguerra arrivò una serie di predecessori di Infantino come capi del calcio mondiale da far accapponare la pelle. L’inglese Stanley Rous, prima arbitro poi presidente della FIFA dal 1961 al ’74, era apertamente razzista e sostenitore del regime sudafricano dell’apartheid, tanto da provocare il boicottaggio delle nazionali dell’Africa subsahariana in un paio di edizioni. Nel 1973 Rous impose all’Unione Sovietica di viaggiare nel Cile di Pinochet per uno spareggio intercontinentale di qualificazione ai Mondiali di Germania del ’74. Allo stadio Nacional di Santiago, ripulito in fretta e furia dagli strumenti di tortura che il Generale cileno utilizzava contro i suoi oppositori politici in quel luogo, si presentò soltanto la nazionale cilena, con l’arbitro che condusse la farsa. L’URSS restò a Mosca, calcio d’inizio, gol dopo venti secondi, Cile uno Nessuno zero, Cile qualificato ai Mondiali.
I Mondiali del ’74 inaugurarono l’era del Presidente Havelange, un ricco proprietario terriero brasiliano amico a sua volta dei militari a lungo al potere nel suo Paese, ma soprattutto del suo braccio destro operativo, un giovane svizzero di nome Joseph Blatter che si fece amici importanti, due su tutti: l’Adidas e la Coca Cola. La FIFA divenne più accogliente di prima, dando spazi ai nuovi continenti di calcio, Africa e Asia, ma aprendo ancora di più le sue porte al vero ospite desiderato: il business. Quell’anno e quel Mondiale furono la vera svolta del movimento: sul capo arrivò il calcio totale dell’arancia meccanica di Michels e Cruijff, attorno diventarono protagonisti gli sponsor e i loro canali preferiti, le televisioni. L’ascesa verso il dominio dei soldi sul calcio fu da allora inarrestabile.
I due Mondiali successivi vennero attribuiti ad amici fidati, l’Argentina del Generale Videla nel 1978 e la Spagna di Franco per l’82. Nel primo caso ci ricordiamo l’ambiente, la Escuela de Gimnasia che era quello che l’Estadio Nacional di Santiago era per Pinochet, la sede della tortura, a pochi passi dal Monumental di Buenos Aires dove si giocò la finale, vinta trionfalmente da Passarella e compagni. Nel secondo, la storia si preoccupò, con opportuno tempismo, di evitare che il dittatore locale condividesse il palco d’onore con il partigiano presidente Pertini e il suo “Non ci prendono più” indirizzato ai tedeschi.
Poi arrivò Italia ’90, le notti magiche, Roger Milla, gli stadi mezzi vuoti e le tasche piene di molti dirigenti e politici che stavano godendo degli ultimi eccessi della Prima Repubblica, lasciando in eredità ai tifosi italiani cattedrali spettrali come il Delle Alpi di Torino e il San Nicola di Bari.
E dopo USA ’94, il rigore calciato fuori da Diana Ross a Los Angeles nel primo Mondiale dichiaratamente votato al business e allo “spettacolo”, quest’ultima essendo forse la devianza più decisiva per allontanare il beautiful game dai suoi veri proprietari, i tifosi e i bambini innamorati del pallone. E – in felice successione – Blatter che riesce in un’impresa di assoluto rilievo, farsi dare mazzette persino dai tedeschi per Germania 2006 – questa forse la vera perla di questa collezione – poi felice di annunciare la Russia per il 2018 e il Qatar per il ’22. Furono due capolavori in un colpo solo, che aprirono le porte della galera a molti dirigenti e quelle della FIFA al genio di oggi, Infantino.
Domani Guillermo Ochoa gioca il suo sesto mondiale nella porta del Messico, l’Azteca ospita per la terza volta la partita inaugurale dei Mondiali e il Sudafrica spera di ripetere un momento indimenticabile come il tremendo gol di Siphiwe Tshabalala: diagonale potentissimo che si infila nel sette della porta messicana, Soccer City, Johannesburg, 11 giugno anche quella volta, partita inaugurale dei Mondiali di Sudafrica 2010, Sudafrica uno Messico uno, pareggio messicano di Rafa Marquez, arbitro il signor Irmatov dell’Uzbekistan. L’Uzbekistan di Fabio Cannavaro esordisce ai Mondiali il 17 giugno 2026 contro la Colombia, stadio Azteca di Città del Messico.
Che magnifica storia, i Mondiali.
Testo di Matteo Fornara. Europeista, groundhopper e autore dei libri:
“Il Genio e la Tigre” – Urbone Publishing
“Nicky, Dino, Diego: viaggio sul pianeta del football” – Urbone Publishing
“Milla, la danza del Leone Indomabile” – Garrincha Edizioni
Immagine di copertina tratta da Wikimedia Commons (Public Domain).


