L’esordio di Leo Messi ai Mondiali

L’esordio di Leo Messi ai Mondiali

Giugno 13, 2026 2 Di Philip Supertramp

Qualche giorno fa stavo accompagnando i miei figli in un negozio Lego. Un piccolo rito di quando non hanno attività extrascolastiche. Loro si siedono al tavolino in fondo al negozio e iniziano a costruire qualsiasi cosa capiti tra le mani, mentre io mi concedo qualche minuto di pausa osservandoli e dando un’occhiata alle novità sugli scaffali.

Questa volta, però, qualcosa ha attirato la mia attenzione. Il mio sguardo è caduto su una nuova edizione dedicata a questi Mondiali. Erano raffigurati quattro campioni: Vinícius Júnior, Kylian Mbappé, Cristiano Ronaldo e Lionel Messi.

Ebbene sì, vent’anni dopo il loro debutto mondiale in Germania nel 2006, c’erano ancora loro: CR7 e Leo Messi, ormai alla sesta partecipazione, un record che condivideranno con il portiere messicano Ochoa.

Ma se Ronaldo, in quel giugno del 2006, con tre stagioni alle spalle con i Red Devils, era già un protagonista annunciato, Messi rappresentava ancora una promessa. Stava per compiere diciannove anni e si presentava al suo primo Mondiale con l’entusiasmo di chi si affaccia per la prima volta al grande palcoscenico, senza sapere che ne avrebbe cambiato la storia.

La “Pulga”, un anno prima, aveva trascinato l’Argentina Under 20 alla vittoria del Mondiale di categoria, segnando una doppietta nella finale vinta per 2-1 contro la Nigeria e conquistando sia il titolo di capocannoniere del torneo sia il premio di miglior giocatore. Anche al Barcellona aveva già mostrato lampi del suo talento. Stava conquistando sempre più spazio a spese di Giuly e formava, insieme a Ronaldinho ed Eto’o, uno dei tridenti più pericolosi del calcio europeo.

In particolare, di quella stagione si ricorda la gara d’andata degli ottavi di finale di Champions League a Stamford Bridge contro il Chelsea, vinta per 2-1, nella quale fece impazzire il terzino sinistro Del Horno, espulso per una doppia ammonizione dopo appena 37 minuti per due falli sul giovane argentino. Tuttavia, un infortunio muscolare alla coscia destra, subíto proprio nella sfida di ritorno contro i Blues, lo fermò anzitempo, costringendolo a presentarsi in Germania non ancora al meglio della condizione e con poco ritmo partita. E, soprattutto, ad uscire dall’11 titolare in un finale di stagione in cui il Barcellona di Rijkaard avrebbe vinto la Champions League dopo 14 anni, realizzando una storica accoppiata con la Liga.

Argentina-Brasile dalla caviglia di Diego a quella di Leo

L’Argentina arrivava al Mondiale con l’obiettivo di cancellare la delusione di quattro anni prima in Giappone e Corea del Sud, conclusasi prematuramente con una clamorosa eliminazione nella fase a gironi dietro a Inghilterra e Svezia. Questa volta sulla panchina albiceleste sedeva José Pékerman che, dopo i successi ottenuti con le nazionali giovanili argentine, era stato promosso tra i “grandi” e aveva costruito una squadra tecnica e spettacolare, fondata sul possesso palla e sulla qualità dei suoi interpreti.

A guidare il gioco c’era Juan Román Riquelme, affiancato da veterani come Abbondanzieri, Ayala, Sorín e Crespo e da giovani talenti come Mascherano, Tevez e lo stesso Messi. A completare una rosa ricca di qualità c’erano anche Burdisso, Heinze, Aimar, Saviola e Cambiasso.

L’Albiceleste era finita nel Gruppo C, soprannominato il “girone della morte”, insieme a Paesi Bassi, Costa d’Avorio e Serbia-Montenegro.

Dopo il successo all’esordio per 2-1 contro gli “Elefanti”, firmato da Crespo e Saviola e reso solo parzialmente meno netto dalla rete nel finale di Didier Drogba, l’Argentina si preparò ad affrontare Stankovic e compagni con l’obiettivo di ipotecare la qualificazione agli ottavi di finale.

Così, il 16 giugno, all’Arena AufSchalke di Gelsenkirchen, la squadra di Pékerman scese in campo con Abbondanzieri tra i pali; Burdisso e capitan Sorín sulle corsie laterali; Heinze e Ayala al centro della difesa. Davanti alla retroguardia agiva Mascherano, affiancato da Luis González e Maxi Rodríguez. Dopo appena quindici minuti, però, González fu costretto ad alzare bandiera bianca per infortunio e venne sostituito da Cambiasso.

Alle spalle della coppia offensiva formata da Saviola e Crespo, Riquelme aveva il compito di orchestrare la manovra e illuminare il gioco con le sue invenzioni.

Bastarono pochi minuti all’Argentina per indirizzare il match: Maxi Rodríguez sbloccò il risultato su assist del “Conejito” Saviola.

Alla mezz’ora andò in scena quello che molti considerano il manifesto calcistico dell’Argentina di Pékerman. Un’azione corale fatta di 25 passaggi consecutivi, che coinvolse nove uomini e mise in mostra tutta la qualità e l’intesa della squadra. Il pallone viaggiò da un lato all’altro del campo fino ad arrivare a Crespo, che con un colpo di tacco geniale servì Cambiasso. Il “Cuchu” controllò e concluse di prima, battendo il portiere serbo e firmando uno dei gol più belli dell’intero Mondiale.

Prima dell’intervallo ci fu spazio anche per la doppietta personale di Maxi Rodríguez, che fissò il punteggio sul 3-0 e chiuse di fatto la partita dopo appena quarantuno minuti.

La gara stava scorrendo sui binari ideali e in Argentina si respirava già aria di festa per una qualificazione ormai a un passo. Nessuno, però, immaginava che il meglio dovesse ancora arrivare.

Al 74° minuto Pékerman richiamò in panchina l’autore della doppietta e, sotto lo sguardo soddisfatto di Maradona in tribuna, mandò in campo un diciottenne con la maglia numero 19, una folta chioma e il volto da bravo ragazzo. Il suo nome era Lionel Messi.

Fino a quel momento il ragazzo nato a Rosario aveva disputato appena tre partite nelle qualificazioni mondiali e qualche amichevole con la nazionale maggiore, riuscendo anche a trovare la via del gol contro la Croazia.

L’impatto del diciottenne fu immediato. Tre minuti dopo il suo ingresso ricevette palla sulla sinistra, superò il diretto avversario e servì un pallone perfetto per Hernán Crespo, che apparve sul secondo palo e firmò il 4-0. Primo assist in un Mondiale.

Poi, all’88° minuto, dopo una manovra costruita da Riquelme, Tévez e Crespo, il pallone arrivò ancora una volta sui piedi di Messi. Il numero 19 controllò in area, superò il suo avversario e concluse di destro davanti al portiere. La palla terminò in rete per il definitivo 6-0. Era il suo primo gol in Coppa del Mondo. Con quella rete, Messi diventò il più giovane giocatore argentino ad aver segnato in un Mondiale.

Messi sorrise e accolse i compagni che correvano verso di lui per abbracciarlo. Nessuno poteva sapere con certezza cosa sarebbe successo negli anni successivi, ma era evidente che quel ragazzo possedeva qualcosa di speciale.

Riguardando oggi quelle immagini, quel gol appare come il punto di partenza di un percorso straordinario. Da Gelsenkirchen a Doha, passando per delusioni, finali perse, critiche e rivincite, Messi avrebbe attraversato cinque Mondiali prima di raggiungere il traguardo più ambito nel 2022.

Oggi, a vent’anni da quella rete, Lionel Messi si prepara a disputare quello che con ogni probabilità sarà il suo ultimo Mondiale, ma lo farà con un traguardo che nel 2006 sembrava ancora lontanissimo: una Coppa del Mondo già sotto il braccio e un posto assicurato nell’élite assoluta del calcio.

E io sono ancora qui, nel negozio Lego, perso per qualche minuto nei ricordi. Ripenso a quel ragazzo dai capelli lunghi che entrava in campo a Gelsenkirchen con il numero 19 sulle spalle e a tutto ciò che sarebbe diventato.

Sento un rumore alle mie spalle. Mi giro e vedo la più piccola che ha fatto cadere una scatola della Lego.

La magia svanisce in un attimo.

Sono tornato alla mia bella realtà.

 

Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.

Immagine di copertina: screen tratto da youtube Video https://www.youtube.com/watch?v=vfQggbACljg.