Dennis Bergkamp e il gol in Olanda – Argentina a France ’98

Dennis Bergkamp e il gol in Olanda – Argentina a France ’98

Giugno 26, 2026 2 Di Matteo Pische

Dennis Bergkamp si porta le mani al viso, pudico, a celare l’imbarazzo per quello che ha appena combinato. Poi alza le braccia al cielo, come Pantani al traguardo della tappa di Plan di Montecampione e si lascia cadere, come svenuto, sul terreno di gioco. I compagni lo raggiungono: lo baciano, lo accarezzano, cercano il contatto fisico, come un gruppo di fedeli con le statue dei santi che venerano.

Rendono grazie, forse coltivano il dubbio di aver assistito a quella che ha i tratti incerti di un’apparizione, pochi attimi di puro misticismo che un giorno potranno raccontare a tv, giornali e ai nipotini prima di andare a letto.

Manca circa un minuto al novantesimo e l’Olanda è in vantaggio per 2 a 1; nel calcio tutto può cambiare in un battito di ciglia ma gli oranje hanno il fondato sospetto che stavolta è fatta.

È il 4 luglio del 1998: a Marsiglia fa caldo, come dimostrato dai festosi tifosi oranje che si riparano dal sole con vistosi ombrelli color arancia e allo Stadio Velodrome si gioca Olanda – Argentina. Chi vince va in semifinale, chi perde maledice la sorte, come capita quasi sempre alla selezione europea.

Olanda – Argentina: le sfide

Olanda – Argentina è un piatto prelibato dalle porzioni particolarmente generose, la specialità che si prepara quando vengono a casa ospiti importanti.

Vent’anni prima si era tenuto il ritenta, sarai più fortunato degli oranje – che fortunati non lo sono mai stati e quattro anni dopo la sconfitta con la Germania Ovest avevano perso anche la finale con l’albiceleste, in casa loro.

È la finale Il famoso palo di Rensenbrink, uno dei più grandi what if della storia del calcio: cosa sarebbe successo se quella palla fosse andata un po’ più in là, sospinta da una preghiera?

Mario Kempes, un eroe internazionale

In tempi recenti, invece, ormai nel pieno del XXI secolo, le due selezioni si sono incontrate dapprima in Brasile, nel 2014.

Prima dei calci di rigore Mascherano preannuncia a Romero che sarà l’eroe della serata e il portiere si cala perfettamente nel ruolo, indossa il mantello e diventa il simbolo dell’Argentina proiettato nel cielo della semifinale dal palazzo Presidenziale di Buenos Aires.

Nel 2022, invece, tra una palla sistemata nell’albero di Natale e una cioccolata calda con la cannella, nel deserto del Qatar tanto simile a quello del Texas la partita tra Argentina e Olanda assume i tratti di una resa dei conti da saloon dei vecchi film western, con Messi nel ruolo del cowboy buono che, immobile come una statua di sale, si esibisce nel Topo Gigio davanti a Louis Van Gaal, il cattivo della storia. Non c’è bisogno che ricordi chi ne è uscito vincente.

La partita

Ma torniamo a noi.

C’è quindi il mondiale francese, gli ultimi scampoli del secolo breve che sta finendo nel segno di un giocatore venuto dal futuro e la partita tra una nazionale che vuole riscrivere il finale di un film visto e rivisto, mentre l’altra è appena entrata nell’era dopo Diego Armando Maradona e scusate se è poco.

La grafica delle formazioni mandata in onda dalla regia (Roa – Chamot – Ayala – Sensini – Almeyda – Veron – Ortega – Zanetti – Simeone – Lopez – Batistuta) – (Van Der Sar Reiziger Stam F. de Boer Numan – Jonk – R. de Boer Bergkamp – Kluivert Cocu Davids) e la panoramica dei giocatori in panchina, sfumata in chiusura con il beneaugurante «Vamos Argentina» del sorridente e spavaldo Crespo rassicurano sullo spettacolo che ha inizio poco dopo.

Le formazioni (immagine Wikimedia)

Non voglio ridurre questa partita a un unico momento, ma è talmente bello da essere ricordato, a furor di popolo, come uno dei più belli della storia del Mondiale, da evocare al bar, con gli amici, in un afflato di nostalgismo – “eh quando eravamo giovani noi” – mentre i bambini generano il caos.

Non che prima di allora sia stato un rincorrersi di sbadigli: un gol, molto bello, di Kluivert, il pareggio di Claudio Lopez, l’espulsione di Jonk e di Ortega, in quel momento l’erede prediletto del de cuius – sportivamente parlando – Maradona, con la faccia tipica di chi alza troppo il gomito e insolentisce i passanti.

Quante volte pensiamo, nella nostra vita, che pochi secondi possono cambiare tutto? Lo facciamo di norma in occasione di eventi tragici, per ricordarci che la vita va goduta sempre, al pieno delle nostre possibilità, perché basta una folata di vento e puff, è tutto finito.

Ma ci sono anche quei pochi secondi che cambiano la vita perché la rendono migliore. Sono istanti di felicità, di emozione, non replicabili se non nei ricordi, nelle sensazioni che ci offrono un senso di appagamento eterno.

Sono circa 3 secondi o meglio, 2 secondi e 11 centesimi, secondo chi ha avuto cura di misurare con precisione scientifica, che non mi sogno di mettere in dubbio, quelli che bastano a Dennis Bergkamp per cambiare il corso della storia e regalare momenti di felicità sempiterna a tutti i tifosi olandesi e a chi ha avuto la fortuna di assistere, come è successo al sottoscritto.

Dopo una parentesi non fortunata all’Inter, Bergkamp ha ripreso le redini della propria carriera nel nord di Londra, all’Arsenal.

È alto, biondo, i capelli un po’ radi tenuti assieme da qualche manata di gelatina, lo sguardo di ghiaccio che gli vale il soprannome di iceman. Ha una tecnica di prim’ordine, è estroso, mostra un primo controllo impeccabile, affinato da ragazzo con una palla che sbatte ripetutamente contro il muro e che torna indietro a volte alta, a volte bassa, mai uguale a se stessa.

Nonostante sia glaciale, come almeno fa credere a tutti, ha paura di volare e se ne disinteressa, nel senso che semplicemente sull’aereo non sale, rinunciando alle trasferte o imponendosi lunghi e faticosi viaggi per raggiungere i compagni.

Ecco, quando il cronometro sta avviandosi sempre più velocemente – o almeno così deve sembrare ai 20 in campo – verso il novantesimo, Frankie de Boer, con il mancino, scocca un dardo infuocato verso la zona dove è appostato Dennis – the iceman – che fa un piccolo salto e osserva la palla atterrare morbida sul suo destro come se fosse una distesa di zucchero filato.

David Winner nel suo saggio Brillant Orange sostiene che gli olandesi manipolano lo spazio perché costretti dall’angusto territorio in cui vivono. Bergkamp ne offre una prova pratica. Ha a disposizione un fazzoletto di terreno in cui gli si frappone, però, Ayala, che gli arriva addosso con l’intento di costringerlo ad allargarsi e vanificare l’ultima azione offensiva.

Ma Dennis ha una intelligenza non banale, controintuitiva, fa cose che sarebbe difficile anche solo pensare, gesti che semplicemente non avrebbero un senso logico (avete presente il gol contro il Newcastle).

Ed è così che allora sterza dolcemente verso sinistra, trapassando il corpo di Ayala e colpendo, poi, con un esterno collo destro di controbalzo che va dritto verso la porta.

Il portiere Roa distende il braccio destro, quasi un riflesso incondizionato, e cade in ginocchio a terra, come raggiunto all’improvviso da un proiettile vagante.

L’Olanda passa in vantaggio e va in semifinale dove affronta il Brasile. Perde, chiaramente, perché agli oranje, per qualche motivo, sembrano mancare sempre 10 centesimi per fare un euro ma non è ciò che conta, adesso.

In un’intervista rilasciata alla FIFA chiedono a Bergkamp se quello segnato contro l’Argentina è il suo gol preferito. «Sì, perché quando valuto un gol, non solo i miei, ma anche quelli degli altri, guardo sempre il contesto. Che tipo di partita era? Chi era l’avversario? In quale momento del match è arrivato?» ha risposto.

Inutile dire, ora che siamo arrivati alla fine, che è anche uno dei miei gol e partite preferite di sempre. Il perché lo ha detto proprio lui.

 

Matteo Pische è fondatore e autore di “Rettangolo di Gioco” (sito e newsletter).

Cagliaritano DOC, fanatico di Riquelme e tifoso del Barça.

Immagine di copertina riadattata da screen video YouTube – https://youtu.be/8wNSK_I1PAo?is=DFx1ubnhOysESia8