Eustaquio, il santo che non c’era e l’ultima di Super Hugo Broos

Eustaquio, il santo che non c’era e l’ultima di Super Hugo Broos

Giugno 29, 2026 0 Di Luca Sisto

Hugo Broos è seduto in panchina come qualcuno che guarda insistentemente l’orologio, in ufficio, il suo ultimo giorno di lavoro prima di una meritata pensione. E si aspetta da un momento all’altro che i colleghi di una vita, quantomeno quelli che ci sono ancora, entrino nella stanza portando la torta, le paste e i cornetti per festeggiare il vecchio. Che di questi tempi, insomma, arrivarci alla pensione!

E invece Jesse Marsch, lato Canada, fa esordire nella competizione l’idolo Alphonso Davies, ancora claudicante per i mille e uno infortuni che ne hanno limitato l’immenso potenziale in questi anni. L’ingresso del terzino del Bayern è sufficiente per gettare nello scompiglio le certezze della retroguardia sudafricana, condotta egregiamente fino a quel momento dal portiere dei Mamelodi Sundowns Ronwen Williams e dal sorprendente ventenne degli Chicago Fire, ma scuola Orlando Pirates, Mbekezeli Mbokazi.

Non siamo in Canada, ma a Los Angeles, al SoFi Stadium di Inglewood (always up to no good per dirla alla Tupac), e qui il profeta, fuori dalla patria, è un ragazzo di origini portoghesi, cuore ed esperienza al servizio della causa Canucks, tale Stephen Eustaquio, centrocampista di proprietà del Porto mandato a svernare in MLS in vista dei Mondiali, proprio ai Los Angeles FC.

Hugo Broos osserva i suoi che tentano stancamente di trascinare la partita ai supplementari, e magari già pensa alla schiera di rigoristi per svangarla anche stavolta, dopo un girone cominciato malissimo, nella gara inaugurale contro il Messico, ma terminato con un’insperata qualificazione ai danni della Corea del Sud e della Repubblica Ceca, rispettivamente 3 e 1 punti raccolti letteralmente dalla spazzatura.

Eustachio, nell’agiografia cristiana è un santo molto particolare. Non solo l’esistenza sua e della sua sfortunata famiglia non è citata se non da rarissime e decisamente postume scritture, ma persino le circostanze drammatiche del martirio, con la terribile e letale tecnica di tortura del Toro di Falaride, sembrano più leggenda che realtà.

Eppure, il nostro Eustaquio, nativo di Leamington ma che a 7 anni se ne torna in Portogallo coi genitori senza mai dimenticare dov’è nato, ha in faretra ancora un colpo, un tiro da fuori area su corta respinta della difesa, a tempo ormai scaduto.

A questo punto urge una riflessione, perché mentre il tiro di Eustaquio, nel suo attuale stadio di casa, sta per varcare inesorabilmente la linea della porta difesa da Williams, convergono le storie parallele del Canada e di Hugo Broos.

Se i Canucks hanno approfittato della qualifica di Paese ospitante, non solo per i loro primi punti in un Mondiale – zero punti (e zero gol) nel 1986 e zero anche nel 2022 (unici gol, uno di Davies e un autogol di Aguerd) – ma addirittura per superare il girone, l’allenatore belga ha uno storico ben più interessante nella principale manifestazione calcistica per nazionali.

Broos, al tempo arcigno difensore, faceva parte della rocambolesca spedizione che – attraverso un clamoroso doppio spareggio (vittoria 1-0 in casa, sconfitta 2-1 in trasferta, con qualificazione grazie al gol fuori casa) contro i rivali olandesi (che due anni dopo avrebbero vinto gli Europei) – si qualificò ai Mondiali del 1986. Quei Mondiali 1986, in Messico.

Un’avventura in cui superarono i favoritissimi sovietici ai supplementari e gli spagnoli ai rigori, per poi soccombere all’Argentina futura campione solo grazie a due magie di Maradona. Quei Mondiali 1986, che videro fra gli altri anche l’esordio, per la verità dimenticabile, del Canada.

Broos ha dichiarato nella conferenza stampa pre-gara che, con tutta probabilità, avrebbe lasciato il calcio dopo i Mondiali. A 74 anni, dopo una vita dedicata al pallone, vuole passare più tempo con i nipoti, godersi la famiglia e la pensione. Chissà cosa deve aver pensato, quando la strenua resistenza dei suoi è stata spezzata da Eustaquio, il “santo” che non doveva neppure essere lì. Che fino all’ultimo si era trovato a scegliere fra il Portogallo e il suo Paese di nascita, e avrà optato per il Canada forse più per opportunismo calcistico che per riconoscenza verso il popolo che aveva accolto i suoi genitori, i quali oggi, sfortunatamente, non ci sono più.

Ma il calcio, come la vita, si sa, ha mille vie per manifestare la sua infinita magia. E allora perché non il Capitano, perché non Eustaquio, per spedire il Canada agli Ottavi di finale, alla sessantesima presenza, tredicesima con la fascia da C al braccio, e mandare il buon Hugo a giocare a Mario Bros con i nipotini in Belgio.

Il Canada continua a sognare, in attesa della vincente fra Marocco e Olanda, certamente la sfida più interessante dei sedicesimi.

E chissà che il Santo che non c’era non faccia un altro miracolo.

 

Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia: ‘La Conversione di Sant’Eustachio’ Joseph Binder, Vienna, Kunsthistorisches Museum, 1849.