Saibari e gli altri: le nazionali fra recruiting e identità molteplici
Luglio 1, 2026 0 Di Philip SupertrampQuesto fine settimana, tra un bagno al mare e una partita del Mondiale, due miei amici spagnoli, scherzando, prendono da parte il mio primogenito e gli chiedono: «Lo sappiamo che l’Italia non è al Mondiale, ma se si giocasse Italia-Spagna, per chi tiferesti?». Lui li guarda e, senza esitazione, risponde: «Italia».
Insistono: «Ma sei nato in Spagna e vivi qui da sempre!».
E lui, ancora più convinto, chiude la discussione con un: «Mio babbo è italiano e io tifo prima per gli azzurri».
Una scena come questa, durante questo Mondiale, si sarà probabilmente ripetuta in migliaia di case sparse per il mondo.
Negli ultimi trent’anni le grandi migrazioni hanno cambiato profondamente la composizione demografica di molti Paesi europei. Oggi, i figli e i nipoti di quelle famiglie sono diventati calciatori professionisti.
Arrivati al momento della scelta, alcuni hanno deciso di rappresentare il Paese in cui sono cresciuti, altri quello delle proprie origini.
Due decisioni opposte, entrambe figlie dello stesso mondo, che in alcuni casi hanno messo di fronte perfino fratelli.
Le nazionali sono ormai lo specchio di una società sempre più complessa. Migrazioni, seconde generazioni, doppi passaporti e identità condivise ne hanno trasformato il volto.
Basti pensare che soltanto otto delle 48 nazionali presenti negli Stati Uniti, in Canada e in Messico hanno una rosa composta esclusivamente da calciatori nati nel Paese che rappresentano.
All’estremo opposto c’è Curaçao, che ha convocato 24 giocatori nati nei Paesi Bassi su 25. Tra questi due poli si colloca ormai gran parte del calcio internazionale.
Sicuramente una delle nazionali che più ha saputo approfittare di questo cambiamento è il Marocco. I Leoni dell’Atlante, infatti, nella sfida d’esordio sono arrivati a schierare, per oltre venti minuti contro il Brasile, undici giocatori senza che nessuno di loro fosse nato in Marocco.
Il portiere era nato in Canada, la difesa era composta da calciatori nati tra Spagna, Francia e Paesi Bassi, il centrocampo parlava soprattutto francese e belga, mentre davanti agiva Ismael Saibari.
Uno dei volti di questo Marocco è proprio quest’ultimo. Per il nativo di Terrassa (Spagna), il Mondiale del 2026 si sta trasformando nella competizione della consacrazione, capace di chiudere la bocca a chi pensava che i 50 milioni sborsati dal Bayern prima del torneo per l’acquisto del calciatore fossero troppi.
Saibari, infatti, è sempre andato a segno nella fase a gironi contro Brasile, Haiti e Scozia.
L’ormai ex PSV Eindhoven è stato schierato dal CT Mohamed Ouhabi come attaccante, anche se predilige giocare come centrocampista offensivo o seconda punta. Saibari unisce una fisicità dirompente a una tecnica nello stretto fuori dal comune.
Eppure, per il numero 11 dei Leoni dell’Atlante, la strada che lo ha portato fino a questo livello è stata tutt’altro che in discesa. Nato in Catalogna da genitori marocchini, si è trasferito in Belgio quando aveva appena sei anni. In pochi sanno, però, che alla nascita gli era stata diagnosticata una malformazione congenita ai piedi: i medici arrivarono perfino a ipotizzare che avrebbe potuto avere difficoltà a camminare.
Ci vollero anni di cure prima che riuscisse a superare quel problema, a correre come tutti gli altri bambini e, infine, a inseguire il sogno di diventare calciatore.
All’Anderlecht, a quattordici anni e a pochi giorni dall’inizio del ritiro, gli comunicarono che non rientrava nei piani del club perché ritenuto troppo “grasso”.
Ma chi è abituato a non arrendersi trova sempre una seconda opportunità. Ripartì dal Genk e, successivamente, si trasferì nei Paesi Bassi, prima con lo Jong PSV e poi in prima squadra.
Qui si è affermato come uno dei punti di riferimento del PSV, contribuendo alla conquista di tre Eredivisie consecutive. La definitiva consacrazione è arrivata in questa stagione: con 19 gol e 9 assist in 37 presenze ufficiali.
La sua carriera avrebbe potuto portarlo a vestire maglie di nazionali diverse. Era nato in Spagna, dove aveva ricevuto le prime cure, è cresciuto in Belgio ed è diventato un calciatore di alto livello nei Paesi Bassi.
Ha scelto invece il Marocco, il Paese dei suoi genitori. Una decisione che oggi accomuna sempre più giocatori e che racconta meglio di tante parole come sia cambiato il concetto di appartenenza.
Così, nella serata di lunedì, è stato proprio lui a presentarsi sul dischetto per calciare il rigore decisivo contro l’Olanda. Davanti aveva il Paese che lo ha consacrato nel calcio europeo con la maglia del PSV. Il suo tiro ha spedito il Marocco agli ottavi di finale e gli olandesi a casa.
Una semplice coincidenza o un’immagine che racconta il calcio di oggi? Percorsi personali che attraversano confini, lingue e culture, rendendo sempre più difficile tracciare una linea netta tra identità nazionale e identità personale.
È un fenomeno che inevitabilmente divide. C’è chi sostiene che le nazionali abbiano perso parte della loro identità, perché la maglia dovrebbe rappresentare prima di tutto il Paese in cui si nasce e si cresce. Altri, invece, vedono in queste squadre il riflesso più fedele della società contemporanea, dove milioni di persone vivono tra due o più culture, parlano più lingue e costruiscono la propria identità attraverso esperienze diverse.
La domanda, allora, resta aperta: che cosa fa davvero una nazionale oggi? Il luogo in cui sei nato, quello in cui sei cresciuto o quello a cui senti di appartenere?
Probabilmente non esiste una risposta giusta. Forse, sono tutte corrette e molto dipende non solo dalle legislazioni nazionali, ma anche dall’appetibilità dei progetti di recruiting. In questo senso il Marocco è all’avanguardia, poiché alla capacità di convincere atleti nati in altri Paesi a sposare la causa dei Leoni dell’Atlante, unisce un’eccellente sistema di crescita interna dei giovani.
Ma se il Mondiale è sempre stato uno specchio del mondo, quello del 2026 ci restituisce un’immagine diversa da tutte le precedenti.
E il rigore di Saibari contro l’Olanda, più che offrire una risposta, rende quella domanda impossibile da ignorare.
Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia: Saibari esulta dopo aver segnato al Brasile.


