Haramball: congratulazioni per il vostro calcio di me..

Haramball: congratulazioni per il vostro calcio di me..

Luglio 5, 2026 0 Di Luca Sisto

«Gratulerer, rævvafotball!»

Siamo nel 1994 e il calcio norvegese, sia a livello di club che di nazionale, sta entrando nel suo nuovo periodo d’oro.

Non è ancora il tempo degli Erling Håland (al massimo è il padre Alf-Inge che comincia a farsi largo a centrocampo), degli Ødegaard, dei Nusa e dei Sørloth. L’ossatura della squadra proviene da Trondheim, con il Rosenborg BK che in patria piglia tutto e nelle Coppe europee spaventa le grandi.

La trasferta in Norvegia diventa una delle più temute del continente, specialmente nel periodo invernale. Anche se la più grande impresa arriverà con quella clamorosa vittoria a San Siro del 4 dicembre 1996, con i rossoneri battuti a domicilio per 2-1, quasi trent’anni prima della sorprendente doppia sfida fra Inter-Bodø/Glimt, tutta a vantaggio dei norvegesi.

Dicevamo, è il 1994. Il Rosenborg sta per vincere in carrozza il nono titolo nazionale della sua storia (oggi è fermo a 26 dopo un periodo di crisi in cui è stato rimpiazzato dalle rivali), ma manca l’accoppiata con la coppa dal 1992.

L’occasione è ghiotta. In semifinale c’è il Molde che in quella stagione milita in seconda serie, e al cospetto degli insuperabili bianco-neri di Trondheim deve giocarsela come può. L’allenatore dei campioni di Norvegia è il mitico Nils Arne Eggen, profeta del 4-3-3 e di un calcio offensivo ma anche attento, basato su ripartenze fulminee e grande organizzazione e fisicità. Una sorta di evoluzione scandinava del calcio-totale che l’aveva fatto innamorare dell’Olanda di Rinus Michels e Johan Cruijff. Certo, non era l’unico.

La formazione che superò il Milan a San Siro, ottenendo così la qualificazione ai quarti di finale della UEFA Champions League 1996-1997, tuttora il miglior piazzamento raggiunto dal Rosenborg in campo internazionale (Wikipedia)

La formazione del Rosenborg BK che superò il Milan a San Siro, ottenendo così la qualificazione ai quarti di finale della UEFA Champions League 1996-1997, tuttora il miglior piazzamento raggiunto dal club norvegese in campo internazionale (Wikipedia)

Dall’altra parte, l’amico-nemico Åge Fridtjof Hareide, che decide di opporgli il più classico dei “catenacci”, poco contropiede e molto lancio sulla punta nel tentativo di sorprendere la difesa dei Troillongan.

Inutile a dirsi, il Molde uscirà vincitore dal doppio confronto (2-2 e 2-1) arrivando successivamente a conquistare la coppa. Eggen non la prende bene, e pronuncia la storica frase «Gratulerer, rævvafotball!» – congratulazioni per il vostro calcio di me… (o, più gentilmente, anti-calcio se siete italiani, o ancora haramball per gli anglosassoni).

Il giorno successivo, Eggen chiama l’amico per chiedergli scusa.

«Lo ricordo bene. Mi sentii in colpa e lo chiamai la mattina seguente per chiedergli perdono. Lui mi disse che non ci aveva dato troppo peso. Noi di quella generazione non siamo così permalosi», racconta Eggen. «Siamo sempre stati grandi amici. Però abbiamo avuto qualche episodio…»

Hareide, uno dei primissimi calciatori norvegesi ad approdare nel professionismo inglese negli anni ’80 (giocò per Manchester City e Norwich) si farà parzialmente perdonare dai tifosi del Rosenborg vincendo il campionato nel 2003, ed entrando nella storia del calcio per aver vinto il campionato in tre Paesi diversi (con il Brøndby vinse in Danimarca nel 2001-02, con il Malmö in Svezia nel 2014). 

Hareide ha guidato la nazionale norvegese e quella danese. Con quest’ultima, ha conquistato la sua unica qualificazione ai Mondiali, nel 2018 in Russia, dove fu la Danimarca fu l’unica ad imporre il pari – a reti bianche – ai futuri campioni della Francia. I danesi uscirono agli ottavi, ai rigori contro la Croazia, poi finalista.

Eggen e Hareide hanno rappresentato per anni le due anime della Norvegia e del calcio scandinavo. Quella più internazionalista e quella più pratica ed integralista. La fortissima generazione norvegese che si è guadagnata il diritto di affrontare il Brasile agli Ottavi di finale dei Mondiali 2026 è la figlia prediletta della fusione di due scuole di pensiero e di una lunga programmazione sportiva.

Del resto, il calcio non è una scienza esatta. Ma come in quel Molde – Rosenborg del 1994 ognuno deve giocare con le armi che ha. La Norvegia non è la nazionale del 1994 che uscì ai gironi del primo mondiale statunitense solo per la differenza reti, perdendo 1-0 in superiorità numerica contro l’Italia. E non è neppure quella della temuta coppia d’attacco Solskjær – Tore Andre Flo che, sempre contro gli Azzurri, uscì agli ottavi di France ’98 (1-0, gol di Bobo Vieri) dopo aver superato il Brasile, futuro finalista, nella terza giornata del proprio girone, per 2-1.

Ma è una nazionale consapevole della sua forza, capace di accettare un pesante turnover contro la Francia, con l’idea di un torneo che – si spera – possa durare ancora a lungo, come la vittoria ai sedicesimi contro la Costa d’Avorio può testimoniare.

La Norvegia di Solbakken e una nuova generazione dorata

Perciò, almeno nella testa dei norvegesi, contro il Brasile questa sera nessun haramball. Nessun anti-calcio. Niente più rævvafotball.

Di certo, non quello che ha fatto appena vedere il Paraguay contro i francesi. Con l’aiuto di un arbitraggio compiacente ed incapace di gestire i cartellini, tanto da chiudere la partita con 3 ammoniti, tutti tra le fila francesi, nonostante 90 minuti più cospicuo recupero di fallacci, provocazioni e perdite di tempo. E con Mbappé a ridere di gusto per sfottere l’atteggiamento degli avversari.

L’ultima frontiera dell’haramball. Un calcio talmente rinunciatario che – al netto della solida difesa sudamericana e della proverbiale garra guaraní – aveva il solo obiettivo, peraltro fallito per un rigore chiamato dal VAR – di portare la contesa ai tiri dal dischetto. Che bene avevano portato contro la Germania, ma in una partita di tutt’altro contesto tecnico. Ma come biasimarli?

Del resto, per vincere, servono entrambi gli ingredienti. Il gioco, e la capacità di mettere “le mani nella merda” – come lo stesso Mbappé ha dichiarato a fine partita.

Perché in fondo, ai Mondiali, ognuno gioca la sua partita. Ma pochissimi sono in grado di sollevare la coppa più ambita.

Il calcio è un gioco di risultato e di emozioni. Che sia la Coppa di Norvegia o la finale dei Mondiali. Se vinci dando spettacolo tanto meglio, altrimenti…“congratulazioni per il tuo calcio di me…!”

 

Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.

Nell’immagine di copertina, tratta da Wikipedia, Åge Fridtjof Hareide.