La Battaglia di Santiago

La Battaglia di Santiago

Luglio 6, 2026 0 Di Matteo Bruschetta

Il pezzo che segue – dedicato alla partita dei Mondiali 1962 Cile – Italia, passata alla storia come “La Battaglia di Santiago” – è estratto dal libro di Matteo Bruschetta: “Clamoroso ai Mondiali: Piccole nazionali, grandi sorprese, storie d’altri tempi”.

Degli undici titolari, nessuno ha toccato le dieci presenze in azzurro: Mora 9, Robotti 7, Salvadore 6, Altafini 4, Menichelli 3, David e Ferrini 2, Maschio e Mattrel 1, Janich e Tumburus 0.

Molto più esperti e avvezzi a indossare la maglia della Roja, invece, i cileni: Leonel Sánchez 45 gettoni, Ramírez 39, Escuti 31, Navarro 26, Raúl Sánchez 21, Eyzaguirre 19, Toro e Fouillioux 15, Rojas 11, Contreras 6 e Landa 4.

A centrocampo, tra i due capitani Navarro e Mora, si staglia la figura dinoccolata e un po’ goffa di Kenneth Aston, inglese di Colchester, affiancato dai due assistenti: il messicano Fernando Buergo Elcuaz e l’israeliano Leo Goldstein. A quest’ultimo, ebreo di origine polacca, l’arbitraggio salvò la vita dentro Auschwitz. Un soldato delle SS chiese ai prigionieri se qualcuno avesse familiarità con il calcio e Leo rispose di aver letto il regolamento una volta. Fu così che Goldstein sopravvisse, arbitrando partite tra guardie e soldati nazisti.

In origine, el juez designato per Cile-Italia era il basco Gardeazábal, mentre Aston avrebbe dovuto dirigere Ungheria-Bulgaria. Il 27 maggio, però, la FIFA accolse un reclamo e invertì le designazioni: Aston a Santiago, Gardeazábal a Rancagua. Curiosamente, nella prima giornata l’inglese aveva già arbitrato il Cile e il basco la Bulgaria: un back-to-back arbitrale che non si ripeterà più nelle edizioni successive dei Mondiali.

Ma chi fu a presentare ricorso? Le versioni sono due. La prima sostiene che siano state le nazionali del Gruppo 4, lo stesso dell’Inghilterra, appellandosi al principio secondo cui, in un girone, non dovrebbe arbitrare un connazionale delle squadre coinvolte. La seconda attribuisce l’iniziativa all’Italia, poco incline ad accettare un arbitro di madrelingua affine a quella degli avversari.

Artemio Franchi poi smentì, affermando di aver chiesto soltanto la sostituzione dei guardalinee cileni designati per Italia-Svizzera.

Pur essendo al suo primo Mondiale, il quarantaseienne Aston ha esperienza sufficiente per dirigere una sfida che si annuncia complicata. Arbitro da ventisei stagioni, è entrato nei ranghi della Football League nel 1949-50 e ha già fischiato in partite di prestigio, come la Coppa Intercontinentale del 1960 tra Real Madrid e Peñarol.

Durante la Seconda guerra mondiale, Aston si arruolò nella Royal Artillery, poi passò alla British Indian Army, concludendo il conflitto con il grado di tenente colonnello. Nella vita civile è stato insegnante e poi preside di una scuola primaria a Ilford, nell’Essex.

In the red corner, il Cile: maglie a maniche lunghe rosso acceso, pantaloncini blu scuro, calze bianche. In the blue corner, l’Italia due volte campione del mondo: maglia di lana a maniche lunghe azzurro Savoia, scudetto tricolore sul petto, pantaloncini bianchi e calzettoni azzurri.

Sembra quasi di sentirlo, Aston, scandire ai due capitani la formula del ring: «I want a good, clean fight. Protect yourselves at all times. Obey my commands at all times. No hitting below the belt. You hear me?». Navarro e Mora lo guardano e accennano un sì con la testa. Non manterranno fede a una sola parola.

A Santiago sono le 15 circa quando Mr. Aston dà il via alle ostilità. A Roma, invece, sono le 20: nelle case e nei bar d’Italia risuona la voce calda e inconfondibile di Nicolò Carosio. Passato alla televisione due anni prima, Carosio torna alla radiocronaca per il Mondiale cileno. Le immagini verranno trasmesse dalla RAI solo due giorni dopo.

La sera del 2 giugno, sul Canale Nazionale, va infatti in onda la replica di Germania Ovest-Italia. A narrare il match ai milioni di cileni senza televisione sono invece le voci delle numerose emittenti di Santiago, su tutte quella di Hernán Solís per Radio Nuevo Mundo e di Julio Martínez per Radio Agricultura.

La Canarinha

L’Italia parte bene: prima Menichelli impegna Escuti con un cross teso, poi Altafini lo costringe alla parata. È solo un’illusione: il calcio lascerà presto spazio ai calci. Al 4’ Eyzaguirre parte dalla destra palla al piede, si accentra con la temerarietà di un kamikaze e viene steso da un tackle in ritardo di Salvadore. Chi mena pe’ primo, mena du’ vorte.

Sono passati appena cinque minuti e Mario David è già caliente: dopo aver atterrato Leonel Sánchez, viene colpito da dietro da Rojas. Da terra il terzino azzurro reagisce con una pedata sugli stinchi e, nel rialzarsi, rifila un calcio allo stesso Rojas. Un tris di colpi notevole. Che la Battaglia di Santiago abbia inizio. Si accende una ressa. Maschio si infila nell’ombra dei corpi e colpisce al volto Leonel Sánchez con un pugno rapido, quasi clandestino. La “colpa” del cileno è avergli rinfacciato, con un velenoso traidor, di aver sbagliato città: l’Argentina gioca a Rancagua, non a Santiago.

A fatica il gioco riparte, ma un paio di minuti dopo arriva una nuova pausa forzata. Landa entra da dietro con irruenza su Ferrini, che reagisce con un plateale calcione fuori bersaglio. Basta il gesto: processo alle intenzioni e Aston gli mostra l’uscita. Il mulo triestino, tutto nervi, non ha nessuna intenzione di lasciare il campo e cerca di spiegare la dinamica. Mentre l’arbitro è voltato, Sánchez decide che è il momento di pareggiare i conti con Maschio.

Lo aspetta, lo studia per un istante, poi lo colpisce al naso, di lato, con un diretto mancino secco, chirurgico, sfruttando proprio quell’angolo morto in cui sa che nessuno sta guardando. Non c’è sfida, non c’è avviso: è un gesto rapido e codardo. Maschio sente il sangue scorrergli caldo lungo il dorso del naso, dividersi sulle labbra, gocciolare sul mento. Ne assapora il gusto ferroso riempirgli la bocca, denso, inconfondibile. La maglia azzurra, immacolata pochi minuti prima, si macchia in fretta di sangre. Il setto nasale è deviato e Humberto lo capisce senza bisogno di diagnosi. Per un attimo resta lì, piegato su se stesso, spaesato, mentre capitan Mora, unico testimone, cerca di avvisare Aston.

L’arbitro non ascolta, fa un cenno con la mano ed entrano in campo i Carabineros de Chile, cappotti verde militare e passo deciso. Accerchiano Ferrini come fosse un ladro di galline colto sul fatto e lo scortano fuori, impedendo ai compagni di avvicinarsi.

Il terreno di gioco si riempie di intrusi: carabinieri cileni, dirigenti, massaggiatori, fotografi o presunti tali, inservienti. Aston tenta invano di tenere insieme i cocci di un vaso che gli è già scivolato dalle mani. Quando, dopo parecchi minuti, la mischia finalmente si scioglie, Mora gli chiede di consultare i suoi assistenti. Né l’israeliano né il messicano hanno però visto niente. Oltre al danno, la beffa: Italia con un uomo in meno, un altro menomato e oltre 65.000 cileni contro.

In un calcio senza possibilità di sostituzioni, Maschio resta in campo con il cotone nelle narici e, senza Ferrini, tocca a lui occuparsi di Jorge Toro. È nervoso, “El Bocha”: ogni intervento sembra trascinarsi dietro la scia del colpo subito, come al 15’, quando affonda un calcione sul ginocchio di Toro. Uno dei tanti massaggiatori cileni entra di nuovo in campo, quasi a voler rimarcare ad Aston la durezza degli italiani.

Al 22’ tocca a Mario David: prima stende Sánchez, poi gli rifila un buffetto grossolano in faccia, come a invitare Leonel a smettere di fare la commedia. Un filtrante di Altafini al 24’ libera Mora che, in palese ritardo, prima scalcia Contreras e poi colpisce alla testa Escuti in uscita bassa. Il portiere si rialza e accetta la stretta di mano: un lampo di fair play in un pomeriggio che sembra non conoscerne.

Fouillioux, studente di giurisprudenza, applica la legge del taglione e al 25’ piomba sulla caviglia di Janich, poi si rialza e va dritto su David con un intervento vigoroso. È un calcio che non concede tregua. Al 26’ altra manata in faccia di David a Sánchez, stavolta con la mano di richiamo. Leonel accentua la caduta, rotola, protesta: è un duello personale che ormai vive di provocazioni e colpi. Subito dopo, Fouillioux arriva à toute vitesse su Salvadore, che con una finta da matador evita il contatto e manda a vuoto l’avvocato.

Un minuto dopo, David appoggia il gomito sul volto di Sánchez durante un contrasto. Al settimo fallo del difensore friulano, Aston valuta che sia forse il caso di avvertirlo: «No more». Leonel resta a terra, un po’ per il colpo, un po’ per alimentare il tranello in cui Mario è ormai caduto. A mandarlo in bestia sono i continui omaggi che il numero 11 cileno rende al guanaco, animale andino simile al lama, famoso per la sua abitudine a sputare.

Al 29’ Contreras si iscrive al fight club, piantando i tacchetti sulla coscia di Robotti, che aveva già scaricato il pallone. Capitan Mora corre verso Aston, protesta con veemenza, ma l’arbitro sembra ormai anestetizzato da tutto ciò che lo circonda. Al 36’ l’incornata a lato di Altafini, su cross di Mora, è come una breve réclame in mezzo a un film splatter. Poco dopo Contreras, da terra, prova invano a colpire il ginocchio di Maschio, mentre Toro entra a gamba tesa sulla coscia di David. Solo antipasti, in attesa della portata principale.

Al 40’ a riaccendere la miccia sono i soliti sospetti: Leonel y Mario. Chiuso vicino al calcio d’angolo, il cileno cade con il pallone stretto tra le gambe. A David non par vero di poter rifilare al rivale due calcioni in rapida serie, con la scusa di mirare alla pelota o a las pelotas. Quando era niño, il padre Juan gli diceva: «Hay que decidirse, Leonel: el fútbol o el boxeo, pero las dos cosas no». Il calcio o il pugilato, l’uno o l’altro.

Nel rialzarsi di scatto, Sánchez si scorda la massima paterna ma ricorda bene come gli aveva insegnato a boxear. Con un diretto mancino colpisce David alla mandibola, facendolo crollare di schianto. Poi, mimando una zoppia, si accascia anche lui, per solidarietà.

Attorno a loro c’è la solita calca. Tra flash di fotografi, proteste degli azzurri e sguardi torvi dei Carabineros, compare un omino in tuta bianca. Trattasi di Carlos Barrenechea, detto “El Raty”, l’addetto ai cartelli con i numeri dei marcatori. Si precipita in campo per controllare chi sia l’uomo al tappeto, con gli uccellini che gli girano attorno alla testa. In difesa del compagno, prima Janich lo spintona a terra, poi Salvadore lo afferra per la tuta e lo caccia via. “El Raty” riparte a tutta birra verso la linea laterale, fruga tra le sue tabelle numerate, trova la 18 e la alza verso il pubblico, per aizzarlo contro David. Un gesto vagamente simile a quello dell’avvenente ragazza che, nei match di boxe, attraversa il ring con il numero del round alzato sopra la testa.

Ognuno, all’Estadio Nacional, ha un ruolo nella tragicommedia. Fernando Buergo Elcuaz avrebbe quello del testimone, trovandosi a due metri dal fattaccio. Eppure, quando Mr. Aston gli si avvicina per chiedere lumi, il señor assistente gli fa capire: nenti sacciu, nenti vitti e nenti vogghiu sapiri. Nessun pugno, solo una spinta. L’inglese prende nota e assegna pure la punizione al Cile, tra l’incredulità degli azzurri.

La vendetta è un piatto che va servito freddo, dice il saggio. Mario David, evidentemente, non è tipo da proverbi popolari. Passano un paio di minuti quando, in una delle rare occasioni in cui i cileni non giocano rasoterra, Sánchez viene cercato con un lancio lungo. Fingendo di andare sulla palla, il terzino del Milan plana su Leonel con un calcio volante, colpendolo tra spalla e collo. Un kung-fu kick tanto acrobatico quanto scomposto, più da codice penale che da regolamento FIFA.

Sánchez resta a terra, immobile: la classica mossa dell’opossum. Accorrono in quattro tra dottori e massaggiatori, un’intera équipe medica. Restano prudentemente a bordo campo il veterinario e il prete con l’olio per l’estrema unzione: non serviranno, gracias a Dios. David allarga le braccia, professa goffamente la propria innocenza, mente sapendo di mentire. Mora lo spinge via, Aston lo prende sotto braccio e lo accompagna oltre la linea laterale, affidando ai soliti Carabineros il compito di scortare il pericoloso individuo negli spogliatoi — o forse in una gattabuia di Santiago.

Il tempo di un altro paio di scarpate e, dopo otto minuti di recupero, Aston manda tutti negli spogliatoi a prendere una camomilla calda. Il tabellino dice ancora 0-0 alla voce gol, ma 21-11 per l’Italia nel conto dei falli. La quantità è tutta azzurra: irruenti, eclatanti, spesso ingenui, los italianos. La qualità, invece, è cilena, merito di un fuoriclasse della noble art prestato al calcio, come Leonel Sánchez.

Nella ripresa Mazza corre ai ripari, spostando Robotti a destra sullo stesso Sánchez — scelta che si rivela efficace — e arretrando Menichelli nel ruolo di terzino sinistro. La squadra di Riera gioca sempre palla a terra e, appena ne ha l’occasione, prova la conclusione da fuori area per sfruttare il Crack, un pallone dalle traiettorie imprevedibili, più leggero di quelli utilizzati in Europa. In campionato i cileni ci hanno preso confidenza e non è un caso che il tiro dalla distanza sia una delle loro armi predilette. Con due uomini in meno, l’Italia non può fare altro che chiudersi, gestire il cronometro, spedire palloni all’indietro verso Mattrel o lunghi alla ricerca di Altafini, lasciato a combattere contro i mulini a vento.

Gli azzurri si serrano e tirano a campare, fedeli al motto: «A tuto quel che se movi su l’erba, daghe. Se xe ’l balon, no importa».

Se nel primo tempo il duello rusticano era stato David vs Leonel Sánchez, nella ripresa gli scontri più agonisticamente interessanti sono Mora-Contreras, Maschio-Toro e Salvadore-Landa. Al 63’ Mora perde palla e rifila un calcione di pura frustrazione a Contreras. Cinque minuti dopo “Pluto” restituisce il favore con un pestone sulla gamba dello juventino, affondando tutto il peso del corpo mentre l’avversario è a terra.

Maschio al 73’ perde l’ennesimo pallone e, quasi fosse un riflesso condizionato, commette l’ennesimo fallo su Toro, dopo aver già spazzato via la sfera. È un gesto inutile, pagato molto caro. Sulla punizione laterale che ne segue, Sánchez disegna una traiettoria tesa: Mattrel è caricato da Landa e smanaccia maldestramente. La sfera si impenna a campanile nella direzione di Ramírez, che di testa insacca.

In radiocronaca Carosio accusa il portiere azzurro di aver abbandonato i pali per raccogliere il berretto lasciato vicino a un montante. Una tesi che Carletto smentirà sempre con fermezza.

L’Estadio Nacional è una bolgia. Le bandiere rosse, bianche e blu ondeggiano senza sosta, il chiasso è continuo, quasi soffocante. Un risultato storico è a un passo per il Cile. In nove e sotto di un gol, l’Italia attacca ma espone il fianco ai contropiedi cileni. Landa trova subito il raddoppio, annullato però per fuorigioco. Al 79’ Toro loco scherza con il fuoco, affondando Mora con un placcaggio in stile rugby. I due rotolano a terra e si azzuffano come monellacci, il professor Aston è costretto a infilarsi fisicamente tra i corpi per separarli.

All’85’ Landa, solo in area, viene chiuso da Mattrel. Va a bersaglio invece Salvadore, con una poderosa gomitata in faccia a Ramírez. Toro poi restituisce a Maschio uno dei tanti colpi incassati. Jorge non è solo toro ma pure matador e all’88’ fa centro con un gran destro da fuori area. 2-0, se acabó.

In tribuna, oltre a migliaia di cileni in estasi, gongola il presidente della Sampdoria, Lolli Ghetti, che ha puntato gli occhi su di lui come sostituto dello jugoslavo Vujadin Boškov.

Perso per perso, al 90’ gli azzurri vanno a caccia di gambe, con capitan Mora che affonda il ginocchio su Eyzaguirre. Finché c’è lotta c’è speranza, sembra dire Salvadore con un blocco stile hockey su ghiaccio ai danni di Landa. Un attimo dopo, Aston suona il gong.

Sembra finita ma, dietro di lui, Landa e Maschio si scambiano ancora un paio di colpi proibiti, fuori tempo massimo. L’esausto referee fa finta che sia tutto ok e se ne va negli spogliatoi senza voltarsi, come un maestro che ha perso il controllo della classe e non ne vuole più sapere. La Battaglia di Santiago è finita, andate in pace.

Il mistero del primo gol olimpico ai Mondiali

Il bollettino finale è impietoso: 32 infrazioni commesse dall’Italia, 16 dal Cile. Nel cartellino dei giudici, tra gli azzurri spiccano i 9 falli di David in un solo tempo, i 7 di Maschio, i 6 di Mora e i 5 di Salvadore. A quota zero Altafini e, a sorpresa, due difensori: Robotti e Tumburus. Tra i cileni, tre colpi ciascuno per Contreras, Landa e Toro. Solo due per Sánchez, ma entrambi da knockout.

Dal Pacifico alle Ande, dal deserto di Atacama alla Patagonia, nel Cile intero esplose la fiesta. Le strade vibrarono di un orgoglio nuovo, liberatorio, come se il Mundial avesse spalancato una porta che il Paese aspettava da anni.

Enorme fu la felicità per aver sconfitto una potenza come l’Italia e la soddisfazione per aver vendicato sul campo le offese di quei malparidos. Santiago vibrò all’unisono, un cuore solo che pulsava per la Roja.

La festa sconfinò anche nella violenza. Nel tragitto di ritorno dallo stadio, il pullman della nazionale italiana fu bersagliato da una sassaiola. Attorno alla palazzina dell’Escuela de Aviación, poi, si formò un assembramento minaccioso di decine di tifosi esagitati, armati di bastoni e urlanti: «¡Muerte a los italianos!» I facinorosi bloccarono la strada e solo l’intervento di un gruppo di aviatori consentì alla comitiva azzurra di raggiungere il proprio alloggio senza conseguenze.

La Battaglia di Santiago non si esaurì al fischio finale e i suoi strascichi durarono parecchi giorni. Alla pubblica gogna finirono in molti. Nella trincea italiana si puntò il dito contro gli avversari e contro il “sicario” Ken Aston; più sfumate furono le critiche rivolte alla coppia Mazza-Ferrari e ai calciatori. In quella cilena, invece, il bersaglio fu uno solo: gli Azzurri, bollati come violenti, provocatori, persino drogati. Il duello, chiuso sul campo, continuò nelle stanze dei bottoni e sulle colonne dei quotidiani dei due Paesi, tra editoriali al vetriolo e corsivi accusatori.

 

02/06/1962, ore 15:00 – Estadio Nacional, Santiago

CILE-ITALIA 2-0

MARCATORI: 73’ Ramírez (C), 87’ Toro (C).

CILE: Escuti, Eyzaguirre, Contreras, Raúl Sánchez, Navarro, Toro, Rojas, Ramírez, Landa, Fouillioux, Leonel Sánchez. CT: Riera.

ITALIA: Mattrel, David, Janich, Salvadore, Robotti, Tumburus, Ferrini, Mora, Maschio, Altafini, Menichelli. CT: Mazza-Ferrari.

ARBITRO: Aston (Inghilterra).

ESPULSI: 8’ Ferrini (I), 41’ David (I).

 

Testo di Matteo Bruschetta tratto dal suo ultimo libro “Clamoroso ai Mondiali: Piccole nazionali, grandi sorprese, storie d’altri tempi”.

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Immagine di copertina tratta da Wikipedia.