Il XIV Emendamento e il caso Balogun

Il XIV Emendamento e il caso Balogun

Luglio 7, 2026 0 Di Luca Sisto

Ottavi di finale fatali ai tre Paesi organizzatori. 
E no, gli Stati Uniti non vinceranno i Mondiali neanche stavolta.

Curiosamente, il boia veste la camicia sudaticcia del più presuntuoso fra i tanti allenatori scarsi di questi Mondiali. Rudi “can’t fail” Garcia. Uno che ormai deve aver capito che, per vincere, gli occorre fare delle scelte e applicarne l’esatto contrario.
Survive and advance è un classico del torneo di basket più divertente del mondo, quello della NCAA e della sua March Madness. E le gare ad eliminazione diretta di questi Mondiali non fanno eccezione.

La follia, stavolta, è nella canicola americana dei giorni dell’indipendenza, che tocca quota 250 in un Paese mai così diviso dai tempi del Vietnam.
La follia è rappresentata dalla FIFA, che indipendente lo è sempre stata solo sulla carta, rispondendo ora a questo ora a quello – ma seguendo sempre l’odore dei soldi, e fanculo che “pecunia non olet” – e che decide di pickuppare the phone per ascoltare il più bizzarro degli autocrati del mondo liber(ale), Donald Trump.

Un Paese di opposti che si incontrano ogni giorno, come il 4 luglio: mentre un manipolo di neonazi mascherati sfila per la Capitale con le bandiere confederate, una ragazza afroamericana viene fotografata seduta in metro, circondata dai suddetti energumeni, che sembrano non curarsene. Una foto potente e assurda.

Il XIV Emendamento è stato di recente salvato dagli attacchi di Trump, grazie ad una Corte Suprema che pure è composta per 2/3 da Conservatori che ipoteticamente devono il posto allo stesso tizio arancione e ai suoi sodali.
E così – per adesso – lo ius soli è salvo.
Chi nasce su suolo americano è cittadino statunitense. Un emendamento alla Costituzione fatto apposta per proteggere il Civil Rights Act del 1866, in un’epoca in cui le conseguenze della guerra civile e del suo presunto contenzioso principale, la schiavitù vs l’abolizionismo, ancora tenevano divisi gli Stati Uniti dagli Stati secessionisti.

Curioso come oggi, calcisticamente parlando, il motivo del contendere fosse la squalifica di tale Folarin Balogun, inglese di origini nigeriane nato su suolo statunitense per puro caso, mentre la mamma incinta era in visita dai parenti a New York, e un addetto aeroportuale non la fece salire, per motivi di salute, sul volo che l’avrebbe riportata in patria.

Donald Trump – che a detta sua non sapeva cosa fosse e quali conseguenze avesse un cartellino rosso – ha ordinato all’amico Infantino di bloccare la squalifica di Balogun, automatica e non appellabile dopo che il VAR l’aveva estromesso dalla partita dei sedicesimi contro la Bosnia.

Più che probabile che POTUS non sapesse nemmeno grazie a quale legge costituzionale americana, Balogun l’eletto avesse il diritto di giocare per la nazionale statunitense.

The dark side of the Cup: Mondiali corrotti

E così, nella settimana del rendezvous fra indipendentisti, secessionisti, ius solisti e fautori della remigrazione in salsa trumpiana, il calcio del soccer esce dalla competizione – nella gioia collettiva di chiunque non fosse americano – contro la nazionale del Paese con capitale Bruxelles, ovvero il cuore delle istituzioni dell’Unione Europea, che è un po’ la kryptonite di Donnie, almeno quanto i messicani e i giudici che gli danno la caccia

Dicevamo di Rudi Garcia. Uno che a due minuti dalla probabile sconfitta per 0-2 contro il Senegal ai sedicesimi, era già in vacanza, pronto a beccarsi col suo solito sorriso beffardo da francese uno shitstorm inenarrabile.

Uno che aveva tolto De Bruyne e Doku addossando loro le ragioni della disfatta che andava materializzandosi, dopo aver inserito nell’11 titolare il centrocampo più lento della storia del calcio: Tielemans, Vanaken, De Bruyne.

E invece il calcio, ovvero il football, come sempre si salva da solo, nelle forme più inopinabili.

Il Belgio rimonta e batte il Senegal ai supplementari e, come già accaduto nel 2014, tira fuori dalla competizione agli Ottavi i pronipoti dello Zio Sam.

Contro gli USA, Rudi rinuncia proprio a De Bruyne, neppure entrato, e Doku (solo 1/3 di gara da subentrato per la stella della squadra) perché squadra che rimonta non si cambia, e ritrova il miglior De Ketelaere, doppietta, mentre dalla panchina Vanaken (entrato al posto dell’infortunato Onana) e il redivivo Lukaku chiudono la contesa sul 4-1. Con buona pace di Pochettino, che pure senza vergogna aveva definito la squalifica di Balogun come ingiusta. Come se fossero loro a decidere il regolamento.

Balogun che, giova ricordarlo, dopo un ottimo mondiale, contro i belgi non ne ha strusciata mezza.

Sulla strada del Belgio per una clamorosa semifinale, ci sarà la Spagna. Come nell’86. Chissà.

Se i Red Devils hanno mostrato l’uscita a quelli che pensavano di essersi salvati da un Red Card, le Furie Rosse vedono rosso ogni volta che incontrano i cugini lusitani. A proposito di capolinea, è stata l’ultima a livello internazionale di Cristiano Ronaldo. Ironia della sorte, un altro a cui era stata annullata una squalifica per potersi presentare immacolato ai Mondiali. E forse sarebbe stato meglio per i portoghesi.

Del resto, non è facile vincere quando giochi in 10 per tutta la partita, e hai un mulo, come allenatore. Ogni riferimento a Roberto Martinez e all’indolenza del 7 è puramente voluto.
La Spagna batte meritatamente il Portogallo, che ai Mondiali diventa per l’ennesima volta campione di talento sprecato. I tre moschettieri del PSG, João Neves, Vitinha e Nuno Mendes non bastano. Anzi, quando quest’ultimo molla, il precario equilibrio che si reggeva sulle sue spalle per non sbilanciare su Yamal la fisarmonica difensiva, crolla.

Sufficiente uno show difensivo a vuoto per liberare il killer Merino, appena entrato, per il gol vittoria degli spagnoli quando l’orologio dice 90 e spiccioli.
Nel recupero fiume il Portogallo si sveglia dal torpore ma è troppo tardi. Bernardo si accapiglia con l’ex compagno Citizen Rodri, monta la frustrazione fra i CR7 Boys, molto meno fedeli degli adepti della Iglesia Messiana.
Ora, spiegate agli americani che la finale dei Mondiali non sarà Messi vs CR7. E che non ci saranno nemmeno gli USA.
Anzi, spiegategli che non ci sarà mai un Messi – CR7 ai Mondiali.
O forse no. Chissà.
Finché cammina, il fuoriclasse di Madeira, magari troverà sempre qualcuno disposto a piazzarlo lì davanti.

Perché la gratitudine nello sport, si sa, è il sale sulle ferite dei vincenti.

 

Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.

Nell’immagine di copertina, tratta da Wikipedia, Folarin Balogun.