Spagna – Belgio e i giorni di San Fermín

Spagna – Belgio e i giorni di San Fermín

Luglio 8, 2026 0 Di Philip Supertramp

¡Viva San Fermín!

È stato il grido di Mikel Merino dopo che, al 91′, ha spedito la Spagna ai quarti di finale del Mondiale con un gol. Una rete arrivata al termine di cinque mesi di sofferenza, dopo una frattura al piede, un lungo recupero e la promessa mantenuta da Luis de la Fuente, che non ha mai smesso di credere in lui. Poi ci ha pensato il destino, che ha voluto che il centrocampista navarro diventasse l’eroe della Roja proprio nel giorno in cui a Pamplona veniva lanciato il Chupinazo, dando il via ai Sanfermines.

Adesso, però, per la Spagna arrivano i quarti di finale, il turno che più di ogni altro ha segnato la storia della Roja ai Mondiali.

Infatti, i quarti, per quasi un secolo, sono stati un ostacolo difficile da superare. La prima delusione arrivò già nel 1934, quando l’Italia padrona di casa eliminò gli spagnoli in una sfida passata alla storia anche per le tante polemiche.

Sessant’anni dopo fu ancora l’Italia a interrompere il cammino della Roja negli Stati Uniti, con il gol decisivo di Roberto Baggio e l’indimenticabile gomitata di Mauro Tassotti a Luis Enrique.

Nel 2002, invece, il ricordo è legato soprattutto all’eliminazione contro la Corea del Sud. Tra reti annullate, decisioni arbitrali discusse e la sconfitta ai calci di rigore, quella partita è ancora oggi una delle più amare nella storia della nazionale spagnola.

L’unica eccezione resta il 2010. Contro il Paraguay servì una gara sofferta, decisa dal gol di David Villa. Quella vittoria cambiò il corso della storia: la Spagna riuscì finalmente a superare il proprio limite e, pochi giorni dopo, conquistò il suo primo Mondiale.

Tra tutte le eliminazioni ai quarti, però, tornando al giorno d’oggi, c’è quella di Messico ’86, che è anche la più attuale. L’avversario era il Belgio, lo stesso che venerdì proverà a fermare la corsa delle Furie Rosse.

Quel 22 giugno, allo stadio Cuauhtémoc, dopo il vantaggio dei Diavoli Rossi e il pareggio nel finale di Juan Señor, la sfida si trascinò fino ai rigori. A sbagliare dagli undici metri fu Eloy, che mandò il Belgio in semifinale. Quarant’anni dopo, il destino ripropone lo stesso incrocio: ancora il Belgio, ancora un quarto di finale, sempre di là dall’Atlantico.

La Spagna è arrivata fin qui grazie a un ottimo gioco collettivo, in cui le certezze costruite dal CT si basano sugli equilibri trovati durante questi anni e su quei giocatori che, pur senza occupare ogni giorno le prime pagine, stanno facendo la differenza nei momenti decisivi.

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Il primo esempio è il capitano Unai Simón. Alla vigilia del Mondiale il dibattito sul portiere sembrava ancora aperto. Una parte della stampa avrebbe preferito vedere David Raya o Joan García tra i pali, convinta che il numero uno dell’Athletic non offrisse sufficienti garanzie. Luis de la Fuente, invece, non ha mai cambiato idea. Ha continuato a puntare su Unai e il portiere gli sta restituendo quella fiducia con prestazioni di grande livello.

Il record di sei partite consecutive senza subire gol ai Mondiali (cinque in questa edizione, più una in Qatar 2022), lasciandosi alle spalle Walter Zenga (Italia ’90) e Iker Casillas (Sudafrica 2010), è il dato che fotografa meglio il suo torneo.

Ma ancora più importante è la sicurezza che riesce a trasmettere alla squadra. Molto merito di questi numeri è anche di Pau Cubarsi. Pochi ricordano che il centrale ha solo diciannove anni, soprattutto perchè comanda la difesa, insieme a Laporte, con una leadership da veterano. È l’unico under 20 ad aver disputato fino a qui tutti i minuti del torneo e, oltre a una gran solidità difensiva, è il calciatore su cui la squadra fa affidamento per far ripartire la manovra con soli 17 passaggi sbagliati su 499.

Se la solidità della Spagna parte dalla porta, il suo equilibrio offensivo passa invece dai piedi di Dani Olmo. Dopo aver iniziato il Mondiale in panchina contro Capo Verde, dalla seconda partita De la Fuente non ha più voluto privarsi del suo talento.

Durante questo Mondiale si stanno mettendo in luce grandi numeri dieci. C’è l’eterno Messi, che non smette mai di sorprenderci. Poi c’è Michael Olise, che interpreta il ruolo in maniera più classica, o chi, come Jude Bellingham, lo fa secondo i canoni del calcio moderno.

Dani Olmo, invece, appartiene a una categoria diversa. Si muove continuamente tra le linee, collega centrocampo e attacco, apre spazi ai compagni e riesce quasi sempre a scegliere la giocata giusta. In un momento in cui né Yamal né Pedri stanno esprimendo il loro miglior livello, è il giocatore di Terrassa ad assumersi molte delle responsabilità creative della squadra. Senza fare rumore, ma con una continuità che sta diventando fondamentale.

E se Olmo è il giocatore che dà ritmo e creatività alla manovra, Mikel Oyarzabal continua a essere quello che rende l’attacco della Roja più completo. È uno di quei calciatori che raramente monopolizzano le discussioni, ma che ogni allenatore considera indispensabili.

I suoi numeri parlano da soli e spiegano quanto sia diventato decisivo negli ultimi anni con la maglia della Spagna. Contro il Portogallo non ha vissuto la sua serata migliore. L’occasione fallita nei primi minuti ha probabilmente inciso anche dal punto di vista mentale e la sua prestazione ne ha risentito.

Una partita, però, non cambia il giudizio su un giocatore che continua a essere centrale negli equilibri offensivi della Roja. Il lavoro senza palla, la disponibilità al sacrificio e la capacità di occupare gli spazi sono qualità che spesso passano in secondo piano, ma che risultano fondamentali per il funzionamento della squadra.

Tutti aspetti che riportano inevitabilmente al lavoro di Luis de la Fuente. Perché molte delle certezze costruite dalla Spagna nascono proprio dalle scelte del suo CT, a partire dal gol contro il Portogallo, arrivato grazie all’assist di Ferran Torres per Mikel Merino, entrambi entrati nel secondo tempo.

Allo stesso tempo, prima del Mondiale, aveva preso diverse decisioni che inizialmente avevano fatto discutere. La conferma di Unai Simón in porta è stata una di queste. Un’altra riguarda la gestione dell’intero torneo.

Dopo il pareggio con Capo Verde, mentre all’esterno iniziavano ad arrivare le prime critiche, aveva invitato tutti alla calma: “estamos súper tranquilos, convencidos de que esto es muy largo. En nuestro planteamiento todavía nos quedan siete partidos.”

L’allenatore di Haro aveva costruito la rosa pensando a un torneo lungo un mese. Per questo aveva deciso di portare con sé anche giocatori non ancora al massimo della condizione, convinto che sarebbero cresciuti con il passare delle settimane. Finora i fatti sembrano dargli ragione.

Rodri sta ritrovando progressivamente la forma migliore, Merino e Fabián ogni giorno stanno meglio, mentre, proprio prima della sfida contro i lusitani, sono usciti dall’infermeria Yeremy Pino, Víctor Muñoz e Nico Williams.

Adesso, però, arriva la prova più importante. La Spagna ritrova il Belgio e, insieme ai Diavoli Rossi, ritrova anche quel turno che per tanti anni ha rappresentato il suo limite più grande.

Soltanto una volta la Roja è riuscita ad andare oltre i quarti e, in quell’occasione, ha concluso il torneo alzando la Coppa del Mondo.

Venerdì avrà un’altra occasione per dimostrare che i quarti di finale non sono più il suo punto debole. Il grido di ¡Viva San Fermín! ha accompagnato la notte che l’ha riportata tra le migliori otto del mondo. A Pamplona i Sanfermines durano nove giorni. La Spagna spera che la sua festa possa durare ancora un po’ di più.

 

Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.

Immagine di copertina tratta da Wikimedia Commons: Chupinazo de San Fermín.