Jude Bellingham con l’Inghilterra è tornato grande

Jude Bellingham con l’Inghilterra è tornato grande

Luglio 13, 2026 1 Di Philip Supertramp

Dov’eri finito, Jude?

È la domanda che molti si sono fatti dopo una stagione in cui il numero 5 del Real Madrid era sembrato un lontano parente dell’unicorno che avevamo ammirato durante la sua prima stagione nella capitale spagnola.

Non solo per colpa sua, ma anche a causa di infortuni e di una stagione turbolenta per i merengues.

Eppure, per capire dove fosse finito, forse bisogna tornare da dove tutto è iniziato: a Stourbridge, nel cuore del Black Country. Una regione chiamata così perché nell’Ottocento il carbone, le miniere e la fuliggine ne annerivano il paesaggio.

Per chi arriva oggi a Stourbridge è difficile immaginare che questa città di poco più di 60 mila abitanti, a una trentina di chilometri a ovest di Birmingham, sia stata uno dei luoghi più importanti al mondo per la produzione del vetro.
Tra il Settecento e l’Ottocento, mentre il resto del Black Country alimentava la Rivoluzione industriale con miniere di carbone, acciaierie e fonderie, nelle fornaci di Stourbridge nascevano calici, lampadari e oggetti destinati alle case dell’aristocrazia britannica e ai mercati di tutta Europa.

Quella tradizione non è scomparsa. Al Red House Glass Cone, una fornace costruita alla fine del Settecento e oggi trasformata in museo, è ancora possibile assistere alle dimostrazioni dei vetrai che lavorano il vetro come si faceva secoli fa.

Passeggiando per la città si incontrano vecchie ciminiere, edifici industriali recuperati e targhe che ricordano un passato manifatturiero di cui gli abitanti continuano a essere orgogliosi.

Ed è qui che è cresciuto Jude Bellingham. Prima ancora che Jude diventasse uno dei calciatori più forti della sua generazione, nella zona il cognome Bellingham era già conosciuto. Infatti suo padre Mark, sergente di polizia durante la settimana e “killer” d’area di rigore la domenica, è stato uno dei bomber più prolifici del calcio dilettantistico inglese, con oltre 700 gol segnati nelle serie minori.
Jude entra nell’academy del Birmingham City a otto anni. Gli allenatori ricordano un ragazzo sempre disponibile, curioso, capace di giocare senza problemi con compagni più grandi.

A sedici anni debutta in Championship, diventando il più giovane esordiente nella storia del club. Un anno dopo è già uno dei centrocampisti più promettenti d’Europa e nell’estate del 2020 sceglie il Borussia Dortmund per completare la propria crescita.
Quando lascia Birmingham succede qualcosa di strano per un ragazzo di 17 anni e con sole 44 presenze in prima squadra: il club decide di ritirare la maglia numero 22.

La scelta scatena un acceso dibattito in Inghilterra. Ex giocatori e opinionisti la giudicano eccessiva, qualcuno addirittura irrispettosa nei confronti della storia del club.

Il Birmingham, però, difende la propria decisione perché quella maglia non rappresenta soltanto ciò che Bellingham aveva fatto in campo, ma un modello da seguire per i ragazzi del settore giovanile. Col senno di poi, quella scelta sembra quasi aver anticipato ciò che sarebbe diventato.
Il passaggio al Real Madrid, tre anni più tardi, conferma tutte le aspettative.

L’anno dell’unicorno

L’impatto è devastante. Bellingham segna con continuità, decide partite importanti e dà l’impressione di essere nato per giocare al Santiago Bernabéu.

La sua esultanza – braccia aperte, petto in fuori e sguardo rivolto verso il pubblico – si trasforma in un simbolo per tutti i bambini che lo imitano ovunque. Per diversi mesi è il giocatore più decisivo della squadra di Carlo Ancelotti e il suo nome entra stabilmente nelle discussioni sul futuro Pallone d’Oro.
Poi, però, le stagioni prendono una piega diversa.

La lussazione alla spalla ne limita il rendimento e, con il cambiare dell’assetto offensivo del Real, cambia anche il suo ruolo. Per garantire equilibrio a una squadra ricca di talento davanti, Bellingham viene spesso abbassato di qualche metro. Gli viene chiesto di cucire il gioco, coprire gli spazi e accompagnare l’azione più che concluderla.

Continua a essere fondamentale per gli equilibri della squadra, ma molto meno appariscente.

I numeri calano, le prestazioni fanno discutere e, per la prima volta da quando è esploso, arrivano le critiche. Non tutte giuste, non tutte ingenerose, ma sufficienti per raccontare una stagione meno brillante rispetto alla precedente.

Questo Mondiale, però, sembra aver restituito all’Inghilterra il Bellingham dei giorni migliori. Tuchel ha posizionato il suo numero 10 dove rende meglio, dietro a Harry Kane.

Il centrocampista deve fare da raccordo tra Anderson, Rice e l’attaccante del Bayern Monaco, ma allo stesso tempo ha la licenza di attaccare e approfittare degli spazi che gli libera Kane e dei passaggi di Gordon/Rashford o Saka/Madueke.

Jude ha già segnato 6 gol e fornito 1 assist, ma soprattutto con la doppietta contro il Messico e quella contro la Norvegia si è preso i Three Lions sulle spalle.

Ricordiamoci che il ragazzo di Stourbridge ha solo 23 anni, ma un carisma da veterano. Chiede il pallone nei momenti difficili, detta i tempi della squadra e si assume la responsabilità delle giocate decisive.

Adesso, però, arriva la prova più difficile. In semifinale l’Inghilterra ritrova l’Argentina, quarant’anni dopo quella notte di Città del Messico che ha segnato per sempre la storia del calcio inglese.

Inghilterra – Argentina: la storia infinita

Allora fu Diego Armando Maradona, tra genio e furbizia, a decidere la partita con due giocate entrate nella leggenda.

Oggi i protagonisti sono cambiati, ma il peso di quella sfida è rimasto intatto. Bellingham, almeno statisticamente, ha già imitato Maradona: era dai tempi di Diego (doppietta all’Inghilterra ai Quarti e al Belgio in semifinale a Messico ’86, appunto) che un calciatore non segnava due doppiette consecutive nella fase ad eliminazione diretta dei Mondiali. Jude le ha realizzate contro Messico e Norvegia, ma il bello viene adesso.

E gli inglesi sperano che questa volta sia il ragazzo di Stourbridge a scrivere il capitolo che manca da troppo tempo.
I calciatori sono inevitabilmente figli dei luoghi in cui crescono e il Black Country ha costruito la propria identità attorno a una parola che da quelle parti si sente spesso: graft. Significa lavorare duro, ma soprattutto guadagnarsi ogni cosa.

È un’idea profondamente legata alla cultura operaia delle West Midlands, dove il rispetto si conquista con quello che fai, non con quello che prometti.
Anche Bellingham è figlio di quel mondo.

È uscito da Stourbridge come uno dei vetri più preziosi che quella città abbia mai prodotto. Dopo delle stagioni complicate sembrava aver perso un po’ della sua brillantezza, ma in questo Mondiale ha ritrovato la luce che lo aveva reso speciale.

Non è tornato a Stourbridge in senso geografico. È tornato alle radici che lo hanno formato. Perché il talento non è mai stato il problema. La differenza, oggi, la fanno ancora il carattere, il lavoro e la responsabilità di caricarsi una squadra sulle spalle.

 

Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia.