I Mondiali di Messi hanno scandito 20 anni delle nostre vite
Luglio 19, 2026«Piangeva. E Messi che piange dopo una vittoria è uno spettacolo rarissimo. Mi è sembrato di capire il motivo: piangeva perché aveva sentito avvicinarsi la Fine, quando meno se l’aspettava, in un anonimo martedì pomeriggio di Atlanta», ha scritto Giuseppe Pastore sul suo profilo Instagram, a margine dell’incontro tra Argentina ed Egitto.
«Si è spaventato, come un bambino terrorizzato da un cane ringhiante davanti al cancello, incapace di muovere un passo».
Ciò che Pastore si è dimenticato di dire è che a essere terrorizzati, immobili, eravamo anche noi.
Non era soltanto il suo ultimo Mondiale: era la fine del nostro rapporto con lui, che si avvicinava inesorabile come il Titanic all’iceberg. Era l’ultimo saluto a un amico che non rivedrai mai più e che continuerà a vivere soltanto nei ricordi, da rievocare con un sorriso velato di malinconia.
Come si possono archiviare serenamente vent’anni della propria esistenza?
Gli inizi
Al settantaquattresimo minuto di Argentina-Serbia e Montenegro, Leo Messi fa il suo esordio in un Campionato del Mondo.
Attende il suo momento a bordocampo, apparentemente concentrato, o forse un po’ teso, come sarebbe normale per un ragazzo di quasi diciannove anni alla sua prima volta. Si sfila la maglia dai pantaloncini, poi, in un momento di indecisione, sembra volerla rimettere dentro.
Ha i capelli lunghi e lisci, il viso completamente glabro e l’espressione da bambino troppo buono, quello che si lascia picchiare dai compagni senza mai reagire.
Mentre Maxi Rodríguez si avvicina alla linea laterale, un gruppo di tifosi argentini si alza in piedi, applaude, rumoreggia. Tra loro c’è anche Diego Armando Maradona, impeccabile, con indosso una maglia vintage dell’Argentina e una vistosa croce al collo. Alza le braccia, sorride, esulta.
Alle 16:45 circa di quel 16 giugno 2006 Messi segna anche il suo primo gol ai Mondiali, contro una Serbia e Montenegro ormai derelitta, che tornerà a casa con sei reti sul groppone.
Alle 16:45 del 16 giugno 2006 io, invece, non sono davanti alla televisione. Ho il capo chino sui libri di diritto costituzionale o forse di diritto romano; poco cambia, perché dovrò sostenere entrambi gli esami il 10 luglio — eh sì — e superarli con profitto per conservare il diritto alla borsa di studio.
In fondo ha ragione Federico Buffa. E come potrebbe essere altrimenti? I Mondiali scandiscono il tempo della nostra vita.
In quell’estate c’è tutto: le partite dell’Italia viste insieme agli amici di sempre nel bar di Signor Luca, che ci avrebbe lasciati troppo presto qualche anno dopo; il suo innovativo cocktail “Luigi”, esibito come un trofeo; il corteo finale a bordo di una vecchia Punto bordeaux, a poche ore di distanza dai due esami superati con profitto, ma senza troppa gloria; la convinzione che sia ancora tutto da scrivere.
Quando la Coppa del Mondo sbarca in Brasile, nel 2014, sia io sia Leo siamo persone diverse.
È la prima estate che trascorro tra i corridoi del tribunale e i vicoli di Cagliari, sempre di corsa, per onorare scadenze improrogabili. Ci sono cravatte da annodare in fretta ogni mattina, facendo attenzione che non siano né troppo lunghe né troppo corte e che il nodo non sia né troppo grosso né troppo sottile. C’è un esame di Stato ancora lontano, che assomiglia a una finale di Coppa del Mondo: serve un po’ di bravura, un po’ di fortuna e, per qualcuno, perfino qualche mano de Dios. Se va male, se ne riparla l’anno dopo.
E Leo?
A Leo va decisamente meglio. A ventisette anni ha un palmarès lungo come una lista della spesa. Eppure manca qualcosa. Del resto è così per ogni lista che si rispetti: c’è sempre un elemento che sfugge. Per lui quel qualcosa è un trionfo con la nazionale argentina.
A Barcellona si è affermato come il vero figlio di Dio, e negli anni di pretendenti più o meno credibili non ne sono certo mancati. Con l’Albiceleste, invece, viene costantemente crocifisso e trattato alla stregua di un ladrone qualsiasi.
«Perché con la Selección non giochi come nel Barcellona?», gli chiedono i suoi connazionali, affondandogli simbolicamente la lancia nel costato e ponendosi la stessa domanda che, secondo il Vangelo, Pilato rivolge a Gesù: «Che cos’è la verità?».
Quale occasione migliore per risorgere di un Mondiale giocato in casa degli arcirivali? Cosa potrebbe esserci di meglio che vincere proprio lì, al Maracanã, condannando quel luogo epico alla dannazione eterna?
Tutto sembra andare nella direzione giusta. Messi trascina l’Argentina con quattro gol nella fase a gironi e, grazie anche a uno straordinario Ángel Di María, l’Albiceleste torna in finale ventiquattro anni dopo.
Ancora una volta, però, di mezzo c’è la Germania. E, come succede spesso in questi casi, la Coppa prende la strada di Berlino.
Leo vince il Pallone d’Oro del torneo tra mille polemiche, alle quali ormai deve aver fatto il callo dopo qualche riconoscimento forse un po’ generoso ricevuto negli anni precedenti.
L’immagine di Messi che sfila accanto alla Coppa senza incrociarne lo sguardo, come si fa con un’ex incontrata per strada insieme al nuovo compagno, resta forse la fotografia più triste di quel Mondiale.
In quell’estate non ci sono più le partite con gli amici di sempre. Non c’è più nemmeno Signor Luca e non c’è alcun nuovo cocktail da sperimentare.
«Accettate l’ingiustizia, che tutto si riequilibra», dirà Marcelo Bielsa anni dopo in un celebre discorso ai giocatori del Marsiglia.
Leo, a testa bassa, mi sembra un’ingiustizia insopportabile.
Eppure, nel calcio come nelle aule di giustizia, va così: un giorno si perde, quello dopo si vince. Quasi sempre, del resto, esiste la possibilità di appellarsi.
Per la Coppa del Mondo, però, i tempi dell’appello sono lunghi quasi quanto quelli della giustizia italiana.
Così, quattro anni dopo la sentenza più dura della sua carriera, la possibilità di riscatto passa dalla Russia. Leo ha trentuno anni, la barba incolta ma ordinata e le braccia ricoperte di tatuaggi, come il polpaccio sinistro. Sembra quasi più cattivo, forse soltanto stanco di interpretare il ruolo del bravo ragazzo che incassa sempre.
Dopo la finale persa nel 2014, ne aggiunge altre due consecutive in Copa América. Le critiche sono feroci. Travolto dalla delusione, annuncia il ritiro dalla Selección. Poi ci ripensa. Ed eccoci qui.
Mentre la sua carriera sembra avviarsi verso il tramonto — o almeno così credevamo — la mia è appena iniziata.
Ho un anno più di Leo, ma appartengo ancora alla categoria dei giovani avvocati: quelli che sognano di diventare principi del foro e, diciamolo senza ipocrisie, di avere anche un conto in banca piuttosto consistente.
Passo le giornate tra fascicoli, sentenze, PEC e una quantità pressoché infinita di caffè e bicchieri d’acqua ghiacciata.
Qualche mese dopo andrò a vivere con la donna che oggi è mia moglie. Guardo quel Mondiale dal piccolo appartamento di cinquantacinque metri quadrati in cui viviamo a Cagliari.
È un disastro.
Il panico dipinto sul volto di Jorge Sampaoli, mentre impartisce istruzioni ai suoi con l’aria di chi si chiede «Che ci faccio io qui?», è la perfetta cartina di tornasole di quell’esperienza fallimentare. O forse siamo noi a porci la stessa domanda.
Resta però uno dei gol più belli del torneo: Messi addomestica il pallone con la coscia sinistra, lo controlla con il destro — sì, proprio il destro — e fulmina il portiere della Nigeria. Poi alza le braccia al cielo, cercando con lo sguardo qualcuno, o qualcosa.
In mezzo ci sono anche un rigore sbagliato contro l’Islanda, lo 0-3 con la Croazia e la sconfitta contro la Francia, quella che presenta definitivamente al mondo il diciannovenne Kylian Mbappé.
A quel punto il dubbio che, per Leo, il riequilibrio finale possa non arrivare mai smette quasi di essere un dubbio.
Il Mondiale del 2022 mette in crisi perfino il nostro rapporto con il Mondiale. Si gioca d’inverno, tra le luci dell’albero di Natale e la cioccolata calda al posto dei cocktail serviti in bicchieri ghiacciati.
L’ultimo ballo – almeno così credevo allora.
Certo, l’inizio non è dei migliori: sconfitta per 1 a 0 contro l’Arabia Saudita e un puzzo di psicodramma mondiale che riporta alla mente il clamoroso tonfo del 2002.
Ai quarti la battaglia campale contro l’Olanda e Leo che diventa un bullo di quartiere. Esibisce con sfrontatezza il Topo Gigio a Van Gaal, immobile come la statua della Libertà poi, a fine partita, inveisce contro Wout Weghorst: “¿Qué mirás, bobo? ¿Qué mirás, bobo? Andá p’allá, bobo, andá p’allá”
Sono alcune tra le immagini del mondiale qatariota di Messi assieme all’azione sulla destra con cui devasta Gvardiol: lo supera in velocità poi balla intorno al suo corpo, quasi inerme, prima di servire a Julián l’assist del 3 a 0.
Non c’è bisogno che vi dica come è finita: una finale bellissima; il respiro trattenuto durante i 13 secondi che separano Gonzalo Montiel dal dischetto del calcio di rigore; Messi che chiede aiuto all’alto; la festa – o il sollievo – quando il terzino del Siviglia manda la palla nel lato opposto di quello in cui si butta il portiere.
Messi si inginocchia, felice: ride, poi piange, o forse entrambe le cose assieme mentre Paredes corre ad abbracciarlo. È felice quasi quanto me che assisto a casa di una coppia di amici perché nella nostra, appena comprata, ci sono solo una manciata di sedie e nessun collegamento alla tv.
Ha avuto ragione Marcelo Bielsa, quindi: todo se equilibra al final.
Come avrete capito, se avete avuto la pazienza di arrivare fin qui, siamo ormai alla fine.
Qualche giorno prima che iniziasse il Mondiale del 2026 ho ripensato a tutti questi momenti con la stessa espressione con cui guardo le tacche incise sul muro, in un angolo nascosto del terrazzo della casa di mia madre, dove segnava la mia altezza quando ero bambino.
Quei segni mi ricordano che c’è stato un tempo in cui ero alto un metro, poi un metro e venti. Allo stesso modo, i Mondiali mi ricordano che c’è stato un tempo in cui non esisteva niente di più bello che guardare le partite con i miei amici nel bar del paese.
Adesso ho quarant’anni.
Non sono diventato un principe del foro e non sono nemmeno più un avvocato. Forse non sono neppure il professionista e la persona che immaginavo di diventare vent’anni fa, quando ero convinto che tutto fosse ancora da scrivere e che sarei stato io, e soltanto io, a scrivere il copione.
Ho una figlia di quasi tre anni che corre ad abbracciarmi ogni volta che esulto per un gol e che mi chiede continuamente dove sia Messi, pur senza aver ancora capito davvero chi sia e cosa rappresenti.
Leo ha appena compiuto trentanove anni. Ha vinto due Copa América e una Coppa del Mondo.
Io, invece, ho cercato di godere fino all’ultima goccia del suo talento. L’ho spremuto fino in fondo, come si fa con l’uva quando si vuole ricavarne il vino migliore.
Ho assistito alle sue partite con la sua maglia numero 10; ho preparato il mate, curando con attenzione la montañita e stando attento a non muovere la bombilla; ho imparato a memoria il testo dell’inno dei tifosi argentini, perché si, questa è davvero “la ultima de Leo” e ho passato il tempo a selezionare playlist di tango su youtube.
Ho tifato come se fossi in un barrio di Buenos Aires e non in una municipalità di Cagliari perché – come dice Pastore – ho avuto paura che ogni partita potesse essere l’ultima. No, non ora – ho pensato quando sono arrivati i gol contro Egitto e Inghilterra – non è ora la fine.
Mancano poche ore alla finale e non ho più alcuno strumento per dilatare il tempo. Non potrò più dire “non ora”.
Gracias, Leo.
Matteo Pische è fondatore e autore di “Rettangolo di Gioco” (sito e newsletter).
Cagliaritano DOC, fanatico di Riquelme e tifoso del Barça.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia.


