I migliori calciatori a non aver mai giocato i Mondiali

I migliori calciatori a non aver mai giocato i Mondiali

Luglio 21, 2026 0 Di Simone Rinaldi

I Mondiali sono la più importante ed esclusiva rassegna calcistica, dove si concentra il gotha di questo sport. Eppure, in passato, alcuni fenomenali giocatori non hanno mai avuto l’opportunità di scendere in campo per rappresentare la propria nazionale sul palcoscenico più prestigioso.

Questa è una rassegna, in ordine sparso, di 13 giocatori che non hanno mai giocato i Mondiali.

Alfredo Di Stefano

Secondo alcuni, il meglio del meglio che abbia mai calcato i campi di calcio. Più di Pelé, più di Maradona, capace di interpretare tutti i ruoli dal 2 all’11.

Con l’Argentina esordisce nel 1947 ma l’AFA rinuncia a partecipare ai Mondiali del 1950. Nel 1954, quando incanta nel Real Madrid viene naturalizzato spagnolo ma le Furie Rosse mancano la qualificazione. Nel 1962, proprio alla vigilia della kermesse iridata viene fermato da un infortunio.

William “Dixie” Dean

Classe 1907, gran fromboliere dell’Everton con ben 60 reti in una sola stagione è stato uno dei primi ad essere inseriti nella Hall of Fame della Football Association. Paga come tanti altri il boicottaggio d’anteguerra della sua Federazione.

Alexander Wilson “Axel” James

Grandissimo regista dell’Arsenal di Herbert Chapman, pedina fondamentale del nascente modulo WM. Le sue presenze con la Tartan Army sono appena 8 in tutto, ma senza il boicottaggio probabilmente il classe 1901 lo avremmo potuto vedere ai mondiali del 1930 e forse anche a quelli del 1934.

Adolfo Pedernera

Considerato uno dei migliori calciatori della sua epoca, puntello fondamentale della “Maquina” del River Plate, nonostante due vittorie in Copa America (1941 e 1946) non riuscì mai a cimentarsi nel mondiale, sia a causa della Seconda Guerra Mondiale sia dei problemi interni al calcio argentino derivanti dalla “Huelga” del 1948.

John Hansen

Fece parte della nazionale danese che alle olimpiadi del 1948 sconfisse l’ Italia scatenando nei club del Belpaese la cosiddetta “Febbre Danese”, ossia la smania di acquistare calciatori della nazionale nordica che a casa loro facevano i dilettanti. Fu preso dalla Juventus assieme al connazionale Praets dove segnò goal a grappoli soprattutto di testa.

All’epoca però le regole nei paesi scandinavi erano chiare: dilettantismo assoluto, se per giocare ti pagano niente più nazionale. Cosa sarebbe stata quella Danimarca ad un mondiale non lo sapremo mai.

Gunnar Nordhal

Il “Pompierone” del Milan degli svedesi del trio “Gre-No-Li” fu il più sfortunato dei tre. Sebbene infatti anche gli altri due avessero subito la decisione della federazione svedese che, come avveniva nella vicina Danimarca, non permetteva ai calciatori professionisti di indossare la Blågult, non riuscì a beneficiare dello sconto concesso in occasione dei mondiali di casa in quanto ormai troppo avanti con l’età. Venne sì convocato ma non scese mai in campo.

Valentino Mazzola

Il grande “Tulèn”, stella del Grande Torino che forniva dieci giocatori su undici alla nazionale italiana ed il cui unico rivale fu il Fato: non riuscì a partecipare ai mondiali del 1950 solo ed esclusivamente a causa di quest’ultimo. Cosa sarebbe potuta essere quella versione degli Azzurri purtroppo lo sapranno solo gli Angeli. Il figlio Sandro ne fu degno erede.

George Best

“Ragazzo, tu sei il migliore di tutti, ma solo perché io non ho tempo”: l’aforisma che il fuoriclasse nordirlandese dedicò a Johan Cruijff durante la partita di qualificazione ai mondiali del 1974.

Probabilmente, se non era vero poco ci mancava. La vita e gli eccessi del “Quinto Beatle” sono noti a tutti. Giocare in una nazionale di grande tradizione ma che rappresenta un piccolo Paese poi sicuramente non aiuta.

Troppo giovane nel 1958, nel quadriennio 78/82 la selezione nordirlandese era forte e centrò la qualificazione ai mondiali di Spagna, all’epoca Best aveva 35 anni, che non sarebbero nemmeno un’infinità, ma era tremendamente debilitato nel fisico e nello spirito e svernava, tra un bicchiere e l’altro, nel paradiso dorato della NASL.

George Weah

Primo africano a vincere il pallone d’oro dopo aver incantato a suon di reti con Monaco, PSG e Milan, attaccante che univa un fisico impressionante ad altrettante doti di velocità.

Purtroppo negli anni della definitiva ascesa delle nazionali africane la sua piccola e periferica Liberia (in cui giocava addirittura mediano/regista) non fu in grado di competere con squadre di paesi più grandi ed attrezzati. Il figlio Timothy ha in parte coronato il sogno di King George giocando i Mondiali per gli USA.

Eric Cantona

Formidabile attaccante con grande fiuto del goal unito a ottima tecnica di base e visone di gioco, che ne facevano anche un grande assist man. Il suo punto di forza erano però il carisma e la foga agonistica (talvolta portate all’eccesso).

Uno dei primi francesi ad affermarsi nel campionato inglese, fu convocato per la prima volta in nazionale nel 1987 da Henri Michel. Giocò le sfortunate qualificazioni per Italia ’90, gli europei del 1992 sotto Platini (suo grande estimatore) e restò in nazionale anche dopo, ma la Francia fallì pure l’appuntamento con Usa ’94.

Nel 1995 il celeberrimo episodio di Selhurst Park e la conseguente squalifica esclusero di fatto dal giro della nazionale che perse anche in occasione del vittorioso mondiale casalingo del 1998 anche per i contrasti col CT Jacquet.

Ryan Giggs

Funambolica Stella del grande Manchester United a cavallo fra anni ’90 e 2000, nato e cresciuto in Inghilterra, avrebbe potuto scegliere la nazionale dei Three Lions ma optò per il Galles e per il cognome materno, visti i pessimi rapporti con il padre. Con i Dragons giocò per 16 anni senza mai riuscire a centrare la qualificazione ai Mondiali.

Jari Litmanen

Trequartista o attaccante di estro e talento, considerato il miglior calciatore della storia della Finlandia, e neanche di poco. Si rivelò nel grande Ajax degli anni ’90, vincendo la Champions League. Nel 1998 andò vicino alla qualificazione ai Mondiali con la sua nazionale, ma il calcio non è il curling e “andarci vicino” non basta. Peccato.

Bernd Schuster

Sotto la sua guida la Germania Ovest vinse gli Europei del 1980, anno in cui giunse secondo nella classifica del Pallone d’oro, dietro il solo connazionale Rummenigge.

All’apice della carriera, non rispose ad una convocazione per una partita contro l’Albania, per stare accanto alla moglie in procinto di partorire il secondo figlio, David. Fu la classica goccia che fa traboccare il vaso, inimicandosi definitivamente i senatori del gruppo e, di conseguenza, la Federazione, che decise di ostracizzarlo a soli 25 anni.

Continuò ad incantare, soprattutto in Spagna, prima al fianco di Maradona al Barcellona, poi a Madrid, sia con il Real che con l’Atletico, per poi tornare in patria al Leverkusen e chiudere la carriera in Messico, sponda Pumas.

 

Testo di Simone Rinaldi. Tifoso del Bologna e della Virtus, Simone vive lo sport a 360 gradi. Pubblica quotidianamente contenuti su “Calcio Caraibi” (con Davide Tuniz) e in giro. Per passione scrive su Football&Life.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia (Alfredo Di Stefano).