L’estate nera del calcio: il mondiale più brutto e le conseguenze del piano di “svendita” della FIFA

L’estate nera del calcio: il mondiale più brutto e le conseguenze del piano di “svendita” della FIFA

Agosto 10, 2026 0 Di Matteo Zacchetti

C’è un momento preciso in cui una competizione sportiva perde credibilità e la necessaria cornice di garanzia e integrità viene meno.

Non è quando gli arbitri sbagliano, non è quando una squadra protesta e non è nemmeno quando qualcuno accusa qualcun altro di favoritismi.

È quando comincia a saltare la certezza che le stesse regole valgano per tutti. Quello è il punto di rottura ed è precisamente quello che è successo al calcio mondiale nell’estate del 2026.

Il problema, dunque, non è se il Mondiale sia stato brutto o bello, se la Spagna lo abbia meritato o meno o che Mbappé e Messi abbiano segnato a raffica o no. Il problema è che – in questo mondiale, costruito come una gigantesca macchina commerciale e politica – a un certo punto, è diventato difficile capire dove finisse il calcio e dove cominciasse il potere. Anzi, possiamo tranquillamente dire che nel 2026 il potere si è mangiato il calcio.

Quarantotto squadre, centoquattro partite, tre Paesi. Un torneo dilatato fino a diventare quasi una stagione. Più contenuti, più diritti televisivi, più biglietti, più sponsor, più mercato.

La formula a 48 squadre ha trasformato il Mondiale in un prodotto più lungo e più redditizio, ma anche più complicato e meno sportivamente significativo. Dodici gironi, otto migliori terze ripescate, un nuovo turno a eliminazione diretta e un calendario che dilata ulteriormente il torneo.

Tutto questo è il riflesso di una precisa filosofia, profondamente sbagliata: se una competizione è un prodotto, più partite significano più prodotto. E più prodotto significa più denaro, con prezzi dei biglietti che – spinti dal meccanismo dei “dynamic pricing” – hanno raggiunto livelli assurdi.

Ma anche questo, in fondo, potrebbe essere secondario. Un torneo può essere troppo lungo, troppo costoso, troppo commerciale. Può persino essere infarcito di cattive idee. Ma finché le regole sono solide, una competizione sportiva conserva una cosa essenziale: la credibilità.

Ed è proprio la credibilità che questa estate in un momento preciso è venuta a mancare. È accaduto Il giorno in cui un cartellino rosso e la conseguente automatica squalifica di un calciatore è diventato una questione di Stato.

Il caso Balogun dovrebbe essere studiato nelle scuole di governance sportiva, non tanto per quello che è successo al giocatore americano ma per quello che ha significato. Folarin Balogun viene espulso contro la Bosnia-Erzegovina. Cartellino rosso. La conseguenza prevista dalle regole è automatica: una partita di squalifica.

Il XIV Emendamento e il caso Balogun

Non c’è molto da interpretare, non è una sentenza su un caso di doping, non è una questione disciplinare complessa o discrezionale. Non è una controversia sul significato di una norma. È un rosso e significa una partita di squalifica.

Eppure, succede qualcosa. Donald Trump telefona a Gianni Infantino – lo stesso Trump conferma di averlo fatto. Infantino conferma di aver ricevuto la telefonata e precisa di aver spiegato al presidente americano che gli organi giudiziari FIFA sono indipendenti e che il caso sarebbe stato deciso dagli organi competenti.

Fin qui, si potrebbe persino sorridere. Il presidente degli Stati Uniti che telefona al presidente della FIFA per un calciatore espulso. Poi, però, arriva la parte meno divertente. La FIFA decide di sospendere per un anno l’esecuzione della squalifica automatica di Balogun, consentendogli di giocare contro il Belgio.

La decisione viene giustificata attraverso l’articolo 27 del Codice disciplinare FIFA e formalmente adottata dagli organi giudiziari competenti.

E qui bisogna essere molto precisi. O ingenui. Non sappiamo se Trump abbia ordinato la revoca della squalifica. Non sappiamo se Infantino abbia dato istruzioni all’organo disciplinare. Non sappiamo se la decisione sia stata giuridicamente illegittima. Ma sappiamo qualcosa di molto più importante per la credibilità di una competizione: il presidente degli Stati Uniti ha telefonato al presidente della FIFA chiedendo di intervenire su una questione riguardante la nazionale americana e, poco dopo, quella squalifica è stata sospesa.

Questo precedente è una ferita enorme e difficilmente rimarginabile. Se un cartellino rosso può diventare una squalifica “sospendibile”, la domanda immediatamente successiva è: per chi? Per tutti? Solo per le stelle? Solo per i giocatori della squadra ospitante? Solo quando interviene un capo di Stato? Da quel momento, ogni partita del Mondiale contiene una domanda invisibile. Non soltanto: chi vincerà? Ma: le regole saranno applicate allo stesso modo? Quando una competizione arriva a questo punto, il danno, irreparabile, è fatto.

La governance sportiva vive di una finzione necessaria: che il campo sia separato dal potere. Non è vero, naturalmente, non sempre. Il calcio e lo sport sono esposti alla politica, al denaro, alla diplomazia, agli interessi nazionali e ai rapporti personali. Ci sono parecchi precedenti. Ma deve almeno apparire governato da regole che resistono a tutto questo. Un arbitro può sbagliare (Byron Moreno), il dirigente può essere antipatico (la lista è lunga), il presidente può avere amici potenti (l’emiro del Kuwait). Ma il regolamento deve restare più forte del presidente e di tutto il resto, altrimenti non abbiamo più governance.

La FIFA può citare l’articolo 27 cento volte, può spiegare che l’organo disciplinare è indipendente, può sottolineare che la decisione è stata presa secondo le procedure. Ma se la sequenza degli eventi produce l’impressione che una telefonata dalla Casa Bianca possa precedere una decisione favorevole alla nazionale americana, allora il castello della governance indipendente si sbriciola come se fosse fatto con il cemento fasullo usato per la Casa dello Studente dell’Aquila.

La storia d’amore fra Gianni Infantino e Donald Trump

Trump è entrato nel calcio e il capo del calcio mondiale gli ha aperto la porta. Infantino ha costruito con il presidente americano un rapporto personale di straordinaria visibilità. È chiaro che quando il capo della FIFA si trova a gestire una competizione ospitata negli Stati Uniti, il rapporto con la Casa Bianca diventa importante e delicato.

Ma Infantino ha scelto di non limitarsi alla diplomazia istituzionale. Ha scelto la vicinanza, la commistione. E in una stagione in cui il presidente FIFA è arrivato persino a istituire e assegnare a Trump un ridicolissimo “FIFA Peace Prize”, il confine tra diplomazia sportiva e adulazione politica – leccaculismo suona meglio – è diventato troppo sottile.

È chiaro che arrivati a quel punto, bisognava essere molto più rigorosi nel proteggere la propria indipendenza e quella della federazione. Ma Infantino ha fatto il contrario. E dopo il Mondiale è pure arrivato il conto da pagare e la FIFA ha alzato ulteriormente la posta.

Alla fine di luglio arriva l’annuncio della creazione di “FIFA Forward Enterprise”: una nuova struttura commerciale nella quale sarebbero potuti entrare investitori privati, con una valutazione indicativa nell’ordine dei 20 miliardi di dollari e l’obiettivo di raccogliere fino a 4,2 miliardi. Tra i potenziali investitori compare “Thrive Capital”, il fondo di Joshua Kushner. Sì, Kushner. Il fratello di Jared Kushner. Il genero di Trump. Di Donald Trump.

E allora anche l’osservatore più ingenuo e benevolo comincia a chiedersi se qualcuno alla FIFA abbia mai considerato l’opportunità di evitare almeno le apparenze. Per fortuna la reazione è stata immediata. UEFA, AFC e CONCACAF hanno contestato duramente il progetto e il piano è stato ritirato dopo la rivolta interna. La crisi ha prodotto una spaccatura politica nel calcio mondiale.

Una competizione può sopravvivere a una formula sbagliata, ai finti “hydration breaks”, ai concerti e ai giochi circensi prima, durante e dopo le partite – oddio, a questo forse no.

Può forse anche sopravvivere persino a un Mondiale organizzato in tre Paesi e distribuito su una distanza geografica che rende la parola “itinerante” e di conseguenza “sostenibile” un eufemismo.

Forse può sopravvivere anche ai biglietti troppo cari, ai visti non concessi, ai tifosi estromessi. Però quello che nessuna competizione sportiva può sopportare in alcun modo è la perdita della cornice che ne garantisce l’integrità, perché il calcio non vende soltanto partite, vende la convinzione che quelle partite siano vere.

Ed è precisamente per questa ragione che il caso Balogun risulta molto più grave di quanto sembri. Perché una squalifica revocata non cambia soltanto una partita. Cambia il significato di tutte le altre squalifiche e delle altre partite. Se Balogun può giocare, perché gli altri no? Se una squalifica automatica può essere sospesa, perché gli altri giocatori l’hanno scontata? Se il potere discrezionale esiste, chi lo esercita?

E soprattutto: esisteva prima o è comparso perché questa volta la posta politica era più alta o il presidente più estroverso e menefreghista? Queste domande avrebbero bisogno di una risposta istituzionale e la FIFA, finora, non ne ha data una abbastanza convincente. In realtà non potrà mai darla.

La FIFA non è mai stata così ricca. così potente e non ha mai avuto un prodotto globale così redditizio. Eppure, non è mai sembrata così vulnerabile sul piano della legittimità. Il denaro può comprare infrastrutture, diritti, consulenti, campagne di comunicazione e consenso. Ma non compra la fiducia. Quella si costruisce attraverso regole prevedibili, processi trasparenti e istituzioni capaci di dire “no” anche al presidente degli Stati Uniti. Soprattutto al presidente degli Stati Uniti.

Il vero bilancio del Mondiale 2026 non dovrebbe essere scritto soltanto in gol, spettatori, ricavi e audience. Dovrebbe essere scritto in una parola molto più semplice: fiducia. Ed è per questa precisa ragione che il Mondiale 2026 è stato un incubo, fallimento totale. A me non è piaciuto per nulla.

 

Matteo Zacchetti è nato a Genova. Dopo gli studi universitari ha vissuto nella provincia italiana – Bergamo, Siena, Cuneo – prima di trasferirsi a Londra, Los Angeles e poi Bruxelles dove vive con due figlie europee e lavora alla Commissione Europea occupandosi di politica dello sport. Ama il calcio, il mare, leggere e scrivere, mangiare e bere.  Manciniano, ateo, guevariano e petriniano (ma anche pertiniano). Di Genova gli mancano soprattutto il mare, la focaccia e la Sampdoria, in ordine sparso.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia: tifosi argentini durante la partita Argentina – Egitto degli ottavi di finale.