Marcelino e Valverde: vite parallele

Marcelino e Valverde: vite parallele

Settembre 1, 2026 1 Di Juri Gobbini

La Liga è ripartita, e lo ha fatto senza Ernesto Valverde e Marcelino García Toral.

Insieme hanno diretto 1075 partite nella massima divisione spagnola: 595 il primo, 480 il secondo. Più che una novità assoluta, la loro contemporanea assenza rappresenta una rarità.

Per oltre vent’anni sono stati una presenza quasi strutturale del calcio spagnolo, due allenatori capaci di attraversare epoche e adattarsi a contesti e generazioni di calciatori differenti, senza però trasformarsi in personaggi da copertina.

Quasi coetanei, Valverde (classe 1964) e Marcelino (1965) provengono da una Spagna calcistica precedente alla globalizzazione della Liga. Da calciatori sono stati buoni professionisti, ma non certo figure simbolo della loro epoca: Valverde vanta appena una presenza in nazionale, mentre Marcelino non riuscì ad andare oltre l’Under-21.

Asturiano di Careñes, Marcelino si fece le ossa nel Filial dello Sporting Gijón prima di fare il salto in prima squadra. Centrocampista di costruzione, la sua promettente carriera fu però ostacolata da problemi fisici. Successivamente giocò anche con Racing Santander, Levante ed Elche, prima che un grave infortunio al ginocchio lo costrinse ad appendere le scarpette al chiodo a soli 28 anni.

Anche Valverde crebbe calcisticamente nel nord della Spagna: nato in Extremadura, si trasferì da giovanissimo a Vitoria, nei Paesi Baschi, esordendo tra i professionisti con l’Alavés prima di passare al Sestao e infine all’Espanyol, dove incontrò il tecnico Javier Clemente, che gli affibbiò il soprannome di “Txingurri”, termine che in basco significa formica.

Valverde era infatti un attaccante brevilineo, esile ma rapido, solito sgattaiolare fra i difensori avversari: un’ala o seconda punta che sapeva segnare, ma contribuiva – come un’instancabile formica – anche all’economia della squadra.

Valverde: l’importanza di chiamarsi Ernesto

Rispetto a Marcelino, Valverde ebbe una carriera più ampia, che lo portò a vestire anche le maglie di Barcelona e Athletic Club, squadre che avrebbero avuto un ruolo centrale anche nella sua parabola di allenatore. Si ritirò nel 1997, al termine di una stagione in Segunda con il Mallorca.

Villarreal

Dopo un periodo di apprendistato nelle rispettive squadre B, nella stagione 2003/04 sia Marcelino sia Valverde furono promossi in prima squadra: l’asturiano allo Sporting Gijón, in Segunda División, il Txingurri all’Athletic Club. Per la prima sfida ufficiale fra i due occorse però aspettare qualche anno, allo stadio di Montjuïc, dove il Recreativo Huelva di Marcelino si impose per 1-0 sull’Espanyol di Valverde.

Fu l’inizio di una lunga serie di sfide in due carriere parallele, ma con molti punti e luoghi in comune. Il primo fu senza dubbio Villarreal, dove Valverde rimase solo pochi mesi. Un’esperienza breve e negativa, arrivata dopo il successo in Grecia con l’Olympiacos: una squadra ereditata da Pellegrini, risultati al di sotto delle attese e l’esonero nel gennaio 2010.

Per Marcelino, invece, Villarreal divenne probabilmente il luogo più importante della carriera: nel 2013 accettò di guidare la squadra appena retrocessa in Segunda, riportandola subito in Liga e poi in Europa. Dopo la rottura del 2016, il secondo ciclo cominciò nel 2023 e si concluse quest’anno, dopo due qualificazioni consecutive alla Champions League.

Mestalla

Al termine di una seconda esperienza in Grecia, nel dicembre 2012 Valverde accettò la chiamata del Valencia, che aveva appena esonerato Mauricio Pellegrino. Arrivare in corsa non è mai semplice, ma il Txingurri riuscì a dare ordine alla squadra, anche se mancò la qualificazione alla Champions League all’ultima giornata. Quella al Mestalla risultò una parentesi breve, quasi un’opera incompiuta, poiché Valverde decise di tornare a Bilbao per riprendere in mano l’Athletic Club.

Nella stagione 2017/18, il Valencia si affidò invece a Marcelino. Dalla partenza di Valverde, la panchina del Mestalla era diventata una delle più calde di Spagna, con una successione convulsa di allenatori, ancora più evidente dopo l’arrivo di Peter Lim, magnate singaporiano e proprietario del club dal 2014.

Centenario Mestalla: il cuore di Valencia

L’arrivo di Marcelino avrebbe dovuto garantire stabilità e risultati, e l’asturiano centrò per due stagioni consecutive la qualificazione alla Champions League, conquistando nel maggio 2019 anche la Coppa del Re, undici anni dopo l’ultimo successo dei valenciani.

Ma neppure la vittoria gli garantì il controllo del proprio futuro: pochi mesi dopo fu esonerato nel pieno di un conflitto con la proprietà. Le vicende successive del Valencia finirono per dargli ragione: la Coppa del Re del 2019 resta l’ultimo trofeo conquistato dal club, vittima da allora dell’incompetenza dei vertici nella programmazione sportiva.

Ritorno a casa

Rispetto alla prima tappa, Valverde tornò a San Mamés nel 2013 con dieci anni di esperienza in più, e la mano del Txingurri servì a ristabilizzare l’ambiente dopo le “montagne russe” vissute con Marcelo Bielsa in panchina. I risultati non tardarono ad arrivare e l’Athletic Club tornò a popolare la parte alta della classifica. In quattro anni giunsero altrettante qualificazioni europee, fra cui quella alla Champions League nella stagione 2013/14.

Anche se in Europa l’Athletic di Valverde ebbe più bassi che alti, il Txingurri riuscì a riportare nelle bacheche biancorosse un trofeo dopo 31 anni d’attesa: la Supercoppa di Spagna. La squadra basca si impose nel doppio confronto con il Barcelona, grazie soprattutto a una travolgente gara d’andata, terminata 4-0 in favore dei Leoni.

Don Andrés Iniesta: il momento giusto per manifestarsi

L’ottimo lavoro a San Mamés fece guadagnare a Valverde una chiamata importante, quella del Barcelona. Al Camp Nou ebbe la possibilità di allenare gente del calibro di Lionel Messi, Andrés Iniesta o Luis Suárez, ma inevitabilmente dovette sopportare le tante esigenze di una piazza come Barcelona, dove non conta solo vincere ma anche la maniera in cui si ottengono i successi.

Incroci pericolosi

Valverde esordì sulla panchina blaugrana con un “doblete” Liga-Coppa, anche se ben presto dovette iniziare a fronteggiare le accuse di vincere in maniera poco spettacolare. La squadra era infatti Messi-dipendente, e affidarsi troppo spesso ai lampi di genio dell’argentino e ai gol di Suárez venne catalogato come una mancanza di personalità e di stile da parte dell’allenatore.

Le due cocenti eliminazioni in Champions League, contro Roma e Liverpool, nelle quali i blaugrana si erano fatti clamorosamente rimontare, alimentarono inoltre i dubbi sul reale valore internazionale del Txingurri.

La finale di Coppa del Re del 2019, persa proprio contro il Valencia di Marcelino, aggravò ulteriormente una posizione già indebolita dalla disfatta di Anfield.

Il Valencia seppe individuare e sfruttare i punti deboli blaugrana e si portò sul 2-0 dopo mezz’ora di gioco, con il Barcelona capace di accorciare le distanze con Messi solo a un quarto d’ora dalla fine. Con il mancato “doblete” Valverde provò sulla propria pelle le difficoltà di allenare una grande e la necessità di vincere tutte le competizioni. Il profilo poco mediatico del tecnico sembrava poi stonare con le dimensioni internazionali del club.

Valverde fu logorato da tale esigenza e il Barcelona decise di esonerarlo nel gennaio 2020, benché i blaugrana fossero in testa alla Liga: la sconfitta in Supercoppa contro l’Atlético Madrid accelerò una decisione che la dirigenza sembrava aver già maturato da tempo.

Una scelta che non produsse i risultati sperati: il suo sostituto, Quique Setién, si fece superare dal Real Madrid in Liga, mentre in Champions League i blaugrana subirono un’umiliante sconfitta per 8-2 nei quarti contro il Bayern Monaco.

Un anno dopo, il Barcellona tornò a unire indirettamente le carriere di Marcelino e Valverde: nel gennaio 2021 l’asturiano guidò l’Athletic Club al successo in Supercoppa contro la squadra allenata da Ronald Koeman.

Ancora San Mamés

Quando Marcelino arrivò a San Mamés, il club basco aveva bisogno di una guida esperta dopo gli esperimenti falliti con José Ángel “Cuco” Ziganda e Toto Berizzo e la conclusione del ciclo di Gaizka Garitano. L’asturiano riportò continuità nei risultati e conquistò immediatamente la Supercoppa di Spagna. Pochi mesi dopo si trovò inoltre a disputare due finali di Coppa del Re a distanza di appena due settimane, perdendole però entrambe.

La prima fu addirittura un derby basco, posticipato di un anno a causa della pandemia. La Real Sociedad si impose 1-0, con gol di Mikel Oyarzabal su rigore. Una partita molto equilibrata, una sconfitta di misura, niente a che vedere con il 4-0 con cui il Barcelona batté l’Athletic Club due settimane più tardi.

Definire modesta o appena sufficiente la tappa di Marcelino a Bilbao sarebbe comunque un grave errore: l’asturiano fece debuttare Nico Williams, consolidò alcuni giovani e lasciò una squadra decisamente più competitiva nelle mani di Valverde, che nel 2022 iniziò il proprio terzo ciclo sulla panchina dell’Athletic Club.

Marcelino e Valverde: leggende a modo loro

Stavolta il Txingurri riuscì a mettere la propria firma su un trionfo storico, quello della Coppa del Re del 2024 vinta ai rigori contro il Mallorca. Dopo quarant’anni, la Gabarra poté finalmente tornare a navigare.

Quel trofeo non rappresentò soltanto un successo professionale, bensì il compimento di una storia personale. Un anno più tardi arrivò anche la qualificazione alla Champions League. Il Txingurri nel 2026 ha poi raggiunto le cinquecento partite sulla panchina del club: malgrado l’ultima stagione fosse stata deludente, il suo nome verrà ricordato a lungo nella storia dell’Athletic Club.

Proprio questo apre alcuni interrogativi sulla maniera con cui si analizza il calcio moderno: perché i successi ottenuti alla guida di una big vengono spesso percepiti come dovuti, mentre una singola vittoria contro una grande può invece diventare il punto più luminoso di un’intera carriera?

Il periodo trascorso da Valverde a Barcelona può essere visto come uno specchio deformante: due campionati, una Coppa del Re e una Supercoppa, ma anche una memoria pubblica danneggiata dalle rimonte subite a Roma e Liverpool. Il passaggio del Txingurri a Bilbao, invece, lo inserisce di diritto nella leggenda del club.

Marcelino, al contrario, non ha mai allenato il Barça, ma ha costruito i suoi due principali trofei in carriera sconfiggendo proprio i blaugrana: la Coppa del 2019 con il Valencia e la Supercoppa del 2021 con l’Athletic Club.

L’arte di andarsene

Valverde ha lasciato Bilbao dicendo di andarsene sereno e felice. Marcelino ha salutato Villarreal senza rimproveri, soddisfatto dell’enorme lavoro svolto. A sessant’anni, la loro attesa non è necessariamente il silenzio di un telefono che non squilla: può essere il privilegio di non dover rispondere alla prima chiamata.

Le vite di Marcelino e Valverde sono parallele non perché siano identiche, ma perché gli stessi luoghi hanno attribuito significati differenti alle loro carriere.

La Liga è ripartita adesso senza di loro, e forse è stata proprio questa assenza a mostrarci quanto ci fossimo abituati alla loro presenza.

 

Testo di Juri Gobbini. Autore della pagina Facebook Storia del Calcio Spagnolo, del libro “Dalla Furia al Tiki-Taka” (Urbone Publishing) e de “La Quinta del Buitre”.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia.