Raphinha centravanti al Barça: l’arma totale
Settembre 17, 2026 0 Di Philip SupertrampC’è un video di questa estate, durante la preparazione del Barcellona, che può raccontare l’inizio di questa stagione di Raphinha e del suo Barcellona. Il brasiliano corre tra alcuni paletti, cambia direzione, accelera e torna indietro. Un esercizio semplice, quasi banale, che in condizioni normali finirebbe per perdersi tra le decine di immagini di un ritiro estivo. Ma c’è qualcosa nel volto del brasiliano che ha attirato l’attenzione. Non sembra correre soltanto per completare l’esercizio: lo fa con una concentrazione quasi feroce, come se anche quei pochi metri fossero qualcosa da conquistare. Occhi che si potrebbero definire con le parole della canzone dei Survivor, “Eye of the Tiger”.
In quelle immagini, forse, c’era già una parte della storia che il Barcellona avrebbe raccontato nei mesi successivi. Molti davano per scontato che Raphinha avrebbe dovuto lottare per un posto da titolare con il nuovo acquisto Anthony Gordon e, di fatto, nella didascalia del video si poteva leggere “Cuidado Gordon!!”. Invece Flick sapeva che il suo capitano era pronto a una nuova metamorfosi: si stava preparando a fare qualcosa che fino a poco tempo prima sembrava difficile persino da immaginare, giocare da nove.
Negli ultimi due anni al Barcellona il suo ruolo era già cambiato più volte. Ala destra, ala sinistra, trequartista libero di muoversi alle spalle del centravanti. Hansi Flick aveva progressivamente allargato il suo raggio d’azione e sfruttato la sua capacità di attaccare gli spazi, ma pensare a Raphinha come centravanti sembrava un azzardo. Non era quello il suo calcio e, soprattutto, non era quello il giocatore che i tifosi del Barça immaginavano al centro dell’attacco.
Non sorprende quindi che durante l’estate una parte del dibattito ruotasse attorno alla necessità di trovare un vero nove. Il nome di Julián Álvarez era stato al centro delle discussioni più volte e il Barcellona aveva effettivamente provato a portarlo via dall’Atlético Madrid, senza però riuscire a chiudere l’operazione.
A quel punto Flick ha scelto una strada diversa. L’allenatore tedesco sa che il brasiliano non è un centravanti nel senso tradizionale del termine. Di fatto, non gli ha mai chiesto di fare da Lewandowski o di giocare da boa, proteggere il pallone spalle alla porta e aspettare che la squadra salisse. Il suo compito è quasi l’opposto: muoversi continuamente tra i difensori, aprire spazi, attaccare la profondità e comparire nel posto giusto quando arriva il passaggio. È un nove che continua a pensare da esterno, e proprio questa caratteristica lo rende difficile da leggere e rende questo nuovo Barcellona, al momento, un rebus senza soluzione per gli avversari.
Il Barcellona di Flick, del resto, sembra costruito per esaltare un giocatore con queste caratteristiche. L’attacco non vive di posizioni fisse, ma di movimento, scambi e imprevedibilità. Lamine Yamal può partire largo e venire dentro, Gordon può attaccare la profondità, Adeyemi può cambiare lato, Fermín può inserirsi e Gabriel Jesus può alternarsi con Raphinha. Dopo sei giornate di Liga, il Barcellona ha segnato 28 gol, con Raphinha arrivato a nove reti in campionato dopo la tripletta di ieri sera contro il Racing Santander. In Champions League, al debutto, il Barça aveva già segnato cinque volte contro il Feyenoord, con una doppietta dello stesso brasiliano. In sette partite ufficiali, la squadra di Flick ha quindi raggiunto quota 33 gol.
Per capire perché per Raphinha non sia soltanto una questione tattica, bisogna tornare indietro, fino alla Restinga, una delle favelas più povere di Porto Alegre.
Raphinha veniva da una famiglia in forte disagio economico. I suoi genitori lavoravano duro per cercare di portare cibo in tavola. Tra i dodici e i quattordici anni, dopo gli allenamenti, gli capitava di fermarsi per strada e chiedere alle persone di comprargli qualcosa da mangiare mentre aspettava l’autobus per tornare a casa. Alcuni lo aiutavano, altri lo chiamavano “vagabondo”.
E anche nel calcio, all’inizio, non fu facile trovare qualcuno disposto a scommettere su di lui. La sua struttura fisica minuta gli costò diversi rifiuti nei provini delle giovanili. Internacional e Grêmio lo scartarono e, a un certo punto, il suo percorso sembrava poter rimanere quello di tanti ragazzi brasiliani che inseguono il professionismo senza riuscire ad arrivarci.
A credere in lui fu anche Luis Carlos Farias, il suo primo allenatore al Monte Castelo. Farias lo ricorda come un ragazzo di poche parole, ma capace di parlare con il pallone.
Raphinha avrebbe poi trovato la sua strada passando dall’Avaí, dal Vitória Guimarães, dallo Sporting, dal Rennes e dal Leeds, fino ad arrivare al Barcellona. Ed è proprio a Leeds che incontrò Marcelo Bielsa, una figura fondamentale nella sua crescita. Il tecnico argentino capì che con un giocatore come Raphinha il rischio più grande fosse quello di limitarlo. Dopo una delle sue prestazioni, Bielsa spiegò che intervenire troppo sul suo gioco sarebbe stato quasi un disturbo: Raphinha era uno di quei calciatori capaci di trovare da soli le soluzioni per rompere le difese. Anni dopo, il brasiliano avrebbe riconosciuto quanto gli insegnamenti di Bielsa fossero stati importanti per arrivare fino alla nazionale e al Barcellona.
Anche il 2026, in questo senso, era sembrato l’ennesimo capitolo di una carriera fatta di occasioni da conquistare. Raphinha era arrivato al Mondiale con l’ambizione di essere protagonista, ma un infortunio alla coscia destra contro Haiti lo costrinse a uscire dopo poco più di un tempo. Rimase con la squadra nella speranza di poter rientrare nella fase a eliminazione diretta, ma il Brasile venne eliminato dalla Norvegia prima che potesse tornare in campo.
Qualche mese dopo, eccolo quindi di nuovo al centro dell’attacco del Barcellona. Non perché abbia improvvisamente smesso di essere un’ala, ma perché Flick ha trovato un modo per utilizzare proprio quelle caratteristiche che lo hanno accompagnato per tutta la carriera. Raphinha non deve essere il punto fermo dell’attacco: deve essere quello che si muove quando gli altri pensano che dovrebbe restare fermo.
E forse è proprio questo il motivo per cui quelle immagini della preparazione estiva erano sintomatiche di un nuovo inizio. Raphinha correva tra i paletti senza sapere ancora quanto sarebbe diventato importante il ruolo che stava preparando. Il Barcellona non aveva trovato Julián Álvarez e molti si chiedevano chi avrebbe occupato quello spazio lasciato libero al centro dell’attacco.
La risposta, almeno per ora, è arrivata dal giocatore che fino a pochi mesi fa sembrava il meno indicato per quel ruolo. Raphinha è sempre lo stesso giocatore, con la stessa voglia di correre, attaccare gli spazi e arrivare sul pallone prima degli altri. Solo che adesso lo fa partendo da una posizione diversa. E, guardando i numeri di questo Barcellona, sembra che Flick abbia trovato il modo di sfruttare alla perfezione la versione 3.0 del brasiliano.
Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.
Immagine di copertina tratta da Wikimedia Commons.


