Jürgen Klopp, la Germania e la lunga storia del gegenpressing
Settembre 25, 2026Amsterdam, 24 settembre 2026. È partita con un pareggio 1-1 contro l’Olanda l’avventura di Jürgen Klopp come commissario tecnico della Germania. Dietro i sorrisi, gli abbracci e le frasi capaci di accendere una sala, Klopp è consapevole di arrivare in un momento delicato per il calcio tedesco, segnato dall’eliminazione contro il Paraguay negli ottavi del Mondiale e dalle dimissioni di Julian Nagelsmann.
Klopp ha firmato fino al 2030; il primo impegno alla guida della Nationalmannschaft sarà la Nations League, a cui farà seguito l’Europeo del 2028.
È il degno finale di un percorso iniziato tanto tempo fa. Non al Borussia Dortmund, e neppure al Mainz. Bisogna infatti riavvolgere la storia fino ai campi di provincia del Baden-Württemberg, regione da cui provengono non solo Klopp, ma anche Ralf Rangnick, Helmut Groß, Joachim Löw, Wolfgang Frank e Jürgen Klinsmann, personaggi che hanno avuto ciascuno un ruolo in questa storia.
Colpa di Lobanovskyi
All’inizio degli anni Ottanta Ralf Rangnick era un giovane giocatore-allenatore del Viktoria Backnang, una squadra dilettantistica di un paesino alle porte di Stoccarda. Durante un’amichevole contro la Dinamo Kiev di Valerij Lobanovskyi gli capitò qualcosa che non riusciva a spiegarsi. Ogni volta che uno dei suoi compagni riceveva il pallone, comparivano due o tre avversari. Di solito le squadre professioniste ti lasciavano giocare un po’ consapevoli della loro superiorità. Ma contro quegli indiavolati sovietici non c’era tempo per controllare, alzare la testa, scegliere il passaggio.
A un certo punto Rangnick si fermò e cominciò a contare i giocatori della Dinamo. Nove, dieci, undici. Erano davvero undici, eppure sembravano di più. L’impressione nasceva dal modo in cui la squadra sovietica si muoveva: linee corte, avanzamenti coordinati, pressione sul portatore e occupazione degli spazi vicini. Il singolo non correva da solo; era l’intera struttura a muoversi.
A ricordare l’aneddoto è il giornalista Raphael Honigstein, nel suo libro Das Reboot: How German Football Reinvented Itself and Conquered the World, uscito nel 2015, giusto un anno dopo che la Germania di Jogi Löw aveva conquistato il suo quarto Mondiale.
A quei tempi la Dinamo Kiev era solita trascorrere parte delle pause invernali nel sud-ovest della Germania e Rangnick tornò a osservarne gli allenamenti, quaderno alla mano. Nel frattempo, aveva iniziato il corso per diventare allenatore professionista. La sua ossessione fu anche l’inizio di una ricerca che, in Germania, avrebbe coinvolto allenatori poco conosciuti, squadre dilettantistiche e campi lontani dalla Bundesliga. Tutti o quasi provenienti da una specifica zona, la Svevia, appartenente alla regione del Baden-Württemberg.
Uno degli uomini decisivi si chiamava Helmut Groß. Insegnante di professione e tecnico per vocazione, Groß aveva allenato i dilettanti del Geislingen e lavorava su pressing alto e sulla difesa a zona, in un’epoca in cui il calcio tedesco restava legato alle marcature individuali e alla figura del libero.
Quando il Geislingen eliminò l’Amburgo di Ernst Happel dalla Coppa di Germania nel 1984, battendolo 2-0, Groß non era più in panchina. L’impresa appartiene al suo successore Jakob Baumann e ai giocatori che la realizzarono; tuttavia, quel risultato rese visibile il lavoro tattico sviluppato negli anni precedenti. Poco dopo, alla guida del Kirchheim, squadra di quinta serie, Groß riuscì a pareggiare un’amichevole proprio contro la Dinamo Kiev. Un 1-1 con quel tipo di avversario poteva valere più di un trofeo: dimostrava che quelle idee non erano solamente esercizi da lavagna.
Rangnick le sperimentò nuovamente al Korb sul finire degli anni Ottanta, introducendo dopo la pausa invernale la difesa a quattro e la zona: la squadra non perse più fino alla fine del campionato. Se un’organizzazione del genere poteva essere insegnata a dilettanti che si allenavano due o tre sere alla settimana, perché non avrebbe dovuto funzionare con i professionisti?
Il laboratorio svevo
Tra Groß e Rangnick nacque un laboratorio informale. In assenza di materiale, i due si sobbarcarono chilometri per spiare gli allenatori più innovativi. Dall’Italia iniziarono ad arrivare numerose VHS con le immagini del Milan di Arrigo Sacchi. La linea difensiva, le distanze tra i reparti, il fuorigioco e il pressing diventavano materia di studio. Anche Zdeněk Zeman offrì un altro modello da cui prendere spunto. Rangnick lo osservò direttamente durante un ritiro del Foggia in Alto Adige.
Lobanovskyi, Sacchi e Zeman proponevano interpretazioni differenti del gioco, nate in contesti diversi. La chiave di volta era l’idea che il collettivo potesse moltiplicare le qualità dei singoli.
In Germania, però, questa trasformazione procedeva quasi di nascosto. Freiburg, Greuther Fürth, Wattenscheid e Bayer Uerdingen sperimentavano forme di gioco a zona lontano dai riflettori. A Mainz fu invece Wolfgang Frank a creare il collegamento più importante con Klopp.
Arrivato nel 1995 in una squadra in grave difficoltà in 2. Bundesliga, Frank abbandonò le marcature a uomo, alzò la linea e costruì un sistema basato sulla zona e sul pressing. Tra i suoi giocatori c’era un attaccante alto e generoso, in seguito arretrato in difesa: si trattava proprio di Jürgen Klopp.
Klopp avrebbe ricordato Frank come il tecnico che gli aveva aperto gli occhi, mostandogli che il calcio poteva essere organizzato diversamente. Quando nel 2001 passò direttamente dal campo alla panchina del Mainz, portò con sé quella lezione.
Nel frattempo, Rangnick aveva raggiunto l’Ulm 1846. Lo condusse dalla Regionalliga alla 2. Bundesliga, dove, contro ogni previsione, la squadra rimase imbattuta nelle prime sedici giornate della stagione 98/99. L’Ulm attirava curiosi perché sembrava arrivare dal futuro: difesa a zona, pressing, movimenti sincronizzati. A fine anno sarebbe stato promosso in Bundesliga.
Il 19 dicembre 1998 Rangnick venne invitato allo Sportstudio della ZDF. Davanti a una lavagna spiegò la linea a quattro e il pressing come un insegnante durante una lezione. Il soprannome Fussballprofessor, professore del calcio, nacque anche da lì e all’inizio non era certo un complimento. Per una parte dell’ambiente tedesco, quell’uomo con gli occhiali e i magneti sulla lavagna rappresentava un intruso: troppa teoria, troppo poco rispetto per la tradizione.
La resistenza aveva un nome e un ruolo, quello del libero. Franz Beckenbauer ne era stato l’incarnazione più nobile; Matthias Sammer aveva vinto Europeo e Pallone d’Oro nel 1996; anche Lothar Matthäus aveva arretrato il proprio raggio d’azione. Rinunciare a quella figura significava mettere in discussione una parte dell’identità calcistica nazionale. Inoltre, i risultati sembravano offrire argomenti ai conservatori: la Germania era campione d’Europa, il Borussia Dortmund aveva vinto la Champions League nel 1997 e il Bayern sarebbe arrivato in finale nel 1999.
Le sconfitte, tuttavia, stavano mostrando un’altra realtà. Il 3-0 subito dalla Croazia ai Mondiali del 1998 e il disastro dell’Europeo 2000 raccontarono un movimento invecchiato. La finale mondiale del 2002 con una Germania decisamente ordinaria mascherò per qualche tempo il problema. Il deludente Europeo del 2004 ribadì la necessità di una riforma che andava al di là del modulo o del modello tattico.
Nel nuovo secolo i centri di formazione furono riorganizzati, i club investirono nei vivai e la federazione cambiò il modo di pensare la preparazione dei giovani. Jürgen Klinsmann, il suo assistente Joachim Löw e il direttore sportivo della DFB, l’ex milanista Oliver Bierhoff, accelerarono la trasformazione intorno alla nazionale. Il Mondiale del 2006 restituì entusiasmo; Klismann segnò il cammino e Löw raccolse i frutti vincendo il titolo nel 2014.
Sarebbe però semplicistico attribuire tutto a un solo piano. Il rinnovamento tedesco nacque dall’incontro tra riforme strutturali, una generazione di giocatori tecnicamente più completa e allenatori disposti a mettere in discussione le gerarchie ricevute.
L’ascesa di Klopp
Dopo il suo exploit televisivo e il lavoro fatto a Ulm, per Rangnick si aprirono le porte della Bundesliga: a chiamarlo fu lo Stoccarda, proprio sul finire della stagione 98/99. Poi arrivarono le esperienze di Hannover e Gelsenkirchen. In tutti e tre i casi la sua avventura si concluse con un esonero, il che rafforzava la posizione degli scettici che avevano deriso la sua apparizione nei salotti di Sportstudio. La rivoluzione era però solo rimandata.
Vi ricordate del Mainz di Frank? E del suo successore? Klopp prese in mano la squadra nel 2001, in 2. Bundesliga, e dopo alcuni tentativi falliti centrò la promozione. Rispetto a Rangnick, che esponeva le proprie idee in maniera quasi cattedratica, Klopp era più diretto e gioviale. Sapeva spiegare una giocata con frasi semplici, come se stesse discutendo al tavolo di un bar.
La sua popolarità nazionale crebbe negli studi della ZDF durante la Confederations Cup del 2005, il Mondiale del 2006 e l’Europeo del 2008. Klopp era affiancato dall’ex arbitro svizzero Urs Meier e dal grande Beckenbauer, ma le sue analisi non erano soltanto puro intrattenimento. La competenza veniva semplificata e diventava accessibile anche alla gente a casa. E mentre Klopp mostrava il mancato movimento a scalare di un terzino o un centrocampista fuori posizione, Kaiser Franz osservava soddisfatto e spesso faceva cenno di sì con la testa. Quindi, se anche Beckenbauer approvava…
Dopo la retrocessione del Mainz e il fallito tentativo di risalita, Klopp lasciò nel 2008. In quegli stessi anni, Rangnick si era invece gettato a capofitto in un nuovo progetto, quello dell’Hoffenheim. Il tecnico svevo trovò un ambiente vergine, ideale per uno come lui. Fece costruire un’accademia per il settore giovanile e iniziò a reclutare calciatori giovani, stranieri semisconosciuti, con un denominatore comune: essere adatti al suo gioco.
Rangnick prese l’Hoffenheim in terza serie e nella sua prima stagione in Bundesliga chiuse il girone d’andata in testa, a pari punti con il Bayern Monaco. Il fenomeno Hoffenheim fece il giro del mondo e persino il New York Times venne a visitare quel piccolo club del Baden-Württemberg per scoprirne i segreti. Successivamente Rangnick tornò allo Schalke 04, vincendo la DFB-Pokal nel 2011, prima di accettare la chiamata della Red Bull.
Klopp iniziò la propria avventura a Dortmund con un sesto e un quinto posto, segno che per fare una rivoluzione occorre sempre pazienza. Col passare dei mesi il suo calcio divenne però più aggressivo e verticale. Il Dortmund vinse la Bundesliga nel 2011, l’accoppiata campionato-coppa nel 2012 e raggiunse la finale di Champions League nel 2013.
Fu grazie al riconoscimento internazionale che la parola gegenpressing entrò nel vocabolario degli addetti ai lavori, anche se molti la usarono senza comprendere bene di cosa si trattasse. Il gegenpressing, infatti, indica la pressione esercitata immediatamente dopo aver perso il pallone, nel momento della transizione difensiva. L’avversario ha appena recuperato il possesso, ma non è ancora ordinato per attaccare. Se lo si aggredisce in quell’istante, si può impedire la ripartenza e riconquistare palla vicino alla porta.
Per funzionare non basta che il giocatore più vicino corra contro il portatore. I compagni devono chiudere le linee di passaggio, accorciare le distanze e preparare una copertura nel caso in cui la prima pressione venga superata. Anche il possesso precedente conta: una squadra ben disposta quando attacca sarà in una posizione migliore per reagire alla perdita. Per questo il gegenpressing non è una scarica di energia priva di ordine. È un’organizzazione collettiva applicata al momento più caotico della partita.
Klopp non inventò il principio, così come Rangnick non lo aveva ricevuto già confezionato da Lobanovskyi. Il contributo di Klopp fu dargli una forma riconoscibile e una potenza narrativa. Questo calcio aveva anche dei limiti. Richiedeva condizione fisica, lucidità e una precisione collettiva che potevano svanire con gli infortuni o con il logorio. La difficile stagione 2014-15 del Dortmund non dimostrò la fine del gegenpressing, ma la necessità di evolverlo.
Da Dortmund al Liverpool
Klopp arrivò al Liverpool nell’ottobre 2015, con la promessa di trasformare gli scettici in credenti. Nei primi mesi il suo Liverpool corse, pressò e arrivò alle finali di Coppa di Lega ed Europa League, perdendole entrambe. Era ancora una squadra incompleta, ma si riconosceva già il tentativo di ricostruzione.
Nei nove anni successivi Klopp dimostrò che il suo calcio non era a “senso unico” ma poteva evolversi nel tempo a seconda dei giocatori a disposizione. Il tridente formato da Mohamed Salah, Roberto Firmino e Sadio Mané rappresentò la versione più spettacolare del pressing offensivo: Firmino orientava l’uscita rivale, gli esterni chiudevano verso il centro e, dopo il recupero, attaccavano gli spazi. Ma la crescita decisiva arrivò quando il Liverpool imparò a controllare anche senza accelerare sempre.
Virgil van Dijk e Alisson resero più sicura la struttura arretrata; Fabinho diede equilibrio; Trent Alexander-Arnold e Andy Robertson trasformarono i terzini in creatori di gioco. Il Liverpool poteva attaccare in verticale, ma anche consolidare il possesso, cambiare lato e costringere l’avversario a difendere più a lungo. Il gegenpressing rimase una risorsa centrale, ma non più l’intera definizione della squadra.
La Champions League del 2019 e la Premier League del 2020, la prima vinta dal club dopo trent’anni, furono il culmine. Arrivarono anche il Mondiale per club e la Supercoppa europea nel 2019, la FA Cup e la Coppa di Lega nel 2022, un’altra Coppa di Lega nel 2024. Klopp riportò il Liverpool stabilmente ai vertici, pur trovando nel Manchester City di Pep Guardiola un avversario capace di spostare ancora più in alto la soglia dell’eccellenza.
Il confronto tra Klopp e Guardiola venne spesso raccontato come l’opposizione fra caos e controllo. In realtà entrambi attribuivano enorme importanza alla reazione dopo la perdita del pallone e all’occupazione preventiva degli spazi. Negli anni, però, le idee si sono spesso contaminate. Il Liverpool a volte ha proposto un calcio più paziente, mentre Guardiola ha incorporato giocatori e soluzioni più dirette.
Klopp lasciò Anfield nel maggio 2024 dicendo di essere rimasto senza energia. Non era soltanto stanchezza fisica. Il suo metodo richiedeva presenza emotiva. Nel gennaio 2025 entrò nella galassia Red Bull come responsabile globale del calcio, lontano dalla gestione quotidiana di una squadra. La scelta suscitò critiche in Germania, soprattutto tra chi vedeva il modello Red Bull come l’opposto del calcio popolare che Klopp aveva saputo rappresentare a Dortmund e Liverpool.
La contraddizione era reale, ma era anche vero che la Red Bull aveva costruito la propria identità calcistica proprio sulle idee sistematizzate da Rangnick: giovani, verticalità, pressione, reclutamento coerente e un linguaggio comune tra club diversi.
Klopp si ritrovava dentro una struttura che discendeva, almeno in parte, dallo stesso laboratorio svevo da cui era partita questa storia. Dopo l’addio dal Liverpool, il matrimonio fra Klopp e la Nationalmannschaft sembrava comunque solo questione di tempo. E il deludente Mondiale ha solo accelerato una decisione che sembrava inevitabile.
Rangnick, intanto, aveva seguito un percorso differente. Dopo Hoffenheim e Schalke, aveva trasformato il progetto Red Bull lavorando sia in panchina sia come dirigente, fino a fare del RB Leipzig una presenza stabile ai vertici tedeschi. L’esperienza breve e deludente al Manchester United tra il 2021 e il 2022 ha ricordato che le idee non funzionano fuori dal contesto e che una squadra non si ricostruisce in poche settimane.
Con l’Austria, invece, Rangnick ha ritrovato un ambiente disposto ad affidargli anche una visione strutturale. Nel 2026 ha riportato la nazionale al Mondiale dopo ventotto anni e ha prolungato il contratto fino all’Europeo del 2028.
Il professore e il comunicatore sono così arrivati entrambi alla guida di una nazionale. Non è una coincidenza priva di significato. Il pressing coordinato e la difesa a zona, un tempo trattati in Germania come eccentricità da tecnici di provincia, sono diventati un patrimonio comune, influenzando anche una intera generazione di allenatori tedeschi e austriaci, da Thomas Tuchel ad Hansi Flick, passando per i vari Julian Nagelsmann, Marco Rose, Oliver Glasner, Ralph Hasenhüttl o Fabian Hürzeler.
Ovviamente la sfida che Klopp ha di fronte adesso è intrigante e allo stesso tempo diversa da quelle affrontate in carriera. In un club, il gegenpressing può essere ripetuto in allenamento all’infinito fino a diventare un automatismo. In nazionale bisogna trasmetterne i principi in pochi giorni a giocatori abituati a sistemi differenti. Calciatori che non ha scelto sul mercato. Per questo ha deciso di estendere la prima convocazione a quarantaquattro giocatori.
Alla presentazione Klopp ha detto che poche cose possono unire i tedeschi quanto la nazionale. È una frase che va oltre la tattica: anche il suo gegenpressing, nella versione migliore, ha sempre funzionato quando tutti gli uomini in campo si sono mossi all’unisono.
Testo di Juri Gobbini. Autore della pagina Facebook Storia del Calcio Spagnolo, del libro “Dalla Furia al Tiki-Taka” (Urbone Publishing) e de “La Quinta del Buitre”.
Immagine di copertina tratta da Wikimedia Commons.


